Sport e cannabis: la marijuana non è più doping

La lotta al doping fa un passo avanti. Depenalizza le cannabis, concentrandosi sulle sostanze che veramente influiscono sulle prestazioni sportive. Quella sulle “canne” è una polemica che si trascinava da anni e, ora, la Wada decide di smettere di rincorrere dopati fantasma.

Da oggi la giustizia sportiva ammette l’uso «ricreativo» di sostanze altrimenti considerate dopanti. Le nuove norme appena approvate concedono maggiore tolleranza sull’uso della cannabis da parte degli atleti: la Wada (agenzia mondiale antidoping) ha alzato la soglia entro la quale si risulterà positivi a questa sostanza, ovvero 150 nanogrammi per millilitro, dieci volte il livello attuale. Questo innalzamento dovrebbe cancellare almeno l’80% dei casi di positività legati a questo genere di doping.

Un tipo di doping, quello legato alla marijuana, da sempre molto discusso: diversi i dubbi della comunità scientifica circa la possibilità del THC (il principio attivo della pianta) di modificare i risultati delle proprie prestazioni sportive, tanto da guadagnarsi il titolo di “doping ricreativo”. Insomma, un doping da party.

Una decisione che ha anche motivi pratici ed economici. I casi di positività alla cannabis sono una buona fetta delle positività scoperte annualmente, con un costo elevato (anche legale) per squalifiche irrisorie. Inoltre, non rincorrere più gli atleti “che si sono divertiti” permette alla Wada di concentrare gli sforzi e gli uomini sulle sostanze illegali più gravi.