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Ritratti – Chiedimi se sono felice: Giuseppe Poeta

Qualcuno crede che il nostro destino sia già stato scritto. Qualcun altro invece affida al caso, arbitro imparziale, la conseguenza delle nostre azioni. Altri ancora infine, razionalmente, valutano passo a passo la propria vita e tirano le somme per capire se quanto abbiano ottenuto sia stato sufficiente se ponderato allo sforzo impiegato. Vie di pensiero, strade differenti che si possono anche incrociare, ma nessuna delle quali si sottrae ad una frase emblematica, che sopraggiunge quando ripensi alle scelte che hai fatto: “Se io avessi previsto tutto questo”. La previsione del futuro è un dono paranormale, checché ne dicano i mistici, non è uno dei poteri caratteristici dell’uomo. Lo so io, lo sapeva Francesco Guccini quando scrisse “L’avvelenata”, di fatto istituzionalizzando la frase che ho messo prima tra virgolette. Lo sa anche Giuseppe Poeta, non un filosofo od un pensatore moderno, ma solamente un giocatore di pallacanestro che nella vita è riuscito a campare facendo quello che più gli è sempre piaciuto: per l’appunto, giocare a basket. Lo sa, eppure quando arrivi a trent’anni forse un pochino ci pensi. Non sei vecchio per il mondo, per la società forse sei ancora un ragazzo, ma sai benissimo che ragazzo non lo sei più da tanto tempo, almeno nel campo in cui ti misuri ogni giorno. E allora ti puoi concedere un secondo, tra una sessione di tiro e l’altra, per aprire il cassetto dei ricordi e valutare cosa ti abbia riservato la vita. Non serve essere fatalisti, né razionali, perché quando ripensi a quello che eri vedi un bambino come tanti, ma che come pochi è partito da Battipaglia, scalando mano a mano tutte le categorie della pallacanestro italiana. Una progressione che ti coinvolge e dentro la quale ti perdi, finché un giorno, arrivato praticamente all’apice, non ti rendi conto di essere (quasi) sul tetto del mondo. Allora ti chiedi, “se avessi previsto tutto questo”?

C’è però una vera soluzione a questa domanda? C’è un momento della propria vita in cui ti rendi conto che stai costruendo su un sogno che credevi irrealizzabile il tuo futuro? E se ci fosse, quando arriva questa percezione?

“Mai, ancora oggi è un sogno per me farlo, perché continuo a divertirmi e continua ad essere la mia passione. Ho sempre vissuto alla giornata, senza mai pensare ad una cosa del genere.” Non lo realizzi, non lo avresti immaginato a quattordici anni quando hai fatto il tuo esordio in prima squadra, in una C1 che alla luce dei momenti che hai passato potrebbe sembrare un ricordo di un’altra vita. La realtà però è diversa, la realtà collega indelebilmente il ragazzino di Battipaglia all’uomo che si è giocato le Top 16 di Eurolega, perché senza l’uno, l’altro non sarebbe mai esistito. “Se avessi previsto tutto questo, forse farei lo stesso”, lo disse Guccini e senza rimpianti potrebbe dirlo anche Beppe Poeta.

1952 non è un numero a caso. Non è una data e non sono i punti segnati in una stagione, ma sono i chilometri che separano il centro di Battipaglia da quello di Vitoria-Gasteiz, di fatto la città più importante dei Paesi Baschi, nonché patria del Saski Baskonia, squadra tra le pietre miliari del basket spagnolo ed europeo. Un viaggio già di per sé lungo, ma che ha avuto al suo interno ulteriori deviazioni, ulteriori fermate, che non si limitano a quelle che faresti normalmente in Autogrill per ordinare un Camogli o bere un caffè. Sono le tappe di una carriera, sono le tappe di una vita, perché ormai le due cose si sono fuse in maniera imprescindibile.

Al Baskonia è stato il punto più alto della mia carriera.” Non ci sono mezzi termini per definirlo, non esiste mediazione quando ci si rende conto di vivere un sogno che non credevi si potesse mai realizzare. Non ne vogliano Bologna o Trento, l’ultima e l’attuale squadra italiana di Poeta, ma la Spagna ed in particolare quel livello di basket, sono difficilmente ripetibili.

Non è una cosa che capita tutti i giorni, ma è una cosa che consiglierei a chiunque gioca a pallacanestro e non solo, anche a chiunque voglia fare una nuova esperienza di vita. Ho imparato una nuova lingua, ad approcciare diversamente alle cose, una nuova cultura sportiva, fattori che mi hanno migliorato e completato come persona.” Sembrerebbe impossibile credere che la Spagna sia così più avanti a noi, eppure, almeno sotto il profilo cestistico, è così. Poi nella vita per fare qualcosa di diverso basta semplicemente fare qualcosa che non si ha mai fatto, non serve andare a Vitoria per poter provare questa sensazione, basterebbe una mattina ordinare un cappuccino al posto del solito caffè (o viceversa) e già cambia la tua giornata. Quella stessa identica esperienza però, è irripetibile e a volte vi consiglio di diffidare da chi dice che le grandi cose nascono da piccoli cambiamenti: i piccoli cambiamenti sono solo il punto di partenza, ma l’arrivo è prefissato più in alto, lassù dove non avreste mai pensato di poter arrivare.

Le differenze non sono solo economiche, gli investimenti arrivano con passione e progetti. Inseriscono i giovani in prima squadra e ne sono orgogliosi se poi giocano bene o arrivano anche in nazionale.” I soldi, sì, fanno la differenza. Il loro profumo ammalia le menti, ma ciò che fa arrivare il sangue al nostro cervello razionale e fiscalista non sono i soldi, ma il cuore. Ed è pertanto necessaria una buona dose di cuore, passione e dedizione per arrivare a quel punto. La stessa dedizione che ti porta dal fare 51 punti in serie B italiana ad arrivare nel giro di dieci anni a giocare le Final 16 di Eurolega.

Un salto che, detto così, sembrerebbe un salto nel vuoto. Eppure la maturità sportiva Beppe l’ha conosciuta forse tardi o forse solo nel momento giusto. Negli anni di gavetta ha imparato a costruirsi come giocatore, negli anni a Bologna a convivere con una città che ama il basket e dal basket pretende tanto, così da riuscire a trovare lo spazio necessario nella valigia per controllare la pressione, uno dei più grandi nemici che uno sportivo possa affrontare. La pressione di giocare davanti ai quindicimila tifosi che ti accolgono quando vai a giocare al Palacio de Deportes di Madrid. “Sono stati momenti bellissimi, gratificanti, ma è stato tutto un passaggio graduale. Ho fatto tutti gli step, a Bologna giocavamo sempre davanti ad ottomila spettatori, poi sì, a Vitoria il doppio, ma il passaggio è sempre stato graduale.”

Poeta ha questa grande capacità quando parla di sé, ovvero quella di scomporre e ricomporre la propria felicità nel ricordare quello che la sua carriera gli ha offerto. Da un lato emerge l’anima professionistica, quella moderata, che ti porta a stare con i piedi per terra. Dall’altra ritorna invece il ragazzino di Battipaglia che come tanti ha sognato questo momento nel suo futuro e che ancora oggi fatica a credere di esserci arrivato. Uno spot, ecco cos’è Beppe Poeta, uno spot alla felicità genuina che è dentro di noi, a quella parte irrisolta che Pascoli chiamava “fanciullino” e che credeva fosse l’unica forza motrice per esprimere la nostra arte. E così fa anche Beppe, con quell’aria scanzonata da “scugnizzo” che si perde dietro ad un ciuffo che gli ricade sulla fronte, come a voler dire: “sono serio, ma mica mi prendo sul serio”. E con tanta naturalezza gioca a pallacanestro, fa divertire, ma soprattutto si diverte. Se mi chiedessero cosa voglia dire essere felici, vi direi di chiedere a Giuseppe Poeta.