Ritratti Rubriche

Ritratti – Il “nipote d’America”: Amedeo Della Valle

“Le lezioni non si danno, si prendono.” – La frase è di Cesare Pavese, ma potrebbe essere di tutti, perché come spesso accade quando si parla di vita, certe espressioni non hanno un vero e proprio ideatore, ma è l’esistenza stessa a crearle. Un’esistenza strana quella di Cesare Pavese, una delle penne più illustri del Novecento italiano, un’esistenza contesa tra due terre, così lontane e così abissalmente differenti. Da una parte le Langhe, Santo Stefano Belbo, il paese dove è nato ed un rapporto crudo ed intimo con le colline piemontesi, che nel corso della sua vita metropolitana (a Torino) si sono spesso affacciate. Dall’altra parte poi c’è l’America, quella “vista e sognata in diecimila films” come direbbe Guccini, ma soprattutto quella letta e tradotta nei libri, quella che è diventata per tutti un sogno accessibile grazie anche a Cesare Pavese. Sembrerebbe un personaggio fuori dal tempo, almeno fuori luogo per la storia che stiamo per raccontare, ma la realtà è che ciò che accomuna il mondo sono gli uomini e qui sempre di uomini parliamo.

Amedeo Della Valle, classe 1993, con Cesare Pavese non ha nulla a che fare, almeno dal punto di vista letterario. Eppure entrambi sono nati e cresciuti in quella melanconica fetta di Piemonte ed entrambi hanno un rapporto particolare con gli Usa. Se per Pavese le Langhe erano il rievocativo mondo della sua infanzia, fatto di personaggi vividi e concreti, per Amedeo le Langhe sono il primo punto di contatto con il mondo della pallacanestro. Sono le interminabili partite nel giardino di casa con suo padre Carlo, noto a tutti come il “Marchese”, un playmaker innovativo che già aveva assaporato i grandi palcoscenici della Serie A. Sono le partite in cui inizi a renderti conto davvero che “le lezioni non si danno, si prendono.” Poi tutto inizia ad avvolgerti come un vento di passione che soffia da molto lontano, ma che senti vicinissimo, che senti scorrere nelle vene come il tuo stesso sangue.

Succede che sia proprio tuo padre a staccare due biglietti per una partita di Eurolega, al PalaDozza di Bologna, dove gioca la Fortitudo di Basile e Pozzecco e di un giovincello di San Giovanni in Persiceto che tanto farà parlare di sé. Lo ammetto, anche io ho avuto un colpo di fulmine guardando giocare quella squadra ed è dunque comprensibile che anche il piccolo Amedeo cominci ad avvicinarsi sempre più al gioco anche grazie a quella partita, soprattutto se, forte delle amicizie del papà, riesci a fare un salto negli spogliatoi e ricevi, il giorno dopo la partita, le scarpe di Gianmarco Pozzecco.

Della Valle figlio però non vuole vivere per sempre all’ombra di suo padre, definito da molti “Diamantidis prima di Diamantidis”, un soprannome abbastanza importante. Amedeo è diverso, è ancora da svezzare per quel che riguarda il basket che conta. Così arriva un altro biglietto, staccato sempre da Carlo, che cambierà la vita cestistica del figlio: è l’opportunità più unica che rara di poter far emergere il talento, di poter affinare la tecnica e temprare il carattere. Il campionato NCAA non è solamente la più grande lega giovanile del mondo, o meglio, non è tale solamente per chissà quale astratta concezione, ma perché davvero si lavora per creare le nuove generazioni di fenomeni che partiranno a conquistare il mondo della palla a spicchi.

Credo che per un italiano, anche per il più inquadrato che ci possa essere, il rigore universitario americano possa essere un passaggio difficile della propria vita. Eppure dentro di te sei consapevole dell’opportunità che hai e del fatto che, una volta passate le difficoltà, la strada non può essere altro che in discesa. Ci sono tempi e metodi di allenamento che non possono non farti migliorare e se a questo aggiungi la voglia di farlo, il risultato è pressoché scontato: migliori, per davvero. Della Valle trova la sua dimensione, trova la sua America, non un mito svuotato di concretezza, ma una realtà che restituisce al doppio della sua valutazione la passione ed il sacrificio che gli concedi. Amedeo migliora la sua fisicità, il suo atletismo, affina la sua tecnica, perché possiamo dirne di tutti i colori, ma i nostri allenatori sono preparati sui fondamentali. Non è un caso che a livello giovanile la nostra nazionale sia sempre in lotta per posti ambiziosi, ma non è neanche un caso che il passaggio ai piani superiori, per questi giovani di belle speranze, sia più difficile in Italia di quanto non lo sia altrove. Per questo Della Valle, “il Marchesino”, riesce a fondere le possibilità che gli vengono date con la propria impostazione e predisposizione mentale.

