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Serie Z – Un nuovo inizio

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Eccomi qui, ventitré anni, una sottospecie di laurea in tasca, seduto a contemplare i panorami montani della Valle d’Aosta, luogo economico in cui spendere i miei pochi giorni di vacanza prima di cominciare una nuova avventura della mia vita. Mentre siedo sul gradino della porta di casa, perso a capire se quello che mi impedisce di guardare a fondo valle siano i miei occhiali appannati o una sottile nebbia diradante, scorro con il dito sul mio smart-phone, spulciando minuziosamente la mia bacheca di Facebook. Tra un video sul ritiro di Garnett, un post sul ritiro di Garnett, un’esegesi per commemorare il ritiro di Garnett e tante altre belle cose che il mio migliore amico digitale mi propone, non posso che non soffermarmi difronte agli innumerevoli messaggi di chi, in un modo o nell’altro, si appresta a cominciare la sua nuova stagione cestistica. Dagli scatti dei più improbabili spogliatoi, sino ad arrivare alle scarpe appena comprate, chiunque nel mio collettivo di amicizie più o meno sincere, ha voglia di ricordare al mondo di come sia in trepidazione per la pallacanestro. Sì, è vero, ho smesso di giocare da così tanti anni che ormai non ricordo nemmeno più come si faccia, eppure, dal giorno in cui ho smesso, ho sempre avuto un pretesto che mi legasse comunque al basket giocato. Al basket vero, genuino, quello per cui il novanta per cento di noi può ambire: diciamocelo chiaramente, sono molto belle e appariscenti le paillettes del mondo patinato dei professionisti, ma non fa proprio per tutti noi. E noi, siamo indubbiamente la maggioranza.

Tornando alla realtà, come dicevo, malgrado il mio prematuro addio al basket giocato, ho sempre fatto qualcosa che mi ricordasse perché ami questo sport. Scriverne è solamente un passatempo, poiché tra arbitraggio, minibasket e aiuto-allenatore (abusivo, perché ero comunque arbitro), mi sono sempre messo a mio agio, affinché mi sentissi ancora parte integrante del gioco. Invece quest’anno, complice un trasloco in quel di Torino per motivi che ancora devo scoprire (alla famiglia ho detto studio, ma non so quanto ci credano), ho deciso di prendermi un anno sabbatico. In primis perché di arbitrare mi sono, scusate il francesismo, letteralmente rotto i coglioni: è un mondo strano quello degli arbitri, capace di farti andare e venire la passione con la stessa velocità con cui Adinolfi potrebbe mangiare un piatto di carbonara. Verità a parte, o sei portato a certi atteggiamenti meschini o sei un fenomeno, e allora la voglia divampa, oppure se sei nella bellissima mediocrità dorata di cui faccio parte, dopo qualche anno ti stanchi di subire insulti per una decina di euro all’ora. Così ho lasciato fischietto e divisa ben tranquilli a casa e ho deciso di smettere. Sul capitolo panchina, ultimo baluardo della mia permanenza nel basket, ci sono due inconvenienti. In primo luogo non ho la tessera allenatore, pertanto credo manchi un elemento basico sul mio curriculum, secondariamente, seppur posseggo invece quella da istruttore, i tempi per il trasloco mi hanno fatto slittare a fine settembre, dunque troppo tardi per cominciare seriamente una stagione dal principio. Tutte queste tedianti manfrine sulla mia vita però, hanno una loro ragione i esistere, ovvero introdurre un concetto che vorrei fosse chiaro per tutti. Amici, conoscenti, estranei che ostentate la vostra gioia per la stagione in procinto di cominciare, ricordatevi che vi odio, vi odio tutti dal profondo del mio cuore. Io vi odio, ma vi amo però (semicitando i Baustelle) perché giuro che osserverò avidamente ogni vostro post intriso di retorica cestistica, perché fondamentalmente senza pallacanestro, la Nostra pallacanestro, non ci so stare. È ormai parte integrante della mia vita e non credo che un anno, o forse due, senza di essa basteranno a farmela scordare. Perché ormai il basket è diventata una lente tramite la quale io filtro la realtà che mi circonda, motivo per cui mi risulterebbe impossibile non concepire un concetto, di qualsiasi genere esso sia, che prima non passi per un confronto con il mondo della palla a spicchi. Così ho deciso, quest’anno basta con i grandi nomi, con le interviste (gratificanti) ai personaggi più disparati della Serie A, perché quest’anno si riparte da Zero, dalla Serie Z, la serie che, nel bene o nel male, è il massimo a cui possiamo aspirare.

Buona stagione a tutti.