Non chiamatele Minors Rubriche

Team ACL – La miglior pallacanestro che non avete mai visto

Street Basketball - Rucker's Street Tournament Tryouts

Capita che decidi di fare le ferie con gli amici di sempre, per la prima volta dopo 26 anni, e di regalare spettacolo a ogni singola ora di una settimana pugliese vissuta a 360 gradi. Capita che a Nardò, se non hai la possibilità di accendere l’aria condizionata, la crisi respiratoria è una certezza, poiché il caldo è semplicemente devastante. Capita che in un viaggio da Nardò a Taranto, su un pullman che ha fatto la grande guerra – guidato da un autista che sembra essere più parente di Juan Pablo Montoya che non di una ridente famiglia salentina – vorresti approcciare due romane niente male, ma finisci a guardare gli highlights delle prime gare dei Giochi Olimpici di Rio, perché la gnagna è bella ma lo sport, a volte, lo è di più.

Capita, infine, che a Grottaglie scopri il basket, quello vero, forse sulle ali dell’entusiasmo di birre Raffo vendute a 1 € cadauna o di gin tonic caldi come i panzerotti presi durante le pause di un torneo organizzato magistralmente da chi la pallacanestro la ama senza volerla mercificare. Un’esperienza mistica, quella del presenziare al Torneo di Cultura Cestistica, perché, sebbene il livello non sia quello della Serie A, la vera pallacanestro è quella delle Minors; quella di gente che finito di lavorare – e non importa quale lavoro svolga – si presenta in un palazzetto dello sport sfidando tempeste tropicali e giocatori di A2 solamente per dare spettacolo. Un’esperienza che mi dà la misura di quanto capisca la pallacanestro e di quanto possa amarla: paradossalmente la amo cento volte più di quanto la capisco, anche perché non avendola mai praticata fatico ancora – dopo 7 anni – a capire certi fondamentali. Non ho faticato, tuttavia, a capire che con un passo-e-tiro e due finte di corpo si può accendere il pullmino per portare a scuola gente che è più grossa, più sportivamente cattiva, più atletica e più fashion di te.

Così, capita che quattro ragazzi riescano a farmi amare la pallacanestro più di un pick&pop Cook-Bourousis o di una tripla di Juan Carlos Navarro; forse non tanto per i gesti tecnici, quanto per la poesia che scrivono disegnando traiettorie e linee di passaggio su un parquet un pelo disconnesso e irregolare. Capita che un lungo, magro come un chiodo, riesca a difendere su gente di 30 kg di muscoli più grossa, tenendo scivolamenti infiniti per poi regalare sky-hook degni di palcoscenici molto più importanti. Capita che un piccolo legga il taglio a canestro del compagno con un 360° dal quale esce un assist dietro la testa che mi fa sobbalzare in piedi ed esultare come poche altre volte in vita mia. Capita che questi quattro ragazzi vincano una Semifinale grazie a un libero, dopo che gli avversari avevano sbagliato – sempre dalla linea della carità – il tiro che li avrebbe mandati in Finale. Direte voi basta con tutti questi “capita” e avreste pure ragione; solamente non riesco a non considerare questa settimana pugliese come una casualità felice in un periodo della mia vita in cui sport e storia sono gli unici pilastri solidi dell’essere. Certo, poi ci sono gli amici, quelli con cui ti presenti a questo torneo perché sai che sono fratelli mancati e quelli che, invece, lo diventano perché sono sempre, costantemente, sulla tue stessa linea d’onda di un sano disagio mentale che ti porta a prendere secchiate d’acqua piovana addosso solamente per difendere la cassa di birra appena comprata al supermarket.

Perciò sì, capita che un evento ti cambi in positivo un periodo della tua vita che non è certo esaltante, permettendoti di conoscere nuove persone e di stringere nuovi legami. Permettendoti di sfidare in una gara al tiro da tre un giocatore di A2 – ovviamente sempre battuto, come no – o di fare un 1vs1 contro un pilastro dell’arbitraggio italiano, grazie al quale rivaluti perfino le tue antipatie verso un sito dal quale sei stato estromesso non si sa ancora perché, ma quella è un’altra storia, morta e sepolta. Capita che, sempre quei quattro ragazzi, “i moschettieri dell’ACL”, ti facciano amare ancor più la pallacanestro, dando l’impressione che anche un quartetto dalle sembianze dopolavoristiche si possa trasformare in una poetica squadra che gioca un basket sublime e raggiunge una Finale di un torneo amatoriale. E allora lì il risultato non conta più, perché perdere è solamente la chiusura di un cerchio magico, se nella sconfitta il giocatore decisivo per gli avversari è un professore che quando si alza da tre sa già di aver bucato retina e partita. Il risultato non conta più, perché se giochi così poeticamente a pallacanestro la sconfitta non esiste; esiste soltanto la vittoria di aver portato tanto spettacolo e tanto bel basket su un campetto del Sud Italia, regalando a quattro scappati di casa – alias io e qualche socio – la consapevolezza che c’è ancora chi ama questo sport e sa accarezzare una palla come fosse il culo di una bella donna. Perché sì, qui non facciamo giornalismo e allora posso liberamente scrivere “culo”, laddove testate giornalistiche più blasonate si prendono la briga, e di certo il gusto, di parlare del lato B di un’atleta che ha appena vinto un argento olimpico anziché celebrarne la grandezza sportiva con un approfondimento su come l’ha vinta, quella medaglia.

E allora dico grazie, alla squadra ACL, perché per un week-end il basket mi è sembrato uno sport e basta, non un campo minato in cui logiche geopolitiche, di palazzo e di potere, la fanno da padrone a discapito di uno spettacolo che potrebbe – e dovrebbe – essere sicuramente migliore. Dico grazie a chi si è fermato a farsi birra e panzerotto prima di scendere in campo, a chi ha esultato con noi a ogni showtime di quei quattro moschettieri. Dico grazie, soprattutto, a chi la pallacanestro la sa ancora amare, senza mercificarla.