Storie di pallacanestro

La tragica storia di Maurice Stokes e la grande amicizia con Jack Twyman

Maurice Stokes è uno dei migliori giocatori nella storia della NBA. Al giorno d’oggi questa affermazione potrebbe far storcere il naso a più di qualcuno, ma se chiedete ai suoi contemporanei, vi diranno che sì, Stokes è stato uno dei più grandi, con il potenziale per essere il n.1 di sempre. Ma questo discorso ci interessa il giusto, quello che è certo è che Maurice era temutissimo da qualsiasi avversario e ha lasciato un segno indelebile nella storia di questo sport.

Nato il 17 giugno del 1933 a Rankin, Pennsylvania, Stokes è cresciuto in un quartiere povero, dominato dalla segregazione razziale. Il suo rifugio dalle ingiustizie era nei campi da basket pubblici di Mellon Park, dove i ragazzi di colore erano di numero superiore a quelli bianchi. In quei playground giravano i migliori giocatori di Pittsburgh ed lì che Maurice ha iniziato a mettere in mostra il suo innato talento. Addirittura una volta tenne testa a Chuck “Tarzan” Cooper, che era una leggenda del posto, il primo nero ad essere scelto nella NBA tramite il Draft del 1950. Dopo aver dominato in lungo e in largo tra le fila della George Westinghouse High School, con cui ha vinto due campionati cittadini consecutivamente, Stokes ha ricevuto una decina di offerte per borse di studio nel college basketball, ma la sua scelta è ricaduta sul piccolo Saint Francis College.

All’università, il nativo della Pennsylvania non ha impiegato molto tempo per iniziare a strabiliare gli addetti ai lavori: nella sua terza partita segnò 32 punti e prese 18 rimbalzi contro Villanova, non proprio l’ultimo dei programmi. In quella stagione Saint Francis fece registrare un record di 23-7 e Stokes impressionò così tanto gli avversari, che molte squadre si rifiutarono di incrociarlo nell’annata successiva. Per farvi un’idea di quanto timore suscitava il lungo dei Red Flash, ritengo che le dichiarazioni di Honey Russell, coach di Seton Hall, siano le più appropriate: “Non vogliamo giocare a perdere”.

Infatti da sophomore Maurice disputò solo 18 partite, ma l’anno successivo questo numero salì fino a 31, in cui tenne una media di 23 punti e 22 rimbalzi, trascinando i suoi compagni fino alla semifinale del NIT del 1955, in cui fu nominato MVP pur non essendo riuscito a laurearsi campione. A quel punto gli Harlem Globetrotters gli offrirono un contratto da 15mila dollari per unirsi a loro una volta conseguita la laurea, ma Stokes ha preferito scegliere la strada che conduceva alla NBA, dove è entrato come seconda scelta assoluta dei Royals. I quali, tra l’altro, scelsero anche Jack Twyman, che ai tempi del Mellon Park era un ragazzino bianco magrolino che faceva fatica ad entrare nella squadra della sua high school.

A Cincinnati Stokes dimostrò subito di essere un giocatore speciale, uno di quei fenomeni che passano raramente all’interno della lega. Quindi figuriamoci che risonanza poteva avere all’epoca uno che nella sua prima partita con i professionisti mise a referto 32 punti, 20 rimbalzi e 8 assist. Quello fu solo l’inizio di una grande stagione, conclusa con una media di 17 punti e 16 rimbalzi (nessuno meglio di lui in quest’ultima voce statistica) e con la vittoria del premio di Rookie dell’anno. Nelle due seguenti stagioni si è ovviamente affermato in qualità di una delle stelle più luminose della NBA, ma purtroppo gli dei del basket hanno deciso di privarci fin troppo presto di un talento eccezionale.

In quel maledetto 12 marzo 1958 purtroppo cambiò tutto. I Royals erano impegnati nei playoffs contro i Lakers: durante un attacco al ferro, Stokes cadde sulla schiena di Vern Mikkelson e si schiantò sul parquet, perdendo i sensi. Nonostante ciò, rientrò in partita e chiuse con 24 punti nel successo dei suoi per 96-89. Tre giorni dopo, alla vigilia di gara 1 con i Pistons, Maurice si sentì male, fu assalito dalla nausea e vomitò. Ma ciò non lo tenne fuori dalla contesa, anche se i suoi 12 punti e 15 rimbalzi non bastarono per evitare la sconfitta per 100-83. Al termine dell’incontro, mentre si imbarcava sull’aereo che lo avrebbe riportato a Cincinnati, cominciò a sudare copiosamente, cadde a terra e invocò aiuto, dicendo ai compagni che sentiva di star morendo.

Ricoverato in ospedale, finì in coma e rimase paralizzato dal collo in giù. Gli venne diagnosticata un’encefalopatia post-traumatica, una lesione cerebrale che aveva danneggiato irreversibilmente il suo motore centrale. Inutile dire che a quel punto Stokes aveva bisogno di cure molto costose, e i proprietari dei Royals lo abbandonarono, rifiutandosi di rinnovargli il contratto e lasciandolo senza stipendio e assicurazione medica. Se è vero che è nel momento di maggior bisogno che si vedono gli amici veri, allora Twyman ne è il più grande esempio: Maurice era un ragazzo senza squadra, senza compagni, con la famiglia a Pittsburgh che non poteva né permettersi le cure né accedere al suo conto.

Insomma, c’era solo Jack a sostenerlo, non solo moralmente, visitando costantemente il suo sfortunatissimo amico per tutti i mesi in cui la sua situazione è stata crisi, ma anche economicamente. Ciò lo ha fatto in due modi: scoprì che la legge dell’Ohio gli permetteva di diventare il tutore legale di Stokes, in modo da poter utilizzare i suoi soldi per assicurargli le migliori cure, e organizzò una sorta di All-Star Game a Monticello, New York, che diventò presto un appuntamento annuale a cui prendevano parte molte stelle della NBA per raccogliere fondi per la causa di Maurice. Il quale, pur essendo permanentemente paralizzato, recuperò coscienza di sé e imparò a comunicare con gli occhi. Le sue condizioni, però, deteriorarono nel corso degli anni ’60, fino a quando il 31 marzo 1970 accusò un infarto che una settimana dopo lo condusse al decesso. Attraverso le battaglie di Twyman, il ricordo di Stokes ha continuato a vivere: l’ex Royals è stato il primo laico ad essere sepolto nel cimitero del campus di Saint Francis e nel 2004 è entrato a far parte della Hall of Fame, dopo tanti anni in cui la candidatura portata avanti da Jack era stata puntualmente rispedita al mittente. Signore e signori, ecco a voi una storia tragica, che allo stesso tempo ci ha dimostrato come la vera amicizia esista.