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Serie Z – Chi ci mette la macchina?

A volte, servirebbe proprio la Fata Turchina

Ogni anno lo stesso problema. Tra la scorsa e questa settimana sono cominciati, oltre ai campionati di alta categoria, anche quelli dei poveracci come noi. Anche quest’anno, come ogni anno, squadre di ogni nome e colore sociale si stanno armando per poter inseguire il loro sogno. Che esso si chiami promozione, salvezza o semplicemente la garanzia di poter bere qualche birra con gli amici dopo ogni allenamento, poco importa, perché la routine che segue un campionato non è mai ammorbante e, a prescindere dal conseguimento degli obiettivi prefissati, ogni domenica (o sabato o ogni giorno della settimana in cui si può giocare) si ripetono come consuetudine una serie di eventi ben definiti. Così, tra le bestemmie di incitamento dei più volgari della squadra o i messaggi alle quattro di notte dei non convocati, che festeggiano ovviamente sbronzandosi alla faccia dei compagni di squadra (sempre che essi non abbiano stomaco e fegato d’acciaio per seguirli), il giorno della partita, una settimana sì e una no, è sempre scandito dal tormentone dei più classici che esistano: chi ci mette la macchina?

Ora vorrei fare qualche premessa: io ho sempre vissuto in Liguria e, pertanto, viste le dimensioni della regione alquanto circoscritte, a livello senior non abbiamo mai beneficiato della possibilità di avere più di un girone unico (tranne casi singolari e naufragati nel fallimento più puro). Pertanto è possibile che ogni tanto ti capiti di fare qualche trasferta particolarmente scomoda e che quindi sia necessario che ognuno si armi di un mezzo di trasporto che sia in grado di muovere, nel complesso, dieci giocatori, almeno un allenatore e al seguito borse, borsoni e sacchetti per il rifornimento culinario, vista l’inflazione che ha reso l’Autogrill caro quasi quanto un ristorante stellato. Per quanto riguarda i tifosi, nessun problema, quelli in trasferta non vengono mai. Però ti chiedono sempre: “Mi raccomando, facci sapere subito com’è andata.” Dunque, con il numero della compagine ridotto all’osso si parte da una prima considerazione che viene lanciata dal coach, a circa tre giorni dalla partita. “Ragazzi, con le macchine siamo a posto?”. Inevitabilmente a questo messaggio seguono la bellezza di zero risposte. Nel migliore dei casi passa del tutto inosservato, poiché nessuno dei giocatori ha il coraggio di intervenire nell’immediato, mentre nel peggiore capita anche che arrivi il pirla di turno che se ne esce con la frase tipo “Stasera pizza dopo allenamento?” in maniera tale da sviare la conversazione verso altri e più dilettevoli argomenti. Così, sino alla mattina prima della partenza, nessuno, e dico nessuno, ha apertamente dichiarato se abbia o meno la possibilità di metterci la macchina.

Allora il coach, palesemente innervosito (sarebbe da chiedere a Wathsapp di aggiungere alla lista di emoticons alcune che siano più appropriate alla sua frustrazione, perché le presenti non rendono abbastanza l’idea), ricorda alla squadra i convocati e aggiunge, in separata sede, “Io ho la macchina”. Bene, ora si può scatenare l’Inferno. Da qui partono una sfilza di “Io no” che, in confronto, il ritornello dell’omonima canzone di Vasco Rossi non è per niente ripetitivo. Tutti, dal veterano al ragazzino (che ha quindici anni e che quindi può mettere a disposizione al massimo un vecchio Zip 50 con motore 100), sino al dirigente accompagnatore, il quale palesa la sua presenza nel gruppo solo in questa circostanza. Che poi se non ce l’ha lui che è l’accompagnatore, chi dovrebbe avercela? Comunque, a questa coralità, il coach non si scompone, mantiene la sua naturale e allenata pazienza e decide come operare alla controffensiva. Trenitalia, orari, screenshot, condividi, Whatsapp. Sono mosse semplici, lineari, basiche, ma sortiscono un effetto di terrorismo mediatico che dovrebbe essere seriamente preso in considerazione dal ministro Lorenzin. Così, pian pianino, qualcuno comincia ad azzardare un “Chiedo a mia sorella/moglie/madre/suocera”, qualcuno se ne esce con “Io dovrei avercela, però non ho voglia di guidare” oppure al più classico dei “Io ce l’ho, ma ho solo un posto”. La strategia dell’allenatore funziona, sicuramente meglio della Princeton Offence che ha provato a studiare per la squadra durante l’estate. Insomma, il terreno è spianato per l’ultimo colpo, quel buzzer beater che, a mezz’ora dalla partenza, salva il culo a tutti dalla scomodità del seggiolino di un treno regionale. “Grazie, ovviamente il viaggio è rimborsato.”

Con questa frase si aprono le porte del Paradiso. Così, al punto di ritrovo, ecco un caravan cinque stelle, tipo quello di Robert De Niro in “Ti presento i Miei” (o “Mi presenti i tuoi”, me li confondo sempre). Da esso, ne scende il capitano, che per calarsi nel ruolo indossa persino un cappello da marinaio con tanto di gradi sulla tuta della società. E, soddisfatto, esclama: “L’ho affittato. Tanto il viaggio è rimborsato, vero?”

Scherzi a parte, visto da fuori, la colletta dei mezzi prima di ogni trasferta è sempre un momento di particolare divertimento e forse è anche questo che serve a rendere una squadra quella bellissima di accozzaglia di barbari che è, quell’agglomerato di umanità sudata che ha la forza ogni domenica di mandare tutti al diavolo e farsi anche due ore di viaggio (all’andata, perché il ritorno dura sempre il doppio) purché si vada a far rimbalzare la palla sul parquet. Poi, inevitabilmente, la partita finisce 75 e 39 per gli avversari, ma che problema c’è? Ci siamo divertiti. E parecchio. Come sempre.

N.B. Sconsiglio, se non vieto, vivamente la lettura di questo pezzo a tutti quei giocatori che giocano in società così attrezzate da avere un pulmino societario. Siete solo dei borghesi sofisticati. E noi non vi invidiamo per niente.

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