Non chiamatele Minors Rubriche

Serie Z – In ginocchio!

14718604_1426300597399977_6475056800942504269_n

“Guarda il lato positivo Mattia, almeno ora si può fumare in palestra.” Lo so, parrebbe banale, ma è l’unico pensiero di senso compiuto che sono riuscito a maturare passeggiando distrattamente per quel che è rimasto del campo in cui sono cresciuto. Recco, Genova, Italia (lo scrivo così, almeno sembra un’importante città americana). È venerdì 14, nemmeno alla sfiga possiamo appellarci. Nel giro di un quarto d’ora, in tutta la zona che va da Genova a Sestri Levante, si è abbattuta una sorta di ira di Dio 2.0, un cataclisma, forse meno perpetuo di altri che abbiamo avuto, ma che, nei suoi dieci minuti di furia, ci ha lasciato in ginocchio più di altri episodi di pioggia torrenziale. È risaputo ormai, da qualche anno a questa parte, in questo periodo, la Liguria diventa lo zimbello della natura e ogni anno succede qualcosa che ci faccia urlare allo scandalo, che ci faccia piangere e muovere in parate solidali. Gli altri anni ci sono stati più danni, è vero, ci sono stati altri impianti devastati dal maltempo, ci sono state vittime, eppure questa volta è diverso, almeno per me. Questa volta mi ha toccato da più vicino di quanto potessi prevedere. Una palestra, la mia palestra, la nostra palestra, neutralizzata, carbonizzata dalla forza della natura.

In tutta sincerità, in molti avranno esultato alla notizia del disastro. Come possiamo biasimarli d’altronde: forse è più bella ora scoperchiata e ridotta a piscina di quanto non fosse prima, chiusa da un telo instabile che ne ha sempre rese instabili le condizioni di gioco. È sempre stato uno degli scempi dell’architettura sportiva della mia zona, nonché una maledizione per tutti coloro che ci sono venuti a giocare da avversari: almeno quattro microclimi si generavano al suo interno, passando dal caldo sahariano all’umido amazzonico, sino al freddo polare o ad un più mite clima continentale. Insomma, quella palestra era una lezione vivente di geografia fisica, ma, tutto sommato, era la nostra palestra. Era quello che avevamo, quello di cui proprio non si poteva fare a meno. Perché l’alternativa era cambiare sport, oppure migrare verso lidi più prestigiosi (le città limitrofe, con gioia di genitori ridotti a tassisti). Quello che resta, ora, è uno scheletro di ferro, come la lisca di un pesce, e una situazione di inagibilità che chissà quanto durerà. Eppure, dietro alla passione di chi ci giocava e dietro all’odore angusto di sudore rappreso (ogni tua molecola dispersa, si dice, potesse resistere in quella sfera rarefatta anche per una ventina di anni), c’è una società, la Pro Recco Basket, che da vent’anni a questa parte ha da dire la sua in ogni campionato, malgrado la mediocrità delle strutture ed il bacino di utenza di cui gode la città. Vent’anni, dal 1996, che la piccola Pro Recco riesce a portare, ogni anno, almeno una squadra giovanile tra le prime quattro di categoria ed ha una prima squadra, completamente autoctona, che fa la spola tra serie C e D. Nessuna Eurolega, nessun campionato Nazionale, ma sempre e solo il meglio in ciò a cui si può aspirare. Senza troppi clamori, se guardaste gli almanacchi del bistrattato basket ligure, da vent’anni troverete il nome della Pro Recco a gradini ben superiori rispetto a quelli di realtà forse più fortunate, ma sicuramente meno vincenti. Siamo onesti, una piccolissima parte del merito di tutto questo, è stata proprio la nostra palestra, il cosiddetto fattore campo. La palestra di Via Vecchia Vastato o, come hanno autoironizzato sui social i ragazzi della prima squadra, Via Vecchia (De)Vastato. Una roccaforte, maledetta da tutti, ma una vera e propria casa.

Lasciamo da parte il cuore, se possibile, e cerchiamo di parlare con qualche concretezza. Ora che si fa? La premessa che sopraggiunge è una sola: saranno almeno cinque anni che il telo, che un tempo chiamavamo “pallone”, era sempre più simile ad uno scolapasta. Ed in questi cinque anni si sono susseguite promesse che, come spesso accade, non sono mai state mantenute. dall’ipotesi di un grande palazzetto multisportivo ad un riadattamento della struttura, non ha mai mosso un dito nessuno, se non per rattoppare squarci oramai irreparabili. Così, dopo l’ultima proposta arrivata in estate, ci ha pensato la natura ad allarmare chi di dovere che, forse, le cose non stavano in piedi per solidità, ma più per miracolo. Dunque si è arrivati alla tragedia e non servono morti o feriti perché si definisca tale. È una tragedia perché una società ora si ritrova priva della propria base operativa, si trova derubata della propria sede e così anche del principale mezzo di sopravvivenza della stessa. Ed il problema non sarà tecnico (non si allenava Iverson, figurati se ne abbiamo bisogno noi “minors” o, tradotto, noi minorati), ma solamente logistico. Ora bisognerà mobilitare altri impianti, altri comuni, e sperare che questa tempesta non abbia spazzato via, oltreché il campo, anche la fede che si ha per questo gioco. E non parlo dei più grandi, quelli sono in prima linea pronti a rimboccarsi le maniche. Parlo dei bambini, di coloro che ogni pomeriggio rumoreggiano dentro la palestra, di quei bambini che giocano a basket e di cui il basket ha bisogno, sia economicamente sia eticamente. Come ci si risolleverà? Da quali basi ripartiremo? Ma soprattutto, quando avverrà tutto ciò?

Passeggiando affranto per il campo, tra pozze d’acqua e resti di fogliame, mi sono fermato a guardare il tabellone elettronico che segna punti e tempo. Era là, spento e melanconico, coperto alla bell’e meglio, nel vano tentativo che non si fosse bagnato abbastanza da rompersi. Sembrava un cane arrabbiato dopo il bagno, che con la coda tra le gambe se ne sta seduto a leccarsi la schiena. Per un secondo mi è parso fosse vivo, mi è parso mi stesse chiedendo aiuto o, semplicemente, mi ponesse la stessa domanda che ci siamo posti tutti. Perché proprio a me? Perché proprio a noi?

Aggiungi un commento

Clicca qui per aggiungere un commento

Rispondi