Storie di Draft: la redazione di MY-Basket compone il quintetto del secondo giro dal Draft 2000 in poi

E chi l’ha detto che al secondo giro non si possono pescare comunque giocatori in grado di spostare gli equilibri? Per l’ultima puntata di Storie di Draft, cinque redattori hanno scelto un ruolo a testa indicando il loro giocatore preferito scelto al secondo giro dal 2000 in poi. Vediamo un po’ com’è composto il quintetto del secondo giro!

IL PLAYMAKER (Filippo Antonelli)

Gilbert Arenas (Draft 2001, 30a scelta, Golden State Warriors)
Ve lo ricordate quello spot dell’Adidas? «Quando entrai nell’NBA […] dicevano che avrei giocato zero minuti, pensavano valessi zero. Ora gioco col numero 0 perché mi ricorda sempre che devo scendere in campo e combattere, ogni giorno». Impossible is 0, uno slogan perfetto per riassumere la carriera di uno dei giocatori più talentuosi del terzo millennio. Due anni di buon livello ad Arizona non gli hanno fruttato una scelta al primo giro: non si sapeva bene se Gilbert, ancora 19enne, avrebbe giocato da playmaker o da guardia. Gilbert passa i primi mesi a Golden State a guardare i compagni dalla panchina, poi entra in quintetto e non esce più. Il talento di Agent Zero – questo il suo soprannome più frequente – è impressionante: la sua visione di gioco è ancora da raffinare, ma il ragazzo sa mettere in imbarazzo qualsiasi difensore con la sua velocità e la sua capacità di concludere.

Con la maglia dei Washington Wizards esplode letteralmente: 29.3 punti a partita nella stagione 2005/2006, 28.4 nella successiva. Forma un terzetto fenomenale coi compagni Caron Butler e Antawn Jamison, ma è sempre Gilbert ad avere l’ultima parola: l’ex panchinaro colleziona una serie incredibile di canestri decisivi allo scadere; Hibachi – un congegno di riscaldamento giapponese – diviene il suo nuovo soprannome. Nei Playoffs le cose, però, non vanno bene: il trio Arenas-Butler-Jamison non supera mai il primo turno e si disgrega. A complicare tutto ci pensano prima gli infortuni e poi lo stesso Gilbert: nel 2009 scoppia una lite in spogliatoio con il compagno Crittenton e spuntano due pistole. Gilbert sconta una pesante squalifica, poi passa agli Orlando Magic e ai Memphis Grizzlies, rimediando due eliminazioni al primo turno. La stagione 2012/2013 è stata la prima in cui, dal Draft del 2001, Gilbert ha seriamente giocato zero minuti in NBA; l’anno lo ha passato in Cina, con la maglia degli Shanghai Sharks. Le sue imprese, però, non verranno facilmente dimenticate.
Statistiche regular season: 20.7ppg, 3.9rpg, 5.3apg, 35.1mpg, 552 partite giocate (2001-2012).
Statistiche Playoffs: 17.1ppg, 3.5rpg, 3.8apg, 30.1mpg, 31 partite giocate (2004-2012).
Career highs: 60 punti (17/12/06 vs Lakers), 12 rimbalzi (tre volte), 16 assist (21/11/10 vs Pistons).
Carriera: Golden State Warriors (2001-2003), Washington Wizards (2003-2010), Orlando Magic (2010-2011), Memphis Grizzlies (2012).
Riconoscimenti:
Most Improved Player (2002/2003), 3xAll-Star (2005, 2006, 2007), 2xAll-NBA 3rd (2004/2005, 2005/2006), All-NBA 2nd (2006/2007).

LA GUARDIA (Niccolò Costanzo)

