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Ritratti – Non è avere vent’anni: Simone Fontecchio

Credit to: www.bolognabasket.it

Il sogno (realizzabile) di un qualsiasi ragazzo italiano? Avere vent’anni e vivere a Bologna. E se mi contestate l’universalità che ho dato a questa affermazione, allora vi rispondo così. Se non è il sogno di tutti, è almeno il mio. È almeno il mio ed in parte credo sia anche quello di chiunque nella vita abbia vissuto masticando quasi quotidianamente pallacanestro: perché Bologna, oltre ad essere “la grassa e l’umana” è anche e soprattutto Basket City. E poco importa se tu sia per la Virtus piuttosto che per la Fortitudo, perché nei portici si sente un solo vento soffiare, a prescindere da ogni bandiera, ed è il vento della passione. Passione per la vita, passione per la gioventù che brucia le sue serate nei locali in Via Zamboni, passione per gli studi umanistici, passione per la pace che si respira davanti a Santo Stefano ed infine, passione per la pallacanestro. Poi, che la domenica tu vada a Casalecchio o al PalaDozza non è importante, purché tu vada. È impossibile, nella storia recente del capoluogo emiliano, tralasciare il basket con tutte le sue componenti. E poiché parliamo di storie di vita, non possiamo che non parlare di uomini. Questa volta però non vogliamo rivangare il passato, non vogliamo raccontare quello che tutti sanno a memoria. Quest’anno vogliamo parlare del presente, un presente che, risultati alla mano, parrebbe in grande difficoltà rispetto al passato, ma che non ha perso assolutamente il suo entusiasmo. Oggi vogliamo provare a raccontare cosa voglia dire avere vent’anni, vivere a Bologna e giocare a pallacanestro. Magari nella Virtus. E soprattutto come si faccia a fare tutto questo quando ti chiami Simone Fontecchio.

La prima volta che ho visto giocare Simone era quattro anni fa, ad un torneo a Santa Margherita Ligure. Io ero il malcapitato arbitro e lui il giovane in erba che già tanto stava facendo parlare di sé. Dato però che le notizie sul mondo cestistico in Liguria arrivano sempre con qualche anno di ritardo, di lui non sapevo assolutamente nulla. E, seppur da arbitro passai la partita a soffrire le insidie che mi dava il suo allenatore, un tipo temibile di cui parleremo più avanti, non resistetti ad avvicinarmi al referto a fine gara per segnarmi il suo nome. Quello che per me era solo il 20 della Virtus, da lì a poco iniziò a diventare quello che era per tutti da un lontano 1995, ovvero Simone Fontecchio. Inutile dire, perché altrimenti non avrei messo tanta enfasi nel discorso, che quel torneo lo vinse a mani basse, seppur giocasse contro rivali anche di ottima qualità. Rimasi impressionato da quel ragazzo, in grado di essere pericoloso in attacco e letale in difesa, così impressionato che ancora oggi conservo il referto di quella partita. Eppure era solo un ragazzo ed è ancora solo un ragazzo. Un ragazzo normale che però è stato baciato dall’immensa fortuna che tanti come me avrebbero voluto avere, il talento. Un talento che non è nato per caso, perché la genetica talvolta non è un’opinione: però essere figlio di un argento europeo nella corsa ad ostacoli e di una ex azzurra di basket, non vuol dire avere le chiavi del successo garantite. Vuol dire invece avere il supporto di una famiglia quando ti si presentano determinate occasioni che, per quanto apparirebbero irrinunciabili, non sono semplicissime da prendere. Non sono pochi i casi di ragazzi che a quattordici anni sono stati contattati da grandi club, ma che hanno declinato l’offerta per i più svariati motivi famigliari. A quell’età sei più cretino che mai, sei grande per te, ma piccolo per il mondo ed ancora in fasce per i tuoi genitori. La famiglia Fontecchio però conosce lo sport e pertanto non ci ha pensato due volte: quando in quel di Pescara si presentò la Virtus Bologna, il destino di Simone era in parte segnato. “Quando mia madre ha lasciato Pescara per andare a giocare a Vicenza era più grande di me, aveva più di vent’anni. Però ha capito, insieme a mio padre, che se fossi rimasto a Pescara avrei fatto fatica a crescere, perché l’aveva già vissuto sulla sua pelle.” Un sacrificio necessario, per una famiglia che conosce i meccanismi dello sport, quello di lasciar partire il proprio figlio. Figlio che si è ritrovato catapultato in una realtà completamente diversa da quella a cui era abituato, ma che, pur di non perdersi per strada, ha preferito concentrarsi su quelle che fossero le costanti, piuttosto che le novità. Ad esempio, la pallacanestro. “La mia vita è sempre stata la stessa, a Pescara come a Bologna, con l’unica differenza che non c’era la mia famiglia, non c’erano i miei. Inizialmente a Bologna è stato un po’ più complicato, perché quando tornavo a casa da scuola o da allenamento non avevo il piatto pronto od i vestiti puliti, per cui mi son dovuto, già a quindici anni, adattare. In foresteria avevamo una signora che ci cucinava, però ho dovuto imparare a fare il bucato, ma soprattutto ad organizzare la mia vita quotidiana da solo.”

