Storie di pallacanestro

La triste parabola di Robert Swift: dalla NBA ai furti nelle case, passando per Tokyo

E’ una mattina di dicembre 2010. Bob Hill, ex coach dei Sonics, e Casey, suo figlio, entrano in un elegante appartamento situato nei pressi del centro di Tokyo. I due si trovano in Giappone per allenare la squadra dei Tokyo Apache, ma quella visita aveva poco a che fare con la pallacanestro in senso stretto. All’interno dell’appartamento c’era Robert Swift, il centro scelto da Seattle con la #12 nel Draft del 2004. Entrato nella NBA a 18 anni con un potenziale molto importante davanti a sé, è presto uscito dal giro, giocando appena 97 partite ma riuscendo comunque a mettersi in tasca circa 10 milioni di dollari. A 25 anni, si ritrovava in Giappone con l’etichetta di progetto fallito e ormai dimenticato in soffitta.

Ma torniamo a noi. Bob e Casey passeggiano nell’appartamento, fino a quando non trovano Swift accasciato sul letto e immerso nell’oscurità più assoluta. Sul pavimento c’era una bottiglia completamente vuota di vodka, che evidentemente aveva fatto compagnia al povero Robert, depresso per il fatto che la fidanzata lo aveva chiamato per porre fine alla loro storia. Bob scuote Swift, gli ordina di alzarsi e di venire in soggiorno, ha bisogno di parlargli. “Ragazzo mio, hai toccato il fondo. Forse l’essere scelto al Draft all’età di 18 anni non era la cosa giusta per te. Forse tutti quei soldi ti hanno fatto solo del male. Ma è successo e devi imparare a convivere con tutto ciò. Adesso è arrivato il momento di piantare i piedi per terra e di prendere il controllo sulla tua vita”.

Robert a quel punto scoppia in un classico pianto liberatorio. Sembra essere la svolta, ma la sorte proprio non ne vuole sapere di sorridergli: tre mesi dopo quella chiacchierata con Bob, un disastro naturale colpisce il Giappone, ponendo fine alla stagione dei Tokyo Apache e di conseguenza alla carriera cestistica di Swift. Inutile dire che quello è l’inizio della sua fine anche dal punto di vista umano.

Facciamo un tuffo nel passato, riavvolgendo il nastro verso la fine degli anni ’90. Lo scenario della vita di Robert è il seguente: suo padre Bruce è reduce da un brutto incidente stradale ed ha perso due anni di lavoro, sua madre Rhonda ha il cancro e si è dovuta sottoporre a diversi interventi chirurgici. La famiglia Swift ha presentato istanza di fallimento prima del 1999 e poi nel 2003. Insomma, l’infanzia di Robert è stata a dir poco tormentata e il suo unico rifugio era la pallacanestro. Come giocatore, ha affascinato allenatori e scout per la sua stazza e per il suo tocco morbido, tanto che qualcuno riteneva che potesse diventare il nuovo Bill Walton. Spinto da tutto ciò, Swift decide di dichiararsi per il Draft nel 2004, dove viene scelto dai Sonics tra le lacrime di gioia di sua madre. Per inquadrare bene il personaggio particolare dinanzi a cui siamo, questo aneddoto può sicuramente servire: ogni venerdì Swift si presentava al campetto di Bakersfield per prendere parte ad una partita; lui è stato scelto di giovedì e il giorno successivo, nonostante fosse stato appena reso multimilionario dai Sonics, si presentò comunque al campetto per giocare, fregandosene del rischio infortuni, come se nulla fosse cambiato.

