Non chiamatele Minors Rubriche Senza scadenza

Serie Z – Cosa passa nella testa degli arbitri arroganti?

Chris Paul

Lo so, perché lo sono stato. È complesso da accettare, perché in realtà nella vita non sono mai stato così “spocchioso”, eppure quando indossi quella divisa ti senti un custode della verità assoluta e perdi contatto con quello che ti circonda. Dalla mia però, devo ammettere, di non esserlo sempre stato. Ho incontrato colleghi che, invece, di questo stile ne hanno fatto un dogma e vivendo a stretto contatto con loro, con quel mondo e, soprattutto, con me stesso, ho capito in parte perché l’arbitro medio dei piccoli campi di provincia abbia questo atteggiamento. Sono alcune le ragioni ed ognuna ha, più o meno, il suo senso di esistere. Diciamo che il giocatore tipico ama l’arbitro come il “doppiafilista” (wow, neologismi a go go) cronico ama i vigili urbani. O meglio, come tutti noi esseri umani amiamo i vigili urbani. E fondamentalmente il paragone è azzeccato, perché l’arbitro regionale vive proprio nella stessa mediocrità del vigile urbano. Ha la pistola come un carabiniere, ma potrebbe essere riempita ad acqua che tanto non dovrà mai ricorrere al suo utilizzo. Ha la divisa, ma che vuol dire, anche le spogliarelliste la usano (solo che poi se la tolgono). Ha il fischietto, ed è quello che inizia a farti venire strani presagi, perché quando lo senti squittire, sai che c’è qualcosa che non va. Infine, il vigile urbano, ha quel blocco di foglietti in carta carbone, metà bianchi metà gialli che, a prescindere dalla ragione e dal torto, ti farà comunque bestemmiare. Ecco, l’arbitro è così, e più è arrogante, più ti farà pesare il fatto che tu, quella partita, potresti anche non finirla e se, per grazia, la finirai, sarà solo per merito suo.

Quest’arma che gli uomini grigi possiedono ha una sua minuscola ragione di esistere. Perché effettivamente, anche il giocatore o l’allenatore esagera nell’essere arrogante e l’arbitro utilizza semplicemente lo stesso mezzo per difendersi. Ecco, questo però non succede sempre, perché se è difficile sapere se sia venuto al mondo prima l’uovo o la gallina, nella pallacanestro ogni cosa ha la sua determinata collocazione e gli stronzi saltano sempre fuori per primi. E purtroppo, molte volte, gli stronzi sono proprio gli arbitri (come ero io). Nella vita ti può capitare di incontrare persone con lo stesso atteggiamento, ma che, per chissà quale dono del signore, possono anche permettersi di farlo. Hanno una conoscenza tale e conclamata che tu non puoi fare altro che stare a sentire tutti i loro autoelogi e devi sopportare (ingiustamente, ma non sai come controbattere) tutti i loro atti di pseudo-bullismo. Ecco, l’arbitro arrogante tipo, il novanta per cento delle volte, non ha questi requisiti. E quello che ti fa incazzare, da giocatore, e che ti fa iperincazzare, da allenatore, è che tu sei spalle al muro di fronte ad una persona che consideri, nel tuo campo, nettamente più ignorante di te. Perché non è questione di sapere la teoria, non è nemmeno questione di sapere la differenza tra un blocco cieco ed uno stagger o via discorrendo, è semplicemente questione di capire che le dieci persone che hai davanti stanno Giocando a pallacanestro, per davvero, non in linea teorica.

Eppure l’arbitro arrogante si aggira per il parquet come se fosse il responsabile di sala del ristorante di Cracco, con la stessa audace noncuranza delle conseguenze delle sue pessime azioni. Io, personalmente, mi sono sempre salvato, perché ho sempre velato la mia cafonaggine con una patinata ironia che, se percepita, ti placa le ire (al contrario, se non capita, viene presa come la peggior presa per il culo possibile) ed in parte anche perché ho sempre guardato la pallacanestro dalla parte di chi la mantiene viva, non dalla parte dell’ausiliario del traffico. Però, soprattutto quando ho pensato per un attimo che avrei potuto far carriera col fischietto in bocca, mi sono accorto di un particolare giusto, ma al contempo struggente. Alla tv, sui campi nei quali non ero coinvolto direttamente o in qualsiasi angolo del mondo in cui si parlasse di basket, io ero lì, in prima linea a guardare l’operato dei miei “colleghi”, a giudicarlo con la stessa erre moscia di Graziano Cesari durante la moviola del lunedì. Ebbene, quando mi sono reso conto di tutto ciò, ho perso la passione (complice anche il fatto di esser stato trombato un paio d’anni, ma questi sono segreti di Pulcinella/Fatima dei quali non vorrei parlare). Perché io non sono mai stato così, eppure lo ero diventato. Ero stato portato da quel finto potere ad esserlo. Ora però sono pulito, posso tornare a parcheggiare il motorino sul marciapiede.