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Ritratti – Neverland non esiste: Riccardo Cervi

Nella storia antropologica dell’uomo si sono sempre susseguiti ampi dibattiti su cosa voglia dire crescere e quando tale processo possa manifestarsi nello sviluppo di una vita. E se è vero che Platone ritenesse che la natura dell’essere fosse già scritta, è altrettanto vero che lo stesso filosofo ateniese, nella sua classistica divisione dell’umanità, dava a tutti i ragazzi lo stesso grado di istruzione fino al momento in cui i propri caratteri dominanti non fossero venuti fuori spontaneamente. Non vi è dunque, neppure nella più schematica delle scuole di pensiero, un momento preciso nel quale un ragazzo possa riconoscersi definitivamente uomo. Nella nostra società siamo soliti chiamare “maturità” quell’esame di Stato che, una volta completati gli studi superiori, i ragazzi devono affrontare prima di intraprendere il proprio cammino: ma è giusto inscrivere un processo così complesso in una fascia di età così ambigua? Pertanto non si è mai completamente maturi, neppure con un titolo di studio disperso in qualche cassetto (di casa o di un qualsiasi istituto scolastico) né quando nella tua vita puoi dire di aver giocato almeno cinque stagioni tra i professionisti. Questa è la storia di Riccardo Cervi, classe ’91, ma potrebbe essere anche la storia di tutti noi, se alla pallacanestro sostituissimo ciò che nella vita ci rende, per così dire, vivi. Riccardo nasce a Reggio Emilia il 19 giugno del sopracitato ’91 e nella stessa città trascorre i primi ventiquattro anni della sua vita, noncurante del fatto che per quanto lui stesse crescendo (soprattutto in altezza), difficilmente avrebbe realizzato appieno la propria maturità. È una storia senza troppe particolarità, una storia comune, ma è anche vero che nelle storie comuni ci si riconosce la maggior parte delle persone. Forse non ci si sarebbe riconosciuto Pier Vittorio Tondelli, scrittore, classe ’55, che nella stessa città in cui Cervi nacque in giugno, lui morì in dicembre. Tondelli è l’esempio dell’uomo diverso, che cerca nelle disgrazie e nelle deviazioni della vita una via di fuga per l’agognata crescita, una sorta di Peter Pan emiliano, che nella letteratura ha trovato la sua Neverland. Cervi non scrive racconti su eroinomani omosessuali, ma allo stesso modo nella pallacanestro si trova cullato, come se fosse sempre e costantemente a casa. La faccia da ragazzo di provincia, da reggiano che gioca nella Reggiana, lo aiuta ad indirizzarsi verso una strada che però sente sempre più stretta. Giovanili, esordio in Legadue nel 2010, promozione in Serie A due anni dopo, fino alla finale Scudetto dello scorso anno. Una scalata che lo ha temprato, ma che non lo ha fatto crescere. Perciò arriva un momento in cui devi fare scelte importanti, scelte che prima non avresti mai fatto, ma per le quali senti, come una qualsiasi sensazione istintiva, di dover fare.

“Tutti i ragazzi che hanno giocato nella squadra della propria città subito dopo le giovanili hanno una cosa in comune: non sono mai visti come dei veri professionisti, ma come il giovane del vivaio che resta nella stessa squadra.” Arriva dunque una rottura, prima che con seconde o terze persone, con se stessi. Arriva un momento in cui vorresti scollarti di dosso un’etichetta che ti è stata data, che per un periodo ti è piaciuta, ma che arrivati ad un frangente imprecisato della tua vita senti di non volere più. Arriva il momento di cambiare, il momento di crescere. E per farlo non serve nessun voto, ma forse più un volo, con una valigia nella mano e la possibilità di ripristinare la propria reputazione. Questo avviene nella vita comune, ma ancor più si amplifica in uno sportivo professionista. Squadra nuova, vita nuova. E forse ci aggiungi anche un bel “finalmente” per chiudere il discorso. “Non importa quanto corri, ma dove corri e perché corri.” Disse una volta un pensatore boemo di nome Zdenek Zeman, e così come nel campo da gioco, anche fuori l’importante non è la velocità del viaggio, ma la destinazione ed il perché tu la voglia raggiungere.

