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Ritratti – Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo? – Maurizio Buscaglia

Esiste una formula matematica per il successo? No, sicuramente no. Allora mi sono sempre chiesto perché, in secoli di Teoremi di Pitagora ed equazioni (la mia conoscenza sul campo si limita a questi argomenti), non si sia mai passato del tempo a studiare come si possa ottenere successo nel proprio mestiere. In parte qualcuno, nel decennio della digitalizzazione e di Facebook e di YouTube e di quante altre piattaforme vi possano venire in mente, ci ha provato, ma ci ha provato perché i meccanismi del successo sono mutati, poiché non sono più i gusti a decidere quanto tu possa essere bravo, ma i numeri che totalizzi. E se è vero che tra diecimila visualizzazioni e centomila passa in mezzo un oceano di persone dimenticate, è anche vero che questo ragionamento non è applicabile a tutti i settori. Ad esempio, anche la pallacanestro si nutre di numeri, di statistiche, eppure non esiste ancora la possibilità di pagare con prepagata Facebook affinché ti dia maggior visibilità, non esiste nessun metodo aritmetico con il quale tu possa progettare e costruire il tuo successo. Maurizio Buscaglia non è un youtuber, né tanto meno un genio della lampada, ma è una persona che certamente ha delle risposte, risposte che una persona comune non ha. Perché Maurizio Buscaglia ha dalla sua l’esperienza, l’esperienza di essere uno qualunque che ora però, è un po’ meno qualunque. Eppure, quando chiedi quale sia stata la chiave del successo, non ti da indicazioni precise, non ti dice “guarda devi fare questo in quel preciso istante”, ma ti dice semplicemente le cose che ti dicono tutti: passione, dedizione, determinazione. Ora, nella mia vita ho sempre detto “facile parlare così per loro che ce l’hanno fatta”, ma visto che tutti (e proprio tutti), a questa domanda rispondone sempre nello stesso modo, sto iniziando a pensare che forse abbiano davvero ragione. Esiste una chiave per il successo? Sì, esiste, ma deve avere quei tre elementi a comporla, altrimenti continuerai a stare seduto nella vasca da bagno, in preda alla depressione, e continuerai a ripeterti “quando arriverà il mio momento?”.

Il momento di Buscaglia, barese trapiantato a Perugia, è arrivato quest’anno, o meglio, ha raggiunto il suo apice in questa stagione. Perché dopo aver dimostrato di saperci fare negli anni di gavetta, l’anno scorso ha guidato la neopromossa Trento a risultati insperati, tanto da meritarsi il premio di Allenatore dell’anno, ed ha poi replicato questa stagione, sia in Italia sia anche in Europa, dove ha dimostrato ancora una volta il suo valore, portando a casa lo stesso premio vinto la scorsa stagione in Serie A, ma, questa volta, in Eurocup.

Si diceva di passione, determinazione e dedizione, ma per emergere servono anche qualità. Talvolta, per riconoscere le qualità di una persona non serve tanto tempo, bastano quindici minuti di intervista al telefono, chiuso nel caos del bar di un università, con il cellulare in vivavoce e l’iPad pronto a registrare. Bastano quei quindici minuti per capire che davanti non hai una persona normale, hai qualcuno con una marcia in più. Talmente in più da non farti fare neanche una domanda, perché con una lunga risposta ha già risolto tutti i quesiti che avresti voluto fargli. D’altronde è un allenatore, Maurizio Buscaglia, un signor allenatore, abituato a vivere di schemi e dialettica, strumenti necessari e fondamentali per tirare avanti uno spogliatoio, indipendentemente dal fatto che si tratti di una squadra di Serie A o di qualche remoto campionato regionale.

Nel momento in cui cominci e hai una passione molto forte e continui con l’intenzione di fare quella cosa lì, in quel giorno lì, vai poco a pensare quello che si potrebbe generare o quello che potrebbe succedere. Hai solo da pensare di fare molto bene la cosa stai già facendo, che è allenare a diversi livelli, costruire squadra e gioco, ma sopratutto crescere e studiare per cercare di fare sempre meglio. Poi la cosa è andata avanti, la passione è diventato un lavoro ed il lavoro ha iniziato a chiedere una certa concentrazione. Diciamo che io me lo sono andato anche un po’ cercare perché le cose non arrivano da sole. Ho sempre cercato di prepararmi, anche quando facevo le serie minori andava a parlare con persone che facevano le serie maggiori, comunque facevo domande, prendevo appunti, mi informavo e guardavo gli altri.” Basta questo? Forse no, anzi sicuramente no, perché altrimenti anch’io, con tutte le volte che ho letto la Gazzetta dello Sport dovrei essere lì a curarne qualche pezzo. La realtà è che questo è un punto di partenza, che serve solamente a guidare le proprie abilità, perché quelle sono necessarie, ad emergere, soprattutto a lungo termine.

“Nell’ordine, le abilità, possono essere: la grande determinazione, la grande voglia e il grande desiderio di andarsi a prendere le cose, fattori che hanno generato la capacità di andare a sopportare anche momenti difficili. Poi, non da meno, c’è la capacità di imparare a costruire dalle sconfitte e non solo dalle vittorie.” E la fortuna? Quella che tutti invidiano quando guardano qualcuno che sta sopra di loro?.

“E poi sì, c’è pure un pizzico di fortuna, soprattutto nel caso di una singola partita. Però questo lo vedo conseguente al lavoro e all’impegno che hai avuto nel guadagnarti una posizione. La fortuna la metto dopo in classifica perché è vero che nello sport esiste, ma in generale è poco considerata. Perché è ovvio che possa farne parte, ma in quel momento sei talmente concentrato sulla determinazione e sulla condivisione di cose che devi avere con gli altri che non ci pensi.”

Soppesa ogni parola Buscaglia, quasi come un novello poeta che conta le sillabe per far quadrare il verso, perché ogni parola è importante, in ogni momento della vita. Che sia un time out decisivo per una partita o semplicemente raccontare ad uno sconosciuto come sia arrivato a quel time out, poco conta. Non è una questione di etica, ma più una sorta di abitudine al perfezionismo, di maniacale controllo di sé stessi prima ancora che degli altri. Così si acquisisce credibilità, credibilità che ti serve a trascinare un gruppo verso mete che nessuno immaginava.

Il mestiere dell’allenatore è complicato, è complicato perché devi dare sempre l’impressione di essere sicuro di ogni cosa, non puoi farti travolgere né dagli eventi né tanto meno dai problemi. Devi, prendendo le parole del Coach, “imparare la sopportazione”, un’arte che ti permetta di lasciare a casa i malumori, affinché gli stessi non si vadano ad accumulare a quelli che già potrebbero esserci in palestra. È tutto un lavoro che trova la sua reale e concreta esecuzione in episodi che non sempre escono alla luce del sole e che non sempre vengono immediatamente riconosciuti. È un duro mestiere, a prescindere dalla categoria in cui lo si faccia.

“Io che ho fatto tutte le categorie posso dire che le problematiche molto spesso sono uguali cambiano i referenti, professionisti sempre di maggior livello che sono in grado di comprendere cose a più alto livello, hanno il mestiere dalla loro, però in realtà a livello di problematiche di spogliatoio sono sempre le stesse. È un po’ come la soddisfazione di vincere il proprio campionato, indipendentemente che sia di A2 o di D.”

Cambiano gli interpreti, ma si mantengono intatte le regole del gioco, ma soprattutto lo scopo per il quale si giochi. In mezzo però, c’è la propria crescita personale: c’è un miglioramento ed anche un cambiamento. Buscaglia questo cambiamento l’ha vissuto anno dopo anno, mano a mano che è salito sempre più di categoria ed ha capito che ci sono sempre delle cose di se stessi che vanno aggiornate, senza però perdere di vista chi siamo e da dove siamo venuti.

Cambiano gli interlocutori, hai davanti professionisti sempre più tali, di culture anche diverse. Però poi ci sono cose come la schiettezza, le cose dette pane al pane e vino al vino, le regole uguali per tutti e il rispetto per le persone, il capire che sì ognuno ha la sua libertà e ognuno ha una sua identità, ma realmente siamo una squadra e quindi un solo linguaggio, tutti fattori che non cambiano. Questo deve essere sempre uguale a qualsiasi livello.”

Come il quadro di Gaugain che da il titolo a questo nostro ritratto: per quanto la vita si sviluppi orizzontalmente ci sarà sempre una figura al centro di tutto che cattura l’attenzione. E questa figura siamo noi, siamo noi in quanto individui che cresciamo e lottiamo per fare in modo di restare sempre in primo piano, almeno in quella che è la nostra storia. Poi ci sono personaggi come Maurizio Buscaglia, che per bravura e per capacità si sono ritrovati a “rubare” la scena anche agli altri. Altrimenti non li considereremmo migliori, altrimenti non sarebbero al posto che occupano.