E invece era cambiato tutto. All’inizio in quel di Seattle si sentiva un ragazzino sperduto, ma era ben voluto dai compagni di squadra, che lo chiamavano scherzosamente “Napoleon Dynamite” per via dei suoi capelli rossi. Dopo una prima stagione passata praticamente fermo al pino ad imparare dai più grandi (da rookie ha giocato solo 16 partite con appena 4.5 minuti di media, ndr), nella seconda il minutaggio è salito vertiginosamente (21.0), sono arrivate addirittura 20 apparizioni in quintetto ed è cresciuta sempre di più la convinzione del fatto che Swift (6.4 punti, 5.6 rimbalzi e 1.2 stoppate in quell’annata) sarebbe potuto diventare presto il centro titolare dei Sonics. Quando si è presentato alla vigilia della sua terza stagione NBA, appariva profondamente diverso dal ragazzino di 18 anni che era stato scelto nel Draft del 2004: i capelli erano cresciuti a dismisura, e lui si rifiutava di raccoglierli nella classica coda di cavallo, mentre il suo corpo era pieno di tatuaggi. Per molti quelli erano i primi segnali di aiuto, per Robert era semplicemente il suo modo di essere. Per quella stagione, Seattle progettava di schierarlo in quintetto assieme a due mostri sacri come Ray Allen e Rashard Lewis. Dopo aver ammirato i suoi notevoli miglioramenti in uno scrimmage di preseason, coach Bob Hill fece in pubblico le seguenti dichiarazioni: “Avete visto Swift? Dio mio quant’è cresciuto! Non l’ho mai visto giocare in quel modo”. Una settimana più tardi, nei primi minuti di un’esibizione, Robert ha provato a salvare una palla vagante proprio davanti alla panchina dei Sonics, ma è atterrato goffamente e si è rotto i legamenti del ginocchio destro.

A causa di quel gravissimo infortunio, Seattle ha dovuto fare a meno di lui per l’intera stagione, e in quella successiva fu lampante che qualcosa si era rotto nella mente di Swift: giocò otto partite, prima di rompersi il menisco, dopodiché nel 2008 ad Oklahoma City è stato impiegato dai nuovi Thunder per 26 incontri. Poi il nulla: a 23 anni, la sua carriera NBA era già finita. Nel 2009 ha provato a ripartire dalla D-League, ma ha mollato la sua squadra dopo appena due partite e non si è più visto in giro per parecchio tempo. Arriviamo così al 2010, anno in cui Bob Hill accetta di allenare in Giappone: la prima persona che chiama è Swift. Il quale si presenta al cospetto del suo coach in evidente sovrappeso e con la morte negli occhi: “Era irriconoscibile. Gli dissi di tagliarsi i capelli e di rimettersi in forma, perché aveva la pancia da alcolizzato. E lui lo ha fatto”. Seguendo i consigli/ordini di Hill, Robert riesce a rimettersi in carreggiata e torna a sembrare un vero giocatore di pallacanestro: gioca così bene in quel di Tokyo, che Knicks e Celtics iniziano ad interessarsi a lui. Poi, però, la catastrofe colpisce il Giappone, la squadra si scioglie e con essa le ultime speranze di Swift. Che dal quel momento in poi ha accantonato ogni velleità cestistica, ha provato a farsi una vita, ma è piombato in una spirale di crimini senza fine, ed ha toccato il suo punto più basso qualche giorno fa.

In questo momento, Robert è sulla bocca di tutti i media e gli appassionati NBA, ma non per qualche impresa sul campo: è stato arrestato nei sobborghi di Washington per aver tentato di entrare in una casa. A 29 anni, quello che poteva essere un ottimo giocatore nella più importante lega di pallacanestro del mondo è finito a fare lo scassinatore: Swift è stato sorpreso assieme ad un’altra persona mentre tentava di rapinare un appartamento, con tanto di passamontagna in testa e mazza da baseball in mano.

In conclusione, quella di Robert Swift è una storia molto triste. E’ la storia di un ragazzo che a 29 anni è già vecchio nell’aspetto e soprattutto nell’anima, che è stato etichettato come un potenziale fenomeno in età giovanile, ha guadagnato milioni di dollari, ha saggiato la fama, salvo poi perdere tutto, ma soprattutto perdere se stesso. Ormai i guai con la legge iniziano ad essere veramente tanti e sempre più pesanti, eppure c’è ancora chi crede che Swift possa salvarsi: ehi, amico, hai solo 29 anni; avevi un sogno, hai gettato via tutto e sei anche stato parecchio sfortunato, ma la vita continua ed è ancora lunga davanti a te.

1 commento

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  • "ehi, amico, hai solo 29 anni; avevi un sogno, hai gettato via tutto e sei anche stato parecchio sfortunato, ma la vita continua ed è ancora lunga davanti a te."
    Grazie per questo pezzo bellissimo, forza Robert, spero che la vita torni ad illuminarsi in lui!