Michael Redd (Draft 2000, 43a scelta, Milwaukee Bucks)
Per chi si è appassionato alla NBA all’inizio del XXI secolo è impensabile non ricordare un giocatore del livello di Michael Redd. Figlio prediletto dell’Ohio, nato a Columbus, approda nella NBA dopo tre fantastiche stagioni nei Buckeyes di Ohio State; nonostante le medie tenute al college da Redd fossero impressionanti, non furono abbastanza convincenti per la maggior parte dei General Manager NBA, che lo snobbarono per ben 42 volte, preferendogli giocatori del calibro di Postell, Carrawell, Oyedeji e il più conosciuto Hanno Mottola. Finalmente, alla 43, arrivano i Milwaukee Bucks, squadra allenata George Karl, guidata a livello tecnico da sua maestà Ray Allen (che qualcosa di importante dovrebbe averla fatta anche in questo Giugno), che tradotto per Redd signfica pochissimi minuti in campo, e la possibilità di sparire nel dimenticatoio della Lega. La prima stagione finisce a 35 minuti di impiego totali (!), in appena 5 partite. La maggior parte dei giocatori sarebbe crollata, ed invece Redd da Allen, il motivo della sua inattività, apprende ogni cosa, ma soprattutto, impara l’arte del muoversi senza palla e di mettere a posto i piedi per trovare la conclusione nel miglior modo possibile. Nell’anno successivo nonostante la presenza di Allen e Sam Cassell, Redd riesce a giocare e tanto, da sesto uomo, facendo intravedere alcune delle sue qualità, migliorando a tal punto da indurre i Bucks a cedere uno scontento He Got Game senza grossi patemi d’animo, nel Febbraio del 2003. E’ in questo momento che nasce la stella di Redd, che brillerà per sei stagioni consecutive e che porterà il giocatore di Columbus fino all’All Star Game. I numeri di Redd sono impressionanti, 21.7, 23.0, 25.4, 26.7 (massimo in carriera) 22.7 e 21.2 punti di media a cavallo tra il 2003 e 2009, valgono più di qualsiasi parola. La tripletta che realizza tra 2004 e 2006 è ancor più incredibile. Nel Febbraio ‘04 Redd raggiunge il momento più alto della sua carriera, realizzando tredici punti nell’All Star Game di Los Angeles, nell’anno successivo firma il contratto della vita, strappando 91 milioni di dollari per 6 stagioni ai Milwaukee Bucks e nel 2006 realizza il suo career high per punti segnati in una partita, 57 (!), contro Utah, che al momento del ritiro di Redd, avvenuto nella scorsa estate, lo classificava come terzo (a parimerito con Deron Williams) dietro Kobe (81) e Tracy McGrady (62) in questa speciale classifica. In un momento favoloso per il #22 arrivano finalmente due vittorie di squadra, grazie alle medaglie d’oro ottenute con gli Stati Uniti, la prima nei campionati Americani del 2007, e la seconda, la più importante, vinta a Pechino nelle Olimpiadi del 2008 al fianco delle stelle di primo calibro della NBA.

La parabola di Redd sembra non volersi eclissare neppure nel 2009, dato che le medie del capitano dei Bucks si mantengono altissime, nonostante il lieve ribasso rispetto agli anni d’oro, ma, come spesso capita nella sport, un infortunio cambia la storia; nel Gennaio 2008 Redd si rompe il crociato, Dopo una stagione fuori dai campi NBA, Redd rientra senza accelerare i ritmi, giocando poco più di 25 minuti a partita, eppure è in questa occasione che si materializza il disastro. Nuova rottura dei legamenti, e carriera pressochè finita a soli 30 anni. Dieci partite nei Bucks nell’anno 2010/2011 e 51 nei Phoenix Suns (a 8 di media) del 2011/2012 fanno riassaporare il parquet al campione Olimpico, ma con la malinconia che si addice solo agli ex giocatori. Ad ogni modo un finale di carriera lontano dai riflettori non può far dimenticare la classe di un giocatore in grado di segnare dal campo in ogni maniera possibile, con uno stile di tiro non convenzionale, eppure efficacissimo, dato che per alcuni momenti della carriera, Redd è stato unanimemente considerato il secondo miglior tiratore della Lega dietro al suo mentore Ray Allen. Peccato non abbia mai potuto giocare in una squdra da titolo, perché Redd, nonostante sia stato scelto solo alla 43esima chiamata del Draft del 2000, ha reso oro ogni pallone toccato nel corso della propria breve ma intensa carriera.
Statistiche regular season: 19.0 ppg, 3.8rpg, 2.1 apg, 32.0 mpg, 629 partite giocate (2000-2012).
Statistiche Playoffs: 17.8 ppg, 4.6 rpg, 2.0 apg, 31.6 mpg, 16 partite giocate (2002-2006).
Career highs: 57 punti (11/11/06 vs Utah), 14 rimbalzi (28/03/04 vs Houston), 11 assist (11/02/08 vs Clippers).
Carriera: Milwaukee Bucks (2000-2011), Phoenix Suns (2011-2012).
Riconoscimenti: All-NBA 3rd (2004), NBA All-Star (2004), Olympic Gold Medal (2008). Detiene il record per il maggior numero di triple realizzate in un quarto, 8, contro gli Houston Rockets, nella gara del 20/2/2002.

L’ALA PICCOLA (Luca Ngoi)

Matt Barnes (Draft 2002, 46a scelta, Memphis Grizzlies)
Tra i tanti giocatori, e in particolare tra le tante ali piccole scelte al secondo giro si trovano soprattutto europei senza né arte né parte o buoni tiratori, o comunque specialisti di un unico settore del gioco. Colui che più mi ha ispirato tra i numeri 3 scelti tra i secondi trenta giocatori è Matt Barnes. Dire Danny Green, chiacchierato come non mai in questi giorni, sarebbe stato banale dunque punto sull’ex UCLA e nativo della stessa California, alla quale è legata tutta la sua carriera.