Sono esperienze, esperienze che, per quanto invidiabili, nascondono anche un sacco di difficoltà che nelle valutazioni complessive si tendono spesso ad ignorare. Superati però i mesi di ambientamento, forse anche gli anni, ora Simone Fontecchio non è più un quindicenne davanti al libretto illustrativo di una lavatrice, ma è un ragazzo di vent’anni che vive in una città che, come abbiamo detto, ha nel basket una delle religioni più seguite. Perciò la dimensione di un ragazzo si sposta inequivocabilmente verso nuovi orizzonti, segnati, principalmente, dalla popolarità che il tuo talento ti ha permesso di acquisire. “Giocare a basket a Bologna è un sogno. È fantastico solo il fatto che quando vai in giro tutti ti conoscono, ti salutano, ti chiedono foto o autografi. Da un lato è positivo, però spesso è tutto legato ai risultati. Quando la squadra va bene senti il coinvolgimento, quando al contrario le cose vanno male senti in prima persona le reazioni dei tifosi.” Una favola che rischia però di tramutarsi in un incubo alla velocità della luce, salvo poi ritornare una favola e così via, in un vortice senza fine che solo se ci vivi dentro puoi capire. E solo se ci vivi puoi capire la fortuna che hai avuto e metti persino da parte le tentazioni che Bologna, bastarda come nessuna, ti offre. “Una città come Bologna ha un sacco di tentazioni, c’è sempre qualcosa da fare la sera, però ti rendi conto di essere un giocatore della Virtus e dunque sei facilmente riconoscibile. Poi in una città come questa si tende a parlare tanto e quando la gente parla poi spesso esagera, dunque devi cercare di controllarti.” Sembrerebbe un controsenso, per me, giovane plebeo che vede in un sabato sera a Bologna l’inizio della fine, ma non lo è per chi, come Simone, ha capito che la sua carriera può essere messa a rischio anche dal più banale dei passi falsi, in campo come fuori. Perché Bologna, per un giocatore di basket, è una gabbia dorata, è come il Grande Fratello di “1984” di George Orwell. Bologna ti vede ovunque tu vada.

Il peso delle responsabilità non spaventa Simone, perché d’altronde di responsabilità ci vive, specialmente quando ha il pallone in mano. Perché è inutile negarlo, ma per quanto mi incuriosisca la vita fuori dal campo di un ragazzo proiettato in questo contesto, non posso parlarne senza ricordare che tutto passi inevitabilmente per la pallacanestro. Pallacanestro che come abbiamo visto è un vizio di famiglia (il nonno prima della madre, il fratello prima di Simone), ma che ha anche trovato in altre figure spunti su cui crescere. Una di queste è senz’altro Giordano Corsolini, storico allenatore delle “V nere” e allenatore di Fontecchio durante gli anni di giovanili. Corsolini è una presenza solamente a nominarlo e per Simone è stato più che un semplice allenatore. “A livello giovanile è stato l’allenatore più importante che ho avuto. È stato quello che mi ha voluto a Bologna e che è venuto personalmente a Pescara a parlare con i miei genitori, dopo che già aveva avuto mio fratello. Mi ha aiutato a crescere anche a livello personale, non solo come giocatore. È stato sicuramente molto importante.” Così importante da spaventare me, arbitro modesto, ma anche così necessario per la crescita dei ragazzi di uno dei settori giovanili meglio attrezzati del nostro paese. Un settore che forma prima gli uomini che i giocatori: eppure quando hai qualcosa in più degli altri, fai sempre fatica a restare al passo con la realtà. Inizi a sognare, inizi a credere di poter andare “oltre”. Un “oltre” che non risiede nelle esagerazioni dei tuoi coetanei, ma un oltre che guarda al futuro con una chiarezza che difficilmente avresti avuto in altre condizioni. Perché non è superbo sognare, soprattutto se ne hai le capacità. “Se ce l’abbia fatta, come si dice in questi casi, non lo so neanche adesso, però a sedici/diciassette anni ti accorgi che rispetto ai tuoi coetanei sei ad un livello più alto, però non vai nemmeno ad immaginare la Serie A, dici ora son qua e ci proviamo.” E poco importa se debutti nella massima categoria con un airball, perché in quei momenti non puoi far altro che accomodarti e guardare i tuoi sogni realizzarsi. Il futuro? Il futuro a vent’anni è un’incognita, come a trenta o quaranta che siano e sempre avremo dei sogni nel cassetto che aspettiamo che vengano fuori. Per un giovane cestista c’è sempre quello, quello che tutti ti auspicano quando inizi a far vedere qualcosa di veramente buono. Dopo Bologna, nelle ambizioni di un ventenne medio, c’è solo l’America. E per certi desideri non esiste una data di scadenza. “La NBA è un sogno e per tale rimane e finché non c’è la possibilità concreta credo sia inutile perderci la testa. Bisogna che uno poi riesca a riconoscere i propri limiti. Però di sicuro non mi sento di abbandonarla ed a prescindere da quando mi verrà data, io la aspetto.”

C’è chi sogna di fare il giornalista, c’è chi sogna di giocare in Serie A e poi in mezzo c’è chi ce l’ha fatta. Ecco, Simone Fontecchio avrà solo vent’anni, ma ce l’ha fatta. E per quanto non se la senta lui di dirlo, lo dico io, perché davanti ha solo che una discesa, perché una cosa va detta, il futuro sarà sicuramente dei giovani, ma cosa ci costa provare prenderci anche un po’ di questo presente?