Shoe Game Story: Starbury, L.A. Gear e Dada, le tre marche dimenticate, nel bene e nel male

Nelle otto puntate precedenti ho sempre parlato di marchi importanti o di modelli che hanno fatto la storia del mondo delle sneakers ma oggi ho deciso di cambiare rotta e parlerò di alcuni modelli e alcuni brand caduti velocemente nel dimenticatoio o che, in alternativa, sono entrati nella storia per motivi tutt’altro che positivi. Signore e signori, oggi parliamo di loro, i dimenticati e i dimenticabili: Starbury, L.A. Gear e Dada.

STARBURY

Partiamo questa bella carrellata con un marchio indipendente creato da un giocatore dei New York Knicks. Se avete pensato alla Ewing Athletics, il marchio di Patrick Ewing, vi sbagliate di grosso per prima cosa perché era un marchio di qualità e conosciuto, seconda cosa perché ne abbiamo già parlato in una precedente puntata (clicca qui per leggere l’articolo). In questo caso parliamo di Starbury, il marchio indipendente creato da Stephon Marbury ai tempi dei Knicks, precisamente nel settembre del 2006. Marbury non ci mise molto per debuttare con il primo modello chiamato The Starbury One (foto sotto), una scarpa di certo non entusiasmante ma l’idea era di creare una calzatura che tutti i ragazzini potessero comprare, il prezzo infatti era inferiore ai 15 dollari quindi davvero abbordabile.

The Starbury One (1)

Marbury era cresciuto in una povera famiglia di Brooklyn e ha sempre ricordato quanto fosse difficile per lui trovare un paio di scarpe a buon mercato, ecco perché ha deciso di creare una linea di prodotti a basso, bassissimo costo per tutti i ragazzini che, come lui, volevano assomigliare alle star della NBA ma non potevano permettersi un paio di Nike o di Air Jordan. Marbury ha più volte detto in diverse interviste le seguenti parole: “le mie scarpe non differiscono per nulla da quelle prodotte da marche come la Air Jordan, se tagliate in due le mie scarpe o un qualsiasi altro modello dal prezzo superiore ai 100 dollari vedrete che non ci sarà alcuna differenza”. Dopo diversi studi si è giunti alla conclusione che i modelli della Starbury erano ovviamente costruiti con materiali non ugualmente pregiati rispetto alle sneakers più costose ma questo non significa che il rapporto qualità/prezzo non fosse ottimo, le scarpe infatti erano comode e riuscivano a durare per parecchio tempo anche se utilizzate molto di frequente.
Il progetto di Marbury trovò subito molti consensi anche da parte dei suoi colleghi cestisti tanto che il suo amico Steve Francis ha più volte usato un paio di Starbury per giocare sui parquet NBA. Quando fu il momento di scegliere un uomo immagine per il marchio però Steph decise di non cercarlo in NBA ma scelse Luis Da Silva, noto ai più come Trikz, una vera e propria leggenda del basket giocato in strada e conosciuto come “il miglior ball-handler del pianeta”. Personalmente approvo molto questa scelta, un ragazzo di strada che crea prodotti per ragazzi di strada non poteva farsi rappresentare da un’atleta milionario, ecco perché la scelta della “street legend” è secondo me perfetta. In ogni caso Marbury riuscì a trovare anche un uomo immagine anche in NBA in Ben Wallace il quale giocò gli ultimi anni di carriera con ai piedi un paio di Starbury Big Ben (foto sotto).

Starbury Big Ben (2)

Col tempo Marbury continuò a far crescere l’azienda, dopo un primo anno con all’attivo 50 prodotti infatti passò agli oltre 200 modelli originali (tra scarpe e vestiario anche non da basket) del 2007 (foto sotto di alcuni modelli), il tutto senza mai tradire la sua politica aziendale secondo cui un prodotto non poteva mai superare i 15 dollari di prezzo anche se dal 2009 l’azienda si bloccò e non produsse quasi più nulla. I prodotti Starbury erano particolarmente belli? No, così come non erano particolarmente pregiati, eleganti o innovativi ma creare una linea con quasi 300 modelli originali tra scarpe e vestiti tutti sotto i 15 dollari di prezzo è davvero un’ottima iniziativa. Bravo Steph!

