Storie di pallacanestro

Da Sibenka alla NBA: il ricordo di Drazen Petrovic

Drazen Petrovic purtroppo non ha mai potuto pensare ad una partita di addio. Aveva solo 28 anni quando il 7 giugno del 1993 morì sulla strada da Norimberga a Monaco. Il leader della nazionale croata si stava dirigendo al training camp previsto prima degli Europei. Pioveva, la strada era scivolosa. La sua macchina si schiantò contro un camion. Drazen perse la vita. Quella fu la tragica fine di uno dei giocatori più forti di tutti i tempi, forse il più grande di tutti a livello europeo.

SIBENKA RIMARRÀ SEMPRE NEL MIO CUORE – Petrovic è nato il 22 ottobre del 1964 a Sibenka, una piccola cittadina che si affaccia sul mare. Fin da piccolo si interessa al basket insieme al fratello maggiore, Aleksander: “Ha iniziato a prendere confidenza con il pallone quando questo era ancora più grande di lui – ha ricordato il fratello in seguito all’incidente – e passava ore ed ore sul campetto. Io dovevo fare grande attenzione a lui, per evitare che i ragazzi più grandi lo calpestassero”. Passano diversi anni ed Aleksander diventa uno dei più promettenti giocatori slavi, firmando con il grande Cibona Zagabria. Nel frattempo Drazen muove i suoi primi passi nel basket professionistico. A 13 anni entra a far parte delle giovanili del club locale, il Sibenka, e dopo soli due anni viene promosso in prima squadra. A soli 16 ruba al fratello l’etichetta del giocatore slavo più promettente, grazie al suo talento ed alla sua etica del lavoro, che lo porta ad allenarsi continuamente. Drazen diventa il leader di Sibenka a soli 17 anni, nonostante i suoi compagni di squadra abbiano almeno 10 anni in più di lui. Nel 1982 Petrovic guida la sua squadra ad una storica finale di Coppa Korac, dove però si deve inchinare ai superiori francesi del Limoges. Un anno più tardi si rifarà vincendo il titolo nazionale e quello di miglior giocatore slavo. Il suo successo precoce non è stata una gran sorpresa per chi lo conosceva: Drazen ha sempre amato alla follia il basket, arrivando ad allenarsi anche 7-8 ore al giorno. Ciò gli permise di sviluppare già a 18 anni un’intelligenza cestistica che, abbinata all’ineguagliabile talento, lo rese superiore a gran parte dei suoi avversari. A quel punto molte squadre europee mettono gli occhi su di lui, ma non solo: addirittura l’allenatore americano “Digger” Phelps gli propone di giocare per la sua università di Notre Dame. Sibenka si rivela presto troppo piccola per lui, ma comunque la prima squadra è come il primo amore, non si scorda mai. “Tutto è iniziato qui – ha raccontato Petrovic prima di lasciare il club – è impossibile dimenticare gli anni trascorsi in questa squadra. Ma questo è solo l’inizio, spero che i tifosi mi capiscano. Per gli obiettivi che voglio raggiungere in questo sport, devo andare via”.

L’AFFERMAZIONE A ZAGABRIA – E così Drazen decide di trasferirsi al Cibona, tra le cui fila vive quattro stagioni a dir poco esaltanti, in cui vince tutto quello che c’è da vincere, incluse due Coppe dei Campioni, il trofeo più ambito dai club europei. A Zagabria gioca anche il fratello Aleksander, con cui Drazen forma la coppia di difensori più forte d’Europa. “Quelli furono gli anni più belli e semplici della mia carriera – ha ricordato Aleksander – A Zagabria mettemmo in piedi un vero e proprio show che durò quattro anni”. Drazen ci mette poco ad entrare nel cuore dei tifosi: alle sue doti difensive aggiunge quelle offensive, che gli permettono di segnare una caterva di punti. Ricordiamo ad esempio il match valido per il campionato nazionale del 1985-86: l’Olimpia Liubliana è la vittima designata da Petrovic, che segna la bellezza di 112 punti, guadagnandosi il soprannome di “Mozart dei canestri” da parte de “La Gazzetta dello Sport”. Non vanno dimenticati neanche i suoi 62 punti contro i finlandesi del Katkan in Coppa Korak, così come le 8 triple in fila contro il Limoges.

L’ANNO A MADRID – Dopo l’esaltante esperienza a Zagabria, Drazen viene scelto al terzo giro del Draft NBA dai Portland Trail Blazers, ma per lui non è ancora arrivato il momento di fare il viaggio oltreoceano. Dopo le Olimpiadi di Seul, in cui aiuta la nazionale slava a vincere la medaglia d’argento, Petrovic firma per il Real Madrid, coronando uno dei sogni più diffusi tra i giocatori di basket, dato che i blancos sono la squadra più famosa d’Europa. Ovviamente avere nel roster Drazen significa ottenere vittorie: gli spagnoli vincono il titolo nazionale e s’impongono anche nella massima competizione europea. In entrambe le finali Petrovic mostra di essere il giocatore europeo più forte in circolazione: segna 42 punti contro i rivali del Barcellona e ne mette addirittura 62 contro la Snaidero Caserta. Nel cammino europeo si verificò un episodio molto curioso: in uno dei giochi validi per la semifinale, il Real di Drazen affrontò a Zagabria il Cibona di Aleksander. “Quando entrò in campo – ha raccontato il fratello – tutto il pubblico lo omaggiò con una standing ovation. Nei secondi finali dell’incontro, Drazen si ritrovò in lunetta per due liberi che se avesse segnato ci avrebbero condannato alla sconfitta. Per loro questa vittoria significava pochissimo, mentre per noi era fondamentale per ottenere dei bonus, quindi quasi lo pregai di sbagliare entrambi i tiri. Lui mi sorrise e li segnò: semplicemente non sapeva come fare a perdere”. Dopo aver vinto tutto in Europa, Drazen capisce che a 25 anni è arrivato il momento di conquistare il basket a stelle e strisce.

IL DIFFICILE PERCORSO IN NBA – Possiamo considerare Petrovic come il primo europeo che è riuscito a farsi un nome oltreoceano. In quegli anni la NBA non accoglieva a braccia aperte le stelle provenienti dal vecchio continente e per Drazen non fu diverso. Nei Blazers non riesce ad incidere, anche a causa del suo difficile rapporto con coach Rick Adelman, che non crede nel suo talento. Petrovic rimane scioccato dalla scarsa fiducia di cui gode, era abituato ad essere la stella della sua squadra. La sua prima stagione non è quel che si dice indimenticabile: chiude ad 8 punti di media, svolgendo un ruolo di comparsa soprattutto nei match in cui Portland ha già la vittoria in tasca. Il secondo anno inizia anche peggio, ma in inverno viene ceduto ai Nets. Lo sbarco a New Jersey è una vera e propria manna dal cielo per lui: non è il leader, ma nelle restanti partite della stagione 1990-91 migliora significativamente le sue statistiche, chiudendo a 20 di media con il 51% da oltre l’arco. In estate torna in patria per partecipare alle Olimpiadi del 1992, in cui difende i colori della neonata Croazia. Anche stavolta si deve accontentare della medaglia d’argento: contro il “Dream Team” americano c’è poco da fare. Nella sua quarta ed ultima stagione NBA, Petrovic si afferma per il fuoriclasse che realmente è: addirittura supera un mito del basket a stelle e strisce come Michael Jordan, venendo votato come la miglior guardia della lega. Quell’anno riesce a far innamorare i tifosi dei Nets non solo per i suoi numeri (22.3 punti ed il 52% dal campo), ma anche per la sua energia e per le emozioni che trasmette quando scende in campo. Ma non tutto va per il meglio anche in quella stagione: Drazen paga il fatto di essere europeo, non venendo invitato all’All Star Game. In estate Petrovic diventa free agent, ma la dirigenza dei Nets non ha fretta di offrirgli un nuovo contratto. Così prende in considerazione l’idea di cambiare squadra: c’è Pat Riley che preme per portarlo ai suoi Knicks. Ma prima di prendere una decisione sul suo futuro, Drazen vola in Polonia per aiutare la Croazia nelle qualificazioni ai prossimi Europei. Purtroppo non riuscirà a vestire la maglia della sua nazionale, perché si verificherà quel maledetto incidente che lo strappa alla vita. Per onorare la sua memoria, all’inizio della successiva stagione i Nets decidono si appendere la sua maglia #3 sul soffitto del loro campo di gioco. Qualche tempo dopo, gli viene dedicato anche un monumento al Museo Olimpico di Losanna e nel 2002 viene inserito nel museo d’onore della NBA. Oggi tutti riconoscono l’importanza che ha avuto Petrovic nello sviluppo del basket mondiale: nonostante i primi anni negli States siano stati duri per la scarsa considerazione di cui godeva, Drazen non ha mai mollato ed ha spalancato le porte della NBA ai giocatori europei, dimostrando che quest’ultimi non hanno nulla da invidiare agli americani.

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