Yao Ming: l’esperimento meglio riuscito

Di Andrea Dell’Acqua, fondatore di Vite dietro una palla a spicchi

Quando si scrive o si parla di Yao Ming si ha come la sensazione di avere a che fare con un tipo di giocatore che difficilmente rivedremo a breve sui parquet NBA. Ma non perché, senza nulla togliere al buon Yao, sia stato un fenomeno in campo, ma perché una personalità come la sua è di difficile, se non impossibile, imitazione. E la storia che vi sto per raccontare ne è la dimostrazione. Sì perché lui è cinese, viene da una cultura completamente diversa che non ha nulla, ma proprio nulla, a che vedere con lo stile di vita americano. Quando giocava con gli Shanghai Sharks, agli allenamenti ci andava in bicicletta. Lui ha iniziato a masticare pallacanestro a livello professionistico giocando in una lega cinese che non è proprio come la vediamo oggi, piena di soldi e di ex stelle NBA o europee in cerca degli ultimi strascichi di una gloriosa carriera. Quando c’era Yao, in Cina non si tenevano le statistiche per non glorificare troppo la squadra vincitrice; sempre per lo stesso motivo, erano quasi del tutto inesistenti le schiacciate e potete capire quanto tutto questo sia mostruosamente atipico per un 229 cm come il nostro campione. Yao però è particolare in tutto e lo è fin da subito: scopriamo la sua storia.

Yao Ming (così sarà in America ma in realtà Yao è il cognome e Ming il nome) nasce a Shanghai il 12 Settembre 1980. Già da questo momento, se non da prima, la sua storia ha qualcosa di speciale. Ci troviamo nella Cina di Mao Zedong, leader nazionalista intenzionato a creare una generazione di super atleti che innalzi la sua patria ai livelli delle superpotenze di allora, e se vogliamo Yao fu l’esperimento più riuscito di tutti. Quando nacque pesava oltre 7 chili e sembrava più un bambino di 3 anni che un neonato ma tutto questo era perfettamente calcolato, faceva parte del piano. I suoi genitori infