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Sì, amo il basket. Ma Totti…

Se è vero che la fede è devozione, commozione e cieca obbedienza, allora devo rivedere la mia concezione di ateismo. Perché per quanto mi sia sempre ostinato a professarmi come un “senza Dio”, non ho mai fatto i conti con il senso intrinseco della parola fede. Da quando ho due anni la mia unica e principale passione sportiva è stata la pallacanestro, eppure dopo poco tempo, quando ho iniziato la mia trafila tra i banchi di scuola, ho capito che il calendario gregoriano moderno fosse per me quantomeno errato, specialmente nella datazione degli anni. Se è vero che l’Anno Zero coincide con la nascita del figlio di Dio, allora il mio Anno Zero non risale a 2015 e rotti anni fa, ma esattamente al 27 settembre del 1976 (o meglio, al 27 settembre dell’Anno Zero di nostra vita). Perché a Roma nasce, da mamma Fiorella e papà Enzo, un bambino destinato a fare grandi cose, un bambino che oggi è uomo, ha quarant’anni spaccati, ed i più lo riconoscono e lo venerano sotto il nome di Francesco Totti. Che strano intreccio vi è allora tra un rapallino votato al basket e poco più che lattante ed il più grande calciatore della storia del calcio italiano (licenza poetica, almeno per chi non la pensa come me)? Nei miei studi ho imparato che le immagini, nella storia, non sempre possono essere utilizzate come fonti certe e sicure, perché spesso sono veicolate dai sentimenti di chi le ha composte. Eppure, sebbene non siano arma di verità, custodiscono al loro interno un particolare modo di vedere le cose che è anch’esso storia. L’eroe, per sua definizione, non sarà mai rappresentato nella sua reale identità, ma viene glorificato dalle immagini che lo ritraggono: dunque tali immagini non saranno la rappresentazione dell’uomo raffigurato, ma di come egli viene recepito in quel contesto. E le mie immagini di Francesco Totti sono linde, pure, piene di gloria ed ancor più di fede.

Nella mia infanzia mi sono spesso dovuto adattare. Perché se è vero che negli ultimi anni la pallacanestro ha avuto un’esposizione maestosa rispetto ad una quindicina di anni fa, è anche vero che nei bambini resta ancora uno sport di nicchia. In parte perché i padri di questi bambini (o i nonni o gli zii, le madri no, come direbbe Gaber) sono ancora troppo legati ad una cultura calciofila di primo ordine, ed in parte anche perché, si sa, è più facile dare due calci ad un pallone per strada che cercare un canestro ed imparare a buttarci dentro la palla. Così è accaduto anche per me, diviso tra il basket al pomeriggio, tra quei vari Shaquille O’Neal e Kobe Bryant che se avevi fortuna potevi vedere forse una o due volte l’anno (in televisione), ed il calcio al mattino, a scuola, con l’album Panini e le partitelle a ricreazione. Quel cortile è stato più formativo, ai fini pratici, di tutte le ore di lezione. È vero, è grazie alla mia inclinazione allo studio che posso permettermi di studiare ancora, ma è anche grazie al pallone di gommapiuma delle elementari che ho capito che, oltre al basket, ci fosse un altro sport in grado di farmi emozionare, pur senza praticarlo. Così, agli arbori degli anni duemila, quando Totti era ancora un fenomeno circoscritto alle zone romane e limitrofe, io andavo a scuola decantando il suo nome, in faccia agli amici juventini (dunque della corrente “delpieriana”) o a quelli interisti (“ronaldiani”, a volte “vieriani”). Perché se è vero che il calcio è venuto da me per caso, non posso scordare di come io sia andato verso quello che ho sempre ritenuto il suo maggior esponente. La colpa di tutto ciò ricade su mio nonno (romano e romanista), ma ancor più su mio zio, il mio più grande allenatore e mentore ceststico, il quale però ha passato più tempo a parlarmi di Francesco Totti che di Micheal Jordan. Mi si è aperto un mondo, da allora, un mondo che ingloba quello che ho praticato per tutta la vita e quello che invece ho sempre sognato (e cercato di emulare, perché a otto anni ero così invasato che ogni tre minuti facevo un colpo di tacco, per l’appunto, alla Totti).

Io credo che il requisito necessario affinché un idolo diventi tale, sia poterlo vedere durante tutto il suo percorso evolutivo, insomma seguirlo dal vivo durante la sua carriera. E se di Jordan ne ho potuto vedere solo che uno sprazzo (ricordo l’All Star Game 2003, su Italia 1, e nulla più), di Kobe qualcosa di più, ma in età più matura, di Francesco Totti ne ho seguito assiduamente ed ossessivamente le gesta, in estasi, come mai mi era successo per uno sportivo, nemmeno per quelli che facevano il mio stesso sport. Così sono passato dal vederlo segnare contro il Parma nella giornata dello scudetto, al tributargli dal mio divano un’ovazione per il gol alla Sampdoria cinque stagioni dopo, sino al godermi anno dopo anno ogni stagione, sempre non pensando al fatto che potesse essere l’ultima. È entrato visceralmente nella mia testa, ma ancor più dirompente nel mio cuore e questo, ahimè, non è riuscito a farlo nessun giocatore di basket. Non c’è riuscito Magic, seppur ne sia un ammiratore, troppo lontano da me nel tempo e santificato solo da qualche video su YouTube e dalla letteratura sportiva. Non c’è riuscito Bird, per gli analoghi motivi. Non c’è riuscito Jordan, anche se ne riconosco la sua importanza incredibile nello sport che amo. Un pochino c’è riuscito Kobe, perché l’ho vissuto sulla mia pelle, ma sebbene mi sia scesa una lacrima quando ho letto la sua lettera d’addio, parlo comunque di un amore non paragonabile a quello per Totti. Per Totti piango anche solo a sentirne il nome (specialmente negli ultimi tempi, in cui tira aria di ritiro). C’è qualcosa di mistico nella fede, lo sapeva meglio di me Sant’Agostino, ma credo che essa non conosca distinzioni di “qualità”. Non esistono fedi migliori o peggiori, non esiste un credo che sia più importante dell’altro. Credo fermamente che quando qualcosa sia capace di scuoterti nel tuo angolo d’anima più profondo, allora valga la pena essere venerato. Totti ce l’ha fatta, più di altri. È stato il mio anello di giunzione con gli altri alle elementari, è stato argomento di dibattito alle medie (quando le conversazioni si facevano più tecniche), è stato quello grazie al quale ho imparato quel poco che so fare a calcio e che mi permette ogni tanto di giocare al campetto con gli amici. È stato unico, è stato l’esempio di Sport, inteso come una cosa sola, senza distinzioni di sottogeneri. E credo che oggi, nel giorno del suo compleanno, anche chi ha il basket nel cuore, non possa non riconoscergli un piccolo tributo.