Starbury carrellata (3)

L.A. GEAR

Dato che a noi l’ordine cronologico non interessa lasciamo la metà degli anni 2000 per dirigerci alla metà degli anni ’80 per scoprire una marca che in quel periodo stava crescendo a dismisura e rischiava di diventare il marchio più conosciuto e acquistato d’America: L.A. Gear. In questo momento sono certo che le vostre facce si stanno corrucciando e dalle vostre bocche sta uscendo la ovvia frase “L.A. Gear?! E che roba è?” ma non temete, sono qui apposta per spiegarvelo. L.A. Gear era un brand nato nel 1979 che a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 si era fatto un nome per aver lanciato modelli concorrenti ad altre marche, spesso simili e a buon mercato. Vi faccio un esempio: la Reebok faceva uscire le Pump? La L.A. Gear rispondeva con le Regulators (foto sotto con Reebok a sinistra e L.A. Gear a destra).

LA Gear Regulators & Reebok Pump (4)

La Nike o la Air Jordan usciva con un nuovo modello? La L.A. Gear rispondeva prontamente con un paio della linea  Catapult o della linea Flak, a questo proposito non ditemi che i due modelli di L.A. Gear presenti qui sotto in foto non vi ricordano qualcosa, diciamo anche un paio di modelli il cui logo rappresenta un omino intento a schiacciare.

LA Gear Nike & Jordan look like (5)

Ma allora come ha potuto avere successo un marchio che si basava sulla creazione di copie di modelli più famosi? Principalmente per due motivi, il primo si chiamava L.A. Gear Lights e il secondo erano i testimonial. Partiamo con le Lights. Le L.A. Gear Lights (foto sotto) erano scarpe innovative, era infatti uno dei primi modelli ad avere la presenza di luci a LED sulla tomaia, di solito sul tallone, una cosa abbastanza nuova per il 1992 specialmente perché gli altri modelli ad avere questa particolarità erano creazioni di piccole botteghe indipendenti e non venivano vendute nei grandi negozi, ecco perché l’idea di L.A. Gear di portare tali prodotti in un mercato “mainstream” fu eccezionale. Questa scarpa fu un fenomeno sul mercato, specie nella sua versione per bambini che riuscì a vendere più di 100 milioni di paia in poco tempo solo negli USA.

LA Gear Lights (6)

Passiamo ora ai testimonial. Grazie al successo delle Lights la L.A. Gear iniziò ad avere il denaro che firmare nella sua scuderia personaggi importanti come Wayne Gretzky, in poche parole il Michael Jordan dell’hockey su ghiaccio, Joe Montana, uno dei più grandi quarterback della storia della NFL, ma anche Kereem Abdul-Jabbar, Karl Malone, Hakeem Olajuwon e un cantante di nome Michael Jackson che almeno un paio di album dovrebbe averli venduti. Non ci credete? Guardate questo spot.

Con nomi del genere a rappresentare il marchio il successo era assicurato. Siamo sicuri? Non proprio, la L.A. Gear infatti non riuscì a creare molti modelli dedicati ai suoi atleti di punta, ne creò solo uno a testa, inoltre in breve tempo Gretzky, Montana e Abdul-Jabbar si ritirarono mentre Olajuwon passò a Spalding, inutile quindi dire che L.A. Gear dovette affrontare un periodo davvero difficile a cui si poteva sopravvivere solo con idee innovative che però questo marchio non aveva mai avuto, ecco perché chiuse per bancarotta nel 1998. Nel 2003, nel 2005 e nel 2009 la L.A. Gear ha provato a tornare sul mercato riproponendo i suoi modelli storici ma nemmeno la voglia di vintage degli anni 2000 ha saputo risollevare questo marchio dal baratro. A me però piace ricordarla così, con modelli molto discutibili ma pur sempre ai piedi di leggende come Kareem Abdul-Jabbar e Hakeem Olajuwon, come potete vedere nella foto qui sotto.

LA Gear Kareem Abdul-Jabbar & Hakeem Olajuwon (7)

Senza dimenticare ovviamente il caro postino Karl Malone il quale fu l’unico ad avere più di un modello a lui dedicato firmato L.A. Gear, qui sotto infatti potete vedere le L.A. Gear Catapult in versione Mailman a sinistra e un altro modello a lui dedicato sulla destra. Sappiate che L.A. Gear inizialmente aveva dato a Karl Malone un modello di Lights da usare in campo. Rendetevi conto, un omone grande, grosso e forte con le scarpe con le lucine che si illuminavano quando saltava come i bambini. Semplicemente L.A. Gear.

LA Gear Karl Malone models (8)

DADA

Non potevo finire questa carrellata se non con il marchio dimenticabile per eccellenza: Dada. Se chiedete al sottoscritto la Dada, o DaDa o Damani Dada che dir si voglia, brand nato nel 1995, rappresenta il male assoluto per chiunque ami le sneakers. Questo marchio divenne famoso inizialmente per l’abbigliamento hip-hop ma raggiunse la fama vera con le sue due principali linee di sneakers ovvero la Spree’s, linea dedicata a Latrell Sprewell, e la linea dedicata Chris Webber.
Le prime Spree’s erano semplicemente agghiaccianti e ancora oggi sono riconosciute come uno dei modelli dedicati a un atleta peggiori di sempre ma d’altronde come si può dare torto a questo parere popolare? Linea bassa, stile anonimo e una sorta di cerchione di un’automobile posizionato a livello della caviglia. Stiamo scherzando? Guardate voi la foto qui sotto per giudicare.

Dada Spree's (9)

Se pensate che le Spree’s fossero orribili vi consiglio di non guardare i due modelli dedicati a Webber, io stesso ricordo che quando era piccolo e non ero minimamente appassionato di scarpe vidi su una rivista una foto di Webber con ai piedi un paio di CDubbz e pensai “come può una persona indossare qualcosa di così orribile?” Ovviamente per soldi ma personalmente non metterei ai piedi un paio del genere manco se mi pagassero. Anche in questo caso faccio giudicare voi, nella foto qui sotto troverete le CDubbz a sinistra e le C-Webb, il secondo modello dedicato all’ex Michigan Wolverines, a destra.

Dada Chris Webber (10)

Dopo questi scempi Dada ha creato anche un modello per Vlade Divac e uno per Horace Grant che però non voglio mostrarvi perché i miei occhi non riescono a sopportare ulteriormente certi abomini. Dimenticavo, la Dada ha cercato di creare anche una scarpa che fosse anche un lettore musicale MP3, la Code M (foto sotto). Il risultato? Un flop annunciato.

Dada Code M (11)

Siamo arrivati così alla fine di questa penultima puntata di Shoe Game Story, ci si rivede la settimana prossima per l’ultima puntata che sarà sul modello che più di tutti ha fatto la storia delle sneakers, dentro e fuori dal parquet. Intanto chiudo con una domanda: oggi abbiamo parlato di una marchio semplice ma basato su un’ottima idea (Starbury), uno dimenticabile ma che ha sponsorizzato alcuni dei più grandi simboli dello sport e della musica (L.A. Gear) e uno che avrebbe fatto meglio a non creare mai un singolo modello in vita sua (Dada). A questo proposito quali sono i brand che secondo voi sono stati ingiustamente o giustamente dimenticati e che quindi avrebbero fatto bene a entrare nell’articolo di oggi? Aspetto i vostri commenti. A lunedì prossimo.