Per Riccardo tutto parte, come detto, da Reggio Emilia, ma anche un po’ da Sassari. Perché se è noto a tutti che l’ultima partita con la maglia biancorossa della Reggiana sia stata proprio la sfortunata gara 7 contro Sassari, è meno noto invece che proprio contro Sassari Cervi esordì tra i professionisti, l’11 aprile del 2010. Partenza e arrivo, due opposti ai quali però corrispondono sensazioni comuni. “In entrambe le volte è stata una prima volta, la prima tra i pro e la prima volta in finale scudetto. Entrambe emozionanti, anche se la prima chiaramente è stata una partita leggera con zero responsabilità, se non dimostrare di meritare di essere lì. Mentre per la seconda responsabilità tante, anche perché non ero più un giovincello, e poi perché ti stai giocando una finale davanti al pubblico della tua città.”

La chiusura di un cerchio o la rottura di una catena, dipende da come la si voglia interpretare. Arriva così l’estate più importante della vita di Cervi, l’estate della maturità, l’estate dei cambiamenti. Si torna dunque all’interrogativo zemaniano: dove corri? Una chiamata arriva ed è una chiamata che difficilmente si può rifiutare. L’Olimpia Milano non è una semplice squadra e per quanto si possa credere che sia difficile vivere e vincere in quella città, è anche impossibile credere di poter rifiutare una simile possibilità. Riccardo infatti non rifiuta, anzi, si proietta già nel suo nuovo mondo di adulto. Eppure qualcosa va storto, le visite mediche non convincono l’entourage meneghino, malgrado Cervi non sembri accusare sul campo nessun sintomo di ricadute dall’infortunio che qualche mese prima lo aveva messo k.o. Il filo che lo avrebbe unito alla squadra di Giorgio Armani si spezza, così come diventa labile il filo che tiene unite le sue convinzioni di diventare grande. Che sia la scelta sbagliata? Che sia stato un errore voler cambiare la propria situazione? Giovanni Verga a suo tempo ci parlò della “teoria dell’ostrica”, ovvero che qualunque persona cerchi di cambiare la propria estrazione sociale (ed in senso lato, il proprio destino) finisce per essere travolta in disgrazie. Però Cervi non traffica in lupini come ‘Ntoni, uno dei personaggi dei Malavoglia, e nella pallacanestro, se hai delle qualità, prima o poi ti vengono riconosciute, in barba a quello che possa dire un certificato medico. Arriva così una chiamata, una chiamata forse meno prestigiosa, ma non per questo meno importante.

“Sono andato nella squadra che mi ha voluto di più.” E poco importa se i colori siano biancoverdi e se devi trasferirti in Campania pur di trovare una sistemazione, perché quello che conta in qualsiasi rapporto sono i presupposti e la Scandone Avellino, in estate, li aveva ben chiari: puntare su Riccardo Cervi. Così l’eterno giovane di Reggio Emilia ha trovato la sua collocazione in quel di Avellino, alla corte di Pino Sacripanti, che già aveva avuto modo di conoscere in Spagna in occasione degli Europei U20. E come tutti i rapporti che si formano su solide basi, la strada per il successo è sicuramente più spianata. Senza voler fare pronostici azzardati, che non farebbero altro che far aumentare la scaramanzia dei tifosi avellinesi, ci limitiamo a dire che il cammino della Scandone in questo momento è una “sousiana” opera d’arte, con la speranza “spallettiana” (se ricordate lo scambio di battute tra i due tecnici alla vigilia di Roma-Fiorentina) che possa diventare un capolavoro. E tra le mille gettate di colore sulla tela, alcune sono anche merito di Riccardo Cervi, che finalmente è uscito allo scoperto. Come diceva Guccini, “brutta razza, l’emiliano.”