Storie di pallacanestro

La mia ex relazione mai scordata: una palla, un canestro e mille altre ragioni

C’è un momento della tua vita, in quella “bastarda” fascia d’età che va dai quattordici ai diciassette anni, in cui credi di avere il potere per far tutto, ma senti ancora addosso dei vincoli che bloccano i desideri. Sai di non essere grande, ma neppure più piccolo, eppure continui a sentirti minuscolo, congelato in questa instabile via di mezzo: ci sono i professori, che odi e detesti e che ti martellano ogni giorno il cervello. Ci sono i genitori, che odi e detesti lo stesso, ma che infondo ami, salvo poi odiare di nuovo al primo “No, stasera stai a casa!”. Ci sono poi le ragazze, quelle che sai (per diceria) essere disponibili alle peggio cose (per vocazione) con tutti meno che con te. Infine c’è la pallacanestro, ci sono i compagni di squadra, ci sono le partite che ti fanno scordare per un attimo di non essere che un puntino nell’universo ed anzi, ti offrono una nuova visione circa la tua importanza nel mondo. C’è persino il coach, che avrebbe tutti i presupposti per essere come tua madre o tuo padre od un professore, ma che non riesci a odiare e detestare, perché infondo troppo vicino a ciò che più ti sta aiutando: di nuovo, la pallacanestro.

Ormai l’adolescenza è finita ed ognuno inizia a prendere la propria strada a prescindere da ciò che era stato fino a qualche tempo prima. Capita così che qualcuno scelga di non sacrificare le sei ore settimanali in palestra più partita nel week end in nome di chissà quale altro passatempo, qualcun altro invece si trova subito proiettato nel mondo dei grandi e si vede invece costretto ad abbandonare quanto amasse per portare a casa il necessario per vivere. C’è infine qualcun altro che perde semplicemente la possibilità di giocare oppure, ancor più banalmente, la voglia. È spesso una decisione istantanea, sulla quale non ti ci puoi soffermare troppo altrimenti avresti subito mille rimorsi e mille motivi per rimangiartelo, eppure senti che sia la scelta giusta da fare in quel momento storico della tua vita. Fa male, ma è come una donna che devi dimenticare a tutti i costi, allora stacchi tutti i contatti e vai per la tua strada. Eppure, come con la donna continui a dare un’occhiata al suo profilo Facebook anche dopo mesi, lo stesso fai con la pallacanestro: i primi tempi ignori anche la sua esistenza, poi magari ritorni sui tuoi passi, ad esempio, guardi i risultati della notte NBA, qualche video su YouTube, finché dopo aver metabolizzato l’enorme cazzata fatta, cominci a bazzicare di nuovo il palazzetto della tua città. Torni a salutare gli ex compagni, il coach, magari nella speranza di rubare ancora due tiri in borghese, per ricordarti come sia fatto il pallone. Finisce che aspetti la prima giornata di sole per raccattare gli altri sfaccendati, che come te soffrono gli stessi sintomi, per tornare al campetto. Due ore, squadre pessime, forma fisica da ricovero, però metà delle gocce che portate sul viso non sono sudore, ma vere lacrime di nostalgia. Ma il tuo tempo è ormai concluso ed hai altri vincoli ormai che ti impediscono di tornare a giocare, anche se ti manca maledettamente.

C’è stato un momento della mia vita in cui il basket era la scusa più semplice per stare fuori di casa. Allenamenti e post allenamenti ti davano l’impressione anche a sedici anni di essere adulto, di poter uscire la sera, perché era l’unico modo che avevi per farlo. “Ma’ stasera faccio il doppio, mi fermo anche con la prima squadra. Torno tardi, non mangio!”
Non mangio… Non ci credevo neanche io a questa affermazione. La realtà era sì che facevo il doppio allenamento, ma che dopo si passasse puntualmente al pub sotto la palestra per una pizza ed una birra. Avevo sedici anni, più soldi dei miei coetanei perché arbitravo regolarmente da un paio di stagioni ed una gran voglia di stare insieme alla pallacanestro ed alle persone che vi girassero intorno. E mentre sedevo a questa tavola di “grandi”, mi chiedevo puntualmente: “Pensa Mattia, pensa che tra qualche anno anche tu sarai così, sarai uno di loro.”
Ci pensavo, ma non pensavo sostanzialmente al fatto che avrei smesso prima. Non mi importava il gioco in sé, o meglio, non era solo il gioco a farmi amare questo sport. C’era il contorno, c’erano le risate sotto la doccia, c’erano i commenti sulle “tipe”, c’erano le mille bestemmie immotivate per altrettanti immotivati motivi, c’era nello spogliatoio quell’aria da zoo (non di Berlino, tutt’al più di Pistoia), quel sentimento animalesco che ottieni solamente a queste determinate condizioni.
Ormai chiedere ad un ragazzino cosa voglia dire riuscire a strappare due ore sull’orario serale non vale più la pena: escono sempre, bevono spesso, non hanno nessun limite e dunque nessun desiderio di evasione. Io invece sono stato forse uno degli ultimi a sentire i “no” dei genitori e dunque ho fatto di tutto pur di superarli e la pallacanestro, come una migliore amica/amante segreta, mi ha dato tutte le scuse di questo mondo. E come fai a non innamorarti così? Ma soprattutto come fai, ora che non c’è, ad andare avanti? Che faccio? Le scrivo o non le scrivo? Ci torno o non ci torno? Per ora aspettiamo gennaio, poi chissà, tutto può ancora succedere. Quando c’è la passione, tutto il resto non conta.