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Quattro spritz e un pick&roll – Come nasce la passione per la pallacanestro

Tutto nasce dal pick&roll centrale. Non quello di Diamantidis-Batiste. Non quello di Navarro-Tomic. E neanche quello di Bird-McHale. Il pick-and-roll centrale vorrebbe essere il tema centrale di questo articolo ma, a causa delle mie solite divagazioni, finirà per non esserlo; il pick-and-roll centrale, però, è l’unica giocata che so fare al campetto con i miei più grandi amici, perché se nasci quadrato non puoi morire tondo e se nasci scarso puoi diventare bravino, ma non certo fenomeno.

Il luogo in cui tutto nacque, però, non è un playground di Niguarda, bensì il bar di fiducia dove 3 amici di sempre si ritrovarono dopo anni: gli studi a volte uniscono, ma il più delle volte dividono e questo è ciò che successe a me, Simone e Andrea quando decidemmo di intraprendere tre Licei diversi. Perdemmo le nostre tracce per qualche anno, sebbene loro due rimasero in contatto grazie al volley e io mantenni qualche rapporto con Andrea per mezzo di un’amica in comune, a cui noi volemmo bene come una sorella, ma che ora fatica a salutarci se ci incontra per strada – che strana la vita! – quando addirittura non cambia marciapiede. Passammo l’adolescenza divisi, prima di ritrovarci casualmente proprio in quel bar: con Simone avevo condiviso qualche lezione universitaria nella mitica aula Pio XII di Sant’Antonio, quella che lo studente medio della Statale definisce come “aula-cinema” per via delle sue poltrone versione Giraffe di Paderno Dugnano, con tanto di slot per inserire la bevanda e tessuto morbido, comodo comodo per la pennica nella lezione che va dalle 14:30 alle 16:00. Il ritrovarsi ci fu dolce in quegli spritz, perché Carletto, il titolare del bar – e non la specie di lucertola dei Sofficini, beninteso – aveva un’arte tutta particolare che consisteva nel mettere un goccio di gin prima di aperol e prosecco. Arte che ha tramandato a chi oggi ha preso il suo posto, lasciando però noi in un vuoto metafisico che ci pervade anche nel momento in cui sto scrivendo; arte che ci ha legati, perché da quel giorno di tanti anni fa l’appuntamento dell’aperitivo dal Charles è diventato una costante nelle nostre vite, magari per parlare di come vanno le rispettive esperienze, quando non per commentare le domeniche calcistiche.

Già, perché va bene la pallacanestro, ma mi piace definirci come tre cultori dello sport a 360°, ognuno con un suo ambito specifico. Ci ritrovammo come ci eravamo lasciati, guasconi e certi di esserci sempre l’uno per l’altro, perché la vita fondamentalmente non ti dà la possibilità di avere molti amici; forse molti conoscenti, ma gli amici li conti, comunque, sulle dita di due mani, a voler esagerare. Così, capitò che tra uno spritz e l’altro un pomeriggio ci trasferimmo dietro il Russell di via Gatti, dove trovammo un campetto con i canestri così bassi che perfino io riuscivo a schiacciare. E, fidatevi, io salto un foglio di carta quando sono in giornata. Iniziammo lì il nostro rapporto con la palla a spicchi, tra ball-handling perversi e ferri senza retine – perché a Milano lo sport nazionale sembra essere diventato quello di tagliare le retine ai canestri -, tra air-ball da qualsiasi posizione e birre. La birra, in queste occasioni, è fondamentale solamente se è ignorante: non avresti la lucidità di apprezzare una trappista o una IPA mentre sei intento a capire come cazzo potresti riuscire a segnare da metà campo quando fai fatica a chiudere con 3/10 dalla linea della carità, che sia chiaro. Iniziammo lì a coltivare una passione che, a distanza di molti anni, ci ha legato ancora più di quanto già non lo fossimo. Iniziammo lì, ma ci trasferimmo altrove, perché quei canestri a 2 metri e 20 centimetri di altezza iniziarono a starci stretti, troppo stretti nel nostro percorso di crescita cestistica.