Un anno in High School, alla Findlay Prep, giusto il tempo per mettere a segno il record di istituto alla voce “triple segnate in una stagione”, poi arriva il college. Ad Ohio State fa panchina, non è una delle prime scelte, ma timbra sempre il suo cartellino ed i risultati si vedono. Sono due anni fondamentali per la sua vita, per la sua formazione come uomo. Una mia amica, che aveva fatto una simile esperienza al liceo (con la pallanuoto però), mi disse che un anno laggiù equivale a tre anni qua. Il tempo pare scorrere molto più lentamente, oppure, viceversa, ti sembra di crescere al doppio della velocità. Così arriva il giorno della resa dei conti, il giorno in cui anche il figliol prodigo ritorna a casa, il giorno in cui tutti quelli che lo aspettano si stanno chiedendo se ne sia davvero valsa la pena. L’opportunità è delle migliori: esordisce il 9 giugno 2014 agli Europei U20 con dieci punti mandati a referto nella sofferta vittoria contro la Francia. È solo il primo gradino di una grande scala che porterà al tetto del continente. E Amedeo, il “nipote d’America”, non è solamente un italiano che gioca in NCAA, ma dimostra di essere uno dei migliori prospetti del nostro settore giovanile e che, pertanto, gioca in NCAA. Una prima uscita dal sapore dolcissimo, che diventerà ancor più gustoso quando dodici giorni dopo, in finale contro la Lettonia, Amedeo sarà top scorer della squadra, con 19 punti e verrà eletto MVP del torneo appena conquistato.

Dagli Europei di categoria esce fuori un giocatore consolidato, che ha saputo far ricredere tutti gli scettici. Non esce fuori solamente un grande tiratore dall’arco, ma un ragazzo che, come un uomo ormai fatto e formato, sa assumersi le responsabilità nei momenti più difficili per lui e per la squadra. E questo purtroppo, in Italia, non lo insegnano a scuola, mentre in America sì, perché è proprio quel modello, scolastico prima che sportivo, a far da solo selezione di chi può farcela e di chi no. Lontano da casa, inizialmente solo, non è una vita facile, seppur la facilità di vita arriva come diretta conseguenza del proprio temperamento. Capita infatti che, da semplice esploratore, da semplice innovatore, riesci a diventare un modello per altri che come te custodiscono nel cassetto del comodino il tuo stesso identico sogno. E tu, senza aver fatto niente di straordinario se non aver inseguito un obiettivo, diventi la fonte di ispirazione, il maestro al quale chiedono consigli.

Così, come Pavese fece scoprire all’Italia l’America letteraria quasi per gioco ed un po’ per caso, Della Valle ha fatto lo stesso per il college basket. E se il primo si è trovato davanti all’ufficio una studentessa spavalda di nome Fernanda Pivano con in mano una tesi sul Moby Dick di Melville ed in attesa di un consiglio, il secondo ha trovato alla sua stregua un compagno di squadra più giovane, un tale Federico Mussini, con in mano una borsa di studio della St. John’s University che aspettava di sentirsi dire “Sì, è la scelta giusta!”.

È strana a volte la vita, soprattutto quando si perde nelle sue contraddizioni. Ed è stata contraddittoria la vita di Amedeo, agli occhi di chi la guarda: è uno dei pochi giovani veramente promettenti ed impiegati del nostro campionato, eppure lo diamo ormai per scontato, come se fosse un veterano. Forse perché non siamo abituati a sentire la parola “giovane” accanto a quella “impiegato” quando si parla di Serie A, o forse perché ormai il “Marchesino” non è più tutto questo, non è più giovane né promettente, ma è un uomo ormai, un uomo pronto per prendersi le prime pagine senza suscitare poi troppi clamori. E se questa non è una grande qualità, allora non ho capito tanto della pallacanestro. O della vita.