La faccia da Bad Boy è quella delle grandi occasioni, e sin da subito si è capito che questa sua caratteristica estetica fosse riscontrabile anche in campo, dove Barnes si è da subito impegnato per dimostrare di poter essere utile alle proprie squadre come difensore insuperabile. Selezionato nel 2002 alla numero 46 assoluta dai Memphis Grizzlies inizia da subito a girare l’America come pedina di scambio in diverse operazioni di mercato, ma una volta firmato il contratto con i Golden State Warriors nel 2006 la sua parabola viaggia in ascesa. Don Nelson lo preferisce a Mike Dunleavy e lui non tradisce le attese, mettendo in campo energia e tiro da 3, tanto da pareggiare il record di 7 triple in una singola partita in Dicembre. Aggiungendo il tiro dalla lunga distanza Barnes inizia a diventare oggetto del desiderio di molte squadre in quanto dimostra per la prima volta di poter dire la sua anche dall’altra parte del campo e non solo come difensore, per quanto duro fosse. L’esperienza con i Warriors, dei quali diventa anche co-capitano l’anno successivo si conclude però nel 2009, quando riprende a girare tra Phoenix e Orlando, prima di tornare nell’amata California con i Lakers e con i Clippers (squadra in cui milita tutt’ora) poi. Quest’anno Matt ha provato per l’ennesima volta di essere cresciuto molto in attacco, trascinando i suoi compagni nelle serate no di Chris Paul o Jamal Crawford, e il futuro per questo cattivo ragazzo di Santa Clara appare roseo in una squadra che ha bisogno di cambiare ma che lo considera uno dei perni su cui poter costruire una panchina di qualità.
Statistiche regular season: 7.7ppg, 4.5rpg, 1.7apg, 21.9mpg, 640 partite giocate (2003-2013).
Statistiche Playoffs: 6.9ppg, 4.3rpg, 1.3apg, 21.8mpg, 52 partite giocate (2006-2013).
Career highs: 36 punti (03/01/07 vs Memphis), 16 rimbalzi (20/01/10 vs Indiana), 11 assist (15/03/09 vs Golden State).
Carriera:
Los Angeles Clippers (2003-2004, 2012-2013), Sacramento Kings (2004-2005), New York Knicks (2005), Philadelphia 76ers (2005-2006), Golden State Warriors (2006-2008), Phoenix Suns (2008-2009), Orlando Magic (2009-2010), Los Angeles Lakers (2010-2012).
Riconoscimenti:
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L’ALA GRANDE (Claudio Pavesi)

Carlos Boozer (Draft 2002, 35a scelta, Cleveland Cavaliers)
Avrei potuto parlare dei sempre simpaticissimi Brian Scalabrine e Matt Bonner ma Boozer sta portando avanti una carriera che il 99% dei giocatori scelti al secondo giro possono solo sognare. Boozer gioca al college a Duke dove vince un titolo NCAA giocando alla grande insieme a Jay Williams e Mike Dunleavy Jr. in una delle edizione dei Blue Devils più divertenti di sempre, per qualche motivo però al Draft del 2001 non viene considerato più di tanto e scivola fino al secondo giro. A Cleveland impressiona chiunque fin dal primo giorno grazie alla sua intensità a rimbalzo e alla sua efficacia in post basso, doti che gli garantiscono 10 punti e 7.5 rimbalzi di media nella stagione 2002/2003 e addirittura15.5 punti e 11.4 rimbalzi l’anno successivo, il primo giocato con LeBron James. A Cleveland già ci si esaltava a pensare cosa avrebbe potuto combinare questa giovanissima coppia nel giro di pochi anni ma è proprio nell’estate del 2004 che succede una cosa imprevista: C-Booz cambia squadra.

Pensate che, a oggi, il giocatore più “odiato” dalla dirigenza dei Cavs sia LeBron James? Vi sbagliate. Cleveland nell’estate 2004 decise di non usare l’opzione di rinnovo sul contratto di Boozer in quanto le due parti erano già arrivate a un accordo, un nuovo contratto di 6 anni per 39 milioni. Per permettergli di firmare il nuovo contratto Cleveland è stata costretta a renderlo free agent ed è stato in quel momento che Boozer, contrariamente all’accordo preso con i Cavs, si è dichiarato disposto a valutare anche nuove offerte, su tutte quella irrinunciabile di Utah che ha messo sul piatto ben 70 milioni spalmati in 6 anni. Nello Utah si trova bene, d’altronde è nato in Germania e cresciuto in Alaska quindi al freddo è abituato, tanto da diventare un simbolo dei Jazz insieme a Deron Williams con cui forma una coppia letale, la versione moderna (e più modesta) di Stockton-to-Malone. Insieme a Williams, Okur e Kirilenko forma una squadra interessante e vincente in cui riesce a esprimere al meglio il suo gioco fatto di post, gioco spalle a canestro ma anche molti tiri piazzati, specie dal medio angolo. Dal 2006 al 2010 raggiunge l’apice della sua carriera: ormai le sue cifre toccano i 20 punti e 11 rimbalzi a sera, viene convocato due volte all’All-Star Game e viene inserito nel terzo miglior quintetto della stagione 2008, riconoscimento che gli vale anche la convocazione all’Olimpiade di Pechino, competizione in cui vincerà l’oro guidato dal suo coach a Duke: Mike Krzyzewski. Una cosa che non gli è mai riuscita è fare il passo avanti definitivo nei Playoffs, sia con i Jazz che con i Bulls, in cui milita dal 2010/2011, ha raggiunto infatti solo una volta la Finale di Conference ma con scarso successo. Boozer è calato negli ultimi anni ma è ancora in grado di fare la differenza e chissà se nelle sue ultime stagioni NBA riuscirà ad aggiungere un anello al titolo NCAA e alla medaglia d’oro olimpica.
Statistiche regular season: 16.9ppg, 9.9rpg, 2.4apg, 32.3mpg, 714 partite giocate (2002-2013).
Statistiche Playoffs: 17.6ppg, 11.3rpg, 2.4apg, 36.2mpg, 78 partite giocate (2006-2013).
Career highs: 41 punti (due volte), 23 rimbalzi (21/02/10 vs Portland), 10 assist (13/02/08 vs Seattle)
Carriera:
Cleveland Cavaliers (2002-2004), Utah Jazz (2004-2010), Chicago Bulls (2010-2013).
Riconoscimenti: NBA All-Rookie 2nd (2002/2003), 2xAll-Star (2007, 2008), All-NBA 3rd (2007/2008), Olympic Bronze Medal (2004), Olympic Gold Medal (2008).

IL CENTRO (Gabriele Galluccio)

Marc Gasol (Draft 2007, 48a scelta, Los Angeles Lakers)
Quando i Los Angeles Lakers hanno scelto Marc Gasol al secondo giro con la n.18 nel Draft del 2007, non avrebbero mai immaginato che quel ragazzo sarebbe diventato nel giro di pochi anni uno dei migliori centri, se non il migliore, in circolazione nella NBA. Marc non ha mai giocato una partita con i gialloviola, dato che i suoi diritti sono passati ai Memphis Grizzlies nell’ambito dell’affare che ha permesso a suo fratello maggiore Pau di sbarcare a Los Angeles. Questa operazione di mercato è stata considerata a lungo un gran colpo dei Lakers, che hanno vinto ben due titoli con Pau protagonista. Ma ormai sono passati sei anni e, per quanto visto nelle ultime due stagioni, possiamo tranquillamente dire che in questo momento il Gasol che domina la NBA è quello minore. Sì, stiamo parlando proprio di Marc, che anno dopo anno è cresciuto sempre di più, trovando in Zach Randolph un validissimo alleato per formare una delle coppie di lunghi più forti della lega, capace di trascinare i Grizzlies fino ad una storica finale di Conference contro gli Spurs. Qui, purtroppo per loro, hanno rimediato un nettissimo 4-0, ma ciò non cancella l’ottima stagione che ha visto Marc grande protagonista: l’iberico si è affermato come un centro raro per la NBA di questi tempi, dimostrando non solo di aver un ottimo gioco in post, ma anche delle mani educatissime dalle quali riesce a far partire ottimi assist per i compagni. Inoltre, Gasol non disdegna affatto la fase difensiva: non a caso in questa stagione è stato eletto miglior difensore dell’anno, premio che il fratello Pau non è mai stato in grado di vincere.
Statistiche regular season: 13.3 ppg, 8.0 rpg, 2.7 apg, 1.6 bpg, 33.8 mpg, 377 partite giocate (2008-2013).
Statistiche Playoffs: 16.0 ppg, 9.1 rpg, 2.8 apg, 2.1 bpg, 39.7 mpg, 35 partite giocate (2010-2013).
Career highs: 30 punti (07/03/09 vs Philadelphia), 16 rimbalzi (cinque volte), 11 assist (03/03/13 vs Orlando), 8 stoppate (04/01/13 vs Portland).
Carriera:
Memphis Grizzlies (2008-2013).
Riconoscimenti: NBA All-Rookie Second Team (2009), NBA All-Star (2012), NBA Defensive Player of the Year (20013), NBA All-Defensive Second Team (2013).

Photo: Gilbert Arenas (balleralert.com), Michael Redd (examiner.com), Matt Barnes (orlandosentinel.com), Carlos Boozer (zimbio.com), Marc Gasol (marcadorweb.com).