Rubriche

Storia di una finale, storia di un finale.

Pietro, Lorenzo, Antonio, Paolo. Quattro nomi, apparentemente senza significato. Ma il bello dello sport è che puoi anche essere il più comune degli abitanti di questa pazza terra che, comunque, avrai il tuo spazio per scrivere una storia. Non servono infatti i grandi cognomi per comporre qualcosa che valga la pena essere letto, ma bastano anche quattro nomi che nessuno conosce per far capire a tutti come, ogni giorno, ci sia qualcosa che deve essere raccontato. Ed anzi, più queste storie sono comuni, più diventano collettive: perché è vero, ci piace leggere di LeBron e Curry, ci piace commemorare la morte di un grandissimo come Muhammad Alì, ma la realtà dice che noi siamo la maggioranza, noi esseri normali, e quindi siamo noi la regola, loro soltanto una splendida eccezione.

E la regola, che fa da cornice a questa storia, è la regola più bastarda che esista, che affligge uomini e superuomini, noti e meno noti: il tempo. Pietro, Lorenzo, Antonio e Paolo sono ragazzi qualunque, potrebbero essere uno tra i mille volti che vedete durante la vostra giornata, ma ieri sera è stata la loro serata e per un attimo hanno attirato dei flebili riflettori su di loro. Tutti e quattro nati nel 1996, sono arrivati al capolinea della loro carriera nel settore giovanile. Non importa se giocano nella Pro Recco Basket, se siano forti o scarsi e se continueranno o meno a giocare, perché quello che conta è che, ieri sera, per loro si è chiuso un ciclo. Ieri sera è toccato a loro, nell’ultimo mese sarà toccato a tutti quelli nati nel loro stesso anno, così come l’anno precedente era toccato ai ‘95 e l’anno prossimo toccherà ai ’97. E così via, in un circolo che, a seconda dei casi, può essere sia virtuoso sia vizioso. Dipende solo da che parte lo si guardi.

Sono le 19 e 30 di un uggioso venerdì di giugno. Mentre le famiglie si rintanano in casa per cenare, i nostri quattro protagonisti arrivano in palestra, con le borse a tracolla e lo sguardo palesemente provato dalla situazione. Tra un’ora si gioca, in palio c’è la Coppa Liguria U20, non la Champions League, mi direte voi, ma per chi la Champions League non ha la possibilità di giocarla anche una coppa regionale assume un prestigio considerevole. Se per di più sai che, da lì a qualche ora, sarai considerato uomo anche per la pallacanestro. Perché la bellezza del basket, e forse di tutti gli sport, è che hanno la capacità di farti sentire sempre un bambino, perché per dieci anni giochi con gli stessi amici-compagni-fratelli che hai conosciuto, guarda caso, quando avevi veramente solo che una manciata di estati alle spalle. E quindi preservi con il tempo questa integrità, questa naturalezza, questo sentimento di essere, quando entri in palestra, in un mondo che non va avanti, ma resta cristallizzato dal primo all’ultimo giorno. Però, anche per la pallacanestro, a vent’anni sei costretto a fare i conti con gli anni e una voce ti sussurra nell’orecchio: “Guarda, mi dispiace, ma devi crescere anche tu.” Sei incazzato, non vorresti, perché sai che dal prossimo anno avrai solo la possibilità di giocare in prima squadra, perché non sai nemmeno se avrai quel posto di prestigio che per anni hai avuto con i tuoi coetanei, e, forse, sarai addirittura costretto a smettere, perché il lavoro chiama, l’università pure e la pallacanestro non ti darà più quella bolla ovattata di sicurezze nella quale, per quindici anni della tua vita, ti sei rintanato. Insomma, con la fine delle giovanili, anche il basket diventa quella giungla di ossessi ed ossessioni che è la vita reale. E questo lo sa Pietro, che per stasera è eccezionalmente capitano, lo sa Lorenzo, malgrado continui a parlare (troppo) come sempre e come se niente fosse, lo sa Paolo, che, anche lui come sempre, non spiccica una parola, nemmeno se costretto, e lo sa Antonio, che è l’ultimo arrivato, ma che, non per questo, non ha potuto anche lui apprezzare la meraviglia di questo sport a questa età. Io li guardo, in parte mi emoziono solo al pensiero, in parte mi arrabbio per aver buttato al vento, tre anni fa, la mia “ultima partita”, ma in realtà non vedo l’ora che cominci la loro partita, che venga giocata con la solita energia di sempre e che, perdio, si tiri su quella coppa in plasticaccia ed alluminio, che mai come stasera varrà quanto l’oro.

Pietro, Paolo e Lorenzo giocano insieme dalle elementari, Antonio, come detto, è arrivato quattro anni fa, ed io li conosco dal primo giorno che hanno messo piede in campo perché su quel campo c’ero anche io, con i miei tre anni in più, ma esattamente come loro. Ora poco cambia se sono il loro “vice-allenatore”, perché per un attimo, mentre li osservo nel riscaldamento, svesto i panni di (poca) autorità che ho e li guardo come avrei potuto guardare me stesso nella loro situazione. Non servono impianti da 25 mila spettatori, non servono nemmeno la metà di quei 25 mila per creare una cornice che sappia emozionare. Basta un pallone presostatico che cade a pezzi, una tribuna gremita da una cinquantina di persone ed il rumore inconfondibile di una palla che rimbalza, di una retina che si muove. Basta questo per farti immedesimare in quello che altri stanno facendo al tuo posto, come quando guardi un film che ti catapulta all’interno della trama come se fossi tu uno dei protagonisti. Non uno degli attori, perché in quel momento non esistono attori e non esiste recitazione. In quel momento hai la percezione che quello che sta accadendo dietro lo schermo sia reale, per davvero. Ecco, stasera, mi godrò lo spettacolo, urlerò, inciterò, insomma, farò tutto quanto in mio potere per far sì che il finale sia un finale perfetto.

Ad un certo punto l’arbitro chiama i ragazzi nello spogliatoio per fare il riconoscimento e Pietro mi viene incontro con gli occhi tondi e pieni di voglia di entrare in campo e fare il diavolo a quattro. È capitano, è emozionato. E l’emozione ti fa scordare qualsiasi cosa.

“Cos’è che devo dire all’arbitro? Pietro e poi?” io sorrido mentre me lo dice, con tutta la spontaneità che l’uomo riesce a tirare fuori quando non è propriamente padrone della situazione.

“Pietro, 7, capitano.” Mi sembra facilissimo per me da dire, ma so quanto sia difficile per lui.

Ecco, come ho già detto, non servono per forza gesta memorabili per scrivere una piccola parte di storia. Basta una frase, lasciata in sospeso, apparentemente priva di significati particolari, ma che dentro di sé custodisce la vera chiave di lettura della vita. Sarebbe un mondo noioso se non ci fossero, ogni tanto, serate come questa, in grado di farti cambiare umore cento volte in tre secondi.

Tre minuti all’inizio. I ragazzi intensificano il riscaldamento poi, dopo un minuto, si raccolgono in panchina. Ora basta, ora si pensa solo alla partita, perché sì che è l’ultima di un ciclo, sì che è carica di significato, sì a tutto quello che si vuole, ma l’obiettivo resta sempre invariato: vincere.

E se guardate la foto di copertina di questo articolo, allora avrete notato di come sia stata, veramente, una storia da raccontare.