Serie Z – Quando ero un professionista

Se oggi il mio nome lo leggete solamente scritto in calce a questo articolo o nel referto di qualche vecchia partita di serie minori, allora vuol dire che di successo, almeno sotto l’aspetto del gioco, non ne abbia avuto poi tanto. Sicuramente non ho mai strappato nessun contratto e nessun tifoso mi è mai venuto a pregare di restare quando, a sedici anni, ho deciso di cambiare squadra. Allora perché ho scelto questo titolo, se non ho mai ricevuto un euro per giocare a pallacanestro – se si escludono le elemosina per la penosità del mio tiro da tre punti?

Perché c’è stato un momento della mia vita in cui la pallacanestro è stata effettivamente il mio lavoro. Mi occupava parte della mia giornata, mi occupava la mente, il corpo e, in un certo senso anche il mio portafogli. Per capire quando, bisogna però rifarsi ad un tempo remoto e, considerando i miei soli ventitré anni, bisogna tornare indietro di molto, quando di primavere ne contavo appena cinque o sei – sempre che sapessi già contare allora. È una storia personale, ma credo che possa essere collettiva se, con la forza dell’immaginazione, si torni indietro nel tempo.

Il tempo in cui i palloni non erano ancora così pesanti e la preparazione fisica consisteva in tre o quattro turni di “celai” – credo sia questa la trascrizione corretta – o del celeberrimo “pescatore” – declinato anche in varianti versioni regionali. Erano i giorni in cui andavi in palestra con lo zainetto, già cambiato, con la maglia da gioco e, sotto, quell’oscena canottiera bianca di cotone, che segnava la tua sottomissione al volere dell’establishment – tradotto: la mamma. Erano i tempi della bottiglietta d’acqua, del “possiamo andare a bere”, i tempi, insomma, in cui tutto è cominciato. Ed essendo tutto ancora da scoprire, il mondo sembrava magnifico, sembrava florido di speranze da coltivare. Avevi nella testa il recondito sogno che, un giorno, questo sport sarebbe diventato la tua vita. Così, alle quattro e venti imbracciavo la mia sacchetta delle scarpe e saltellavo da casa alla palestra, immaginando un giorno di fare quello stesso percorso in compagnia di fotografi e fan accaniti. C’era un potere, attorno al rituale dell’allenamento, che non esisteva altrove. Perché andare a scuola era una rottura, il catechismo non ne parliamo, ma andare a giocare a basket no. Era mettere un mattoncino sul proprio successo da giocatore. Ammettiamolo, erano giorni in cui ti impegnavi a fare il terzo tempo di sinistro, perché ancora speravi che servisse a farti migliorare.

Com’è ovvio che sia, nell’assoluta novità, ogni evento significativo che compievi era un record. Il primo canestro, la prima partita, il primo punto, ogni dettaglio andava a completare sia il tuo palmarés mentale – da un primo canestro senza testimoni alla firma coi Lakers il passo era breve, nella tua testa – sia pure un motivo d’orgoglio, con il quale, gongolante, tornavi a casa e facevi notare a tutta la famiglia. Così, avvenimenti topici della mia prima vita cestistica si accostano nella mia memoria ad altri, quali comunioni o affini, sia perché fondamentali per me sia perché, alla pari del topolino con i denti da latte, passava sempre la mamma con un regalo. Ricordo una volta, reduce credo da un canestro in partitella, che mia madre si presentò con una quantità smisurata di pacchetti di carte dei Pokemon. Inutile dire che la felicità di aver quasi finito la collezione mi abbia fatto scordare il vero motivo per cui avessi ricevuto quel premio. Eppure ricordo che fu davanti alla palestra, ancora sudato per aver sgambettato per il campo. Insomma, ero un professionista ormai.

Non so quando realizzi veramente che tutte le tue ambizioni sportive siano concrete o banali utopie. Non intendo il periodo nitido per tutti, perché è facile dire “a quindici anni, quando passavo più tempo in panchina che in campo”. Intendo il momento in cui nella tua testa scatta la scintilla e ti rendi conto che il basket, il tuo sport, sarà tuo per sempre, anche se in maniera diversa da come lo avresti voluto. Io ricordo facilmente la mia ultima lettera a Babbo Natale, ma devo sforzarmi per ricordare il momento in cui ho capito che avrei potuto amare il basket pur senza diventarne un simbolo internazionale. Paradossalmente, ad oggi, ricordo più la passione che avessi da bambino, di quanto non episodi specifici della mia carriera. Ovviamente non mi rivolgo a chi, sino all’ultimo, ci ha sperato. Perché io ero e sono scarso e basso, quindi sotto l’aspetto tecnico fu chiaro in fretta che non avrei mai fatto faville. Però devo scavare nella memoria e cercare bene di distinguere il gioco dalla speranza, perché infondo, sino ai dieci anni (?), lo sport è principalmente speranza, illusione, utopia.

Avevo dodici anni, cominciavano a fare le prime convocazioni per le selezioni giovanili. Ricordo che accolsi la chiamata alle pre-selezioni con enfasi da vittoria – solo dopo scoprii che, ai primi incontri, è l’allenatore della tua squadra a mandarti – e mi presentai all’allenamento con la voglia di fare la differenza. Ero lento, abbastanza tecnico, ma irriducibilmente nano, eppure ci credetti e tornai a casa consapevole di aver fatto la mia modesta figura. Ovviamente, al secondo appuntamento non venni chiamato, a discapito di altri che, sino a quel momento, credevo al di sotto di me. Forse sapevo già da qualche anno che non sarei mai arrivato da nessuna parte, eppure penso sia quello il preciso istante in cui ho smesso di crederci. Eppure, ricordo anche che il giorno dopo in cui mia madre mi comprò le carte dei Pokemon, ricordo che andai a scuola con il mio nuovo mega-mazzo e qualche bastardo mi rubò Charizard. Forse avrei dovuto capire che quello era un segnale di ciò che sarebbe successo qualche anno dopo.

Forse avrei dovuto, ma oggi, più di dieci anni dopo, pagherei oro per avere ancora quella fantastica speranza che il basket mi ha offerto. Pagherei ancora per avere gli stessi occhi ingenui e con quelli guardare al futuro. Pagherei nel rileggere queste righe e provare il brivido, poco prima di fare click su “pubblica”, di dire “diventerò il più grande giornalista del mondo”. In realtà lo faccio ancora, però a sei anni nessuno ti avrebbe preso per cretino, ma soprattutto nessuno avrebbe potuto toglierti la favola che ti eri costruito. Tra dieci minuti invece, quando avrò smesso di sognare – e da bambino non smettevi mai – ritornerò alla realtà, leggerò un articolo più bello del mio e nella più assolata delusione mi porrò delle domande senza risposta.