Così portammo i nostri “talenti” al playground di via Hermada, di fianco a quel degrado che una volta chiamavamo “Cassinis”, la scuola media dove io e Andrea scovammo le prime cotte adolescenziali dietro ragazzine che avrebbero fatto perdere la testa a mezza Milano. Andare a giocare di fianco alla tua ex-scuola media ti fa riflettere molto, specialmente quando il floater alla Navarro non entra nemmeno se preghi San Germano da San Bonifacio. Finisce che rifletti sul senso della vita, su quegli anni buttati a voler diventare magistrato senza averne la voglia e la passione, a quelle ragazze trattate come oggetti quando invece anche a 18/20 anni bisogna saper avere rispetto. Finisce che rifletti su cosa mangeranno mai quei rom che si fanno le grigliate al parchetto che circonda il playground, chiedendoti se magari non puoi unirti per una birretta al volo, poiché la bionda aggrega. Ma pure la rossa. E anche la scura. E non parlo di gnocca. Finisce che ti chiedi come sia nata la passione per la pallacanestro: e a quest’ultimo quesito riesci finalmente a risponderti, individuando in questa amicizia la scintilla che ti ha incendiato il cuore. Quando iniziai a scrivere di pallacanestro non avevo gli stimoli che ho oggi nel raccontare esperienze di vita o situazioni di squadre italiane ed europee; quando iniziai a scrivere non avevo la cultura che ho oggi – cultura comunque infima – né tanto meno la capacità di mettere in parole uno spettro di emozioni qualsiasi.

La sera che mi chiamarono per collaborare a MY-Basket.it stentavo a crederci: avevo scritto pochissimo, salvo un articolo su un Clàsico Barça-Real in cui Navarro aveva piazzato qualcosa come 33 punti, e mi ritrovavo con davanti agli occhi la richiesta di collaborare per un progetto fighissimo, con persone che la pallacanestro potevano spiegarmela anche da subito. Accettai senza manco pensarci, mi misi in gioco, mi detti da fare per affinare una capacità di scrittura che, a detta di amici e parenti, sembrava non mancarmi; accettai perché ai tempi i miei demoni interiori erano ben tenuti a bada da una lucidità mentale che, contestualizzandola all’oggi, mi fa quasi spavento. Da quel giorno sono ormai passati tre anni, periodo in cui io, Andrea e Simone abbiamo affinato l’arte del gioco e abbiamo tirato in mezzo altri amici; beninteso, “tirare in mezzo” è proprio un’espressione tipica che usiamo, in uno slang niguardese che farebbe rabbrividire quello della West Coast, per indicare un coinvolgimento ludico-ricreativo di altri, oltre a noi. Abbiamo coinvolto amici di vecchia data, abbiamo stretto nuove amicizie in un mix di legami comuni che ci porterà prima o poi alla campettata del secolo, ne siamo certi. E siamo arrivati a saper giocare il pick&roll, perché alla fine solo quello schema possiamo giocare, dato il livello infimo a cui ci ritroviamo; un pick&roll che a volte diventa poetico quando dalle mani ti esce quell’assist illuminante alla Rubio, ma che inesorabilmente si trasforma in un momento di autoironia quando finisci per romperti un dito cercando di anticipare il passaggio per il rollante.

Nasce qui la passione per la pallacanestro, partendo da quattro spritz tra amici per arrivare a un pick&roll centrale che sa di poesia. E non importa nemmeno che voi siate Marco, Andrea o Simone: importa solo che cerchiate di farvi pervadere l’anima dalla passione. E non serve un palcoscenico più grande di un playground di quartiere per innamorarsi, poiché la pallacanestro è bellissima nelle minors, prima ancora che ad alti livelli. Non me ne voglia nessuno, ma starò sempre dalla parte di quelli che dopo la partitella con gli amici si stappano una 66cl ghiacciata, anche a dicembre; perché alla fine, cos’è lo sport se non aggregazione e magia utili a creare legami interpersonali?