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Quei “negri saltatori” – Quando razzismo e ignoranza umiliano la pallacanestro

Rakim Sanders (EA7 Emporio Armani Milano) durante la finale della BEKO Final Eight 2016 fra EA7 Emporio Armani Milano e Sidigas Avellino.Basket - Milano 21/02/2016 - Stefano Gariboldi/Newphotopress © All Rights Reserved

Colored o coloured. Parte tutto dall’uso spregiativo che si fa di questi termini per indicare persone di colore, un uso che, purtroppo, è rintracciabile qualche volta anche nel linguaggio di chi dovrebbe unicamente occuparsi di sport, senza riaprire involontariamente (forse) diatribe socio-antropologiche sulla questione della razza. Premesso, non sono un falso perbenista o un moralista sui generis, perché ammetto di aver usato il termine “negro” in senso dispregiativo e non ne vado granché fiero; non parlo di utilizzo insensato, quanto piuttosto di ignoranza dettata da quei sentimenti di irrazionalità e ferocia che sfociano – ma che non dovrebbero sfociare – da un litigio. Ho dato del “negro” a una persona che conoscevo, che conosco tuttora e che spero di conoscere ancora per molto tempo. Eppure non ne vado affatto fiero. Perché faccio una sorta di coming out solo ora? Si noti, parlo di coming out e non di outing, perché tra i due termini c’è un significato diverso, che spesso tendiamo a dimenticare o plasmare a personali e singolari esigenze di sorta. Perché lo faccio, insomma? Perché un corso universitario e la lettura di un libro di George Mosse hanno completamente risvegliato la mia coscienza e il mio (poco) intelletto da un torpore che mi rendeva tanto ignorante quanto superficiale.

“Razzismo” è un termine visto o sentito ogni giorno, tramite ogni mezzo di comunicazione, ma spesso piegato a logiche irrazionali di politici che tendono a fare della demagogia un’importante strumento di campagna elettorale, nel solco di un arretramento culturale che, inevitabilmente, investe anche la nostra capacità di leggere un programma elettorale senza fermarci ai termini che più ci colpiscono. Nella pallacanestro esiste il razzismo, inutile negarlo, perché esso esiste ovunque senza bisogno di palesarsi come una peste del XXI secolo o come un elemento fondamentale di un’altra, ennesima rivoluzione, magari questa volta tecnologica e non più politico-ideologica. Quando parliamo del giocatore come il “classico negro che salta e basta”, implicitamente forziamo concetti di cui non sappiamo praticamente nulla, dimenticandoci che la forza delle parole è ben più esplosiva di qualsiasi concezione personale contraria alle parole stesse. Quando diciamo “negro” o “nero” dimentichiamo la storia che sottosta a questi due termini, forzando involontariamente (si spera) uno scrigno di ignoranza dal quale fuoriesce un tesoro di luoghi comuni e cliché. La storia del razzismo avrebbe mille sfaccettature diverse, che non starò qui a raccontarvi, ma una cosa, acquisita tramite gli studi che sto affrontando, mi ha sorpreso particolarmente: il ruolo del negro nella catena dell’essere.

Un essere, intendendosi qui l’essere umano, preordinato in una scala gerarchica dalla volontà di Dio (almeno in una concezione che risente di una matrice religiosa), in cui l’anello mancante tra la scimmia e l’uomo divenne, inevitabilmente, il negro. Opera della frenologia – analisi del cranio – e della fisiognomica – esame del volto -, due scienze che diedero quel sostrato scientifico utile al fiorire di concezioni che volevano stabilire quale fosse la razza “migliore”, degna di stare all’ultimo anello, ovvero quello più importante, della catena dell’essere. Certo, nell’universo del razzismo rientrano anche l’arte, la musica, l’ideologia e il terrore, oltre a elementi che ancora oggi, per mancanza di conoscenze, non potrei indicarvi come vorrei, perciò non mi dilungherò oltre in un’analisi che sfocerebbe in banalità. Ritornando al punto iniziale, nella pallacanestro esiste il razzismo laddove ancora oggi c’è chi parla di “coloured saltatori” per indicare giocatori dotati, secondo loro, di un basso I.Q. cestistico e di poca predisposizione alla comprensione del gioco, quasi a concettualizzare una differenza tra bianco e nero degna dei migliori (eufemismo) pensatori razzisti ottocenteschi.

Parlare di “negri saltatori” è un insulto alla capacità di ognuno di noi di comprendere la pallacanestro, di amarla in ogni sua sfaccettatura o sfumatura e di apprenderla da qualche maestro. E non si tratta nemmeno di una questione di mancanza di rispetto, quanto piuttosto di un’ignoranza dilagante frutto di cliché vecchi quanto il mondo; un po’ come lo stereotipo dell’ebreo usuraio e avido, tramandatosi nei secoli per un’inconsapevolezza basilare delle società, sebbene fior fiori di teorici ne indicassero declinazioni possibili e plausibili oltre che motivazioni più o meno convincenti. Parlare di “negri saltatori” per indicare giocatori di colore che non brillano certo per tecnica e letture, insomma, è una forzatura che porta a un arretramento tout court della pallacanestro; e porta a un arretramento a 360° a prescindere dalle considerazioni ideologico-politiche che ognuno di noi possa avere. Perché sarebbe troppo facile nascondere l’ignoranza dietro la nomenclatura di neo-fascismo o neo-nazismo, oppure nasconderla dietro falsi miti e bandiere scolorite in un tempo in cui le ideologie di 80 anni fa non possono essere riadattate alla contemporaneità. Sarebbe troppo facile dire che si usa il termine “negro” perché si è sempre fatto così, oppure dire che si parla di coloured saltatori perché è così più facile indicare giocatori “scarsi”; la lingua italiana offre un ampio spettro di sfumature terminologiche che dovrebbe permetterci di evitare certe idiozie. Pertanto, per il bene dell’italiano e della storia, d’ora in poi si cerchi di parlare di “giocatori atti unicamente al gesto atletico e dalla poca capacità di comprensione del gioco, a prescindere dal colore della pelle o dalla forma del cranio”. E che questo sia un consiglio per tutti: da chi è un addetto ai lavori a chi vive semplicemente di pallacanestro per puro diletto e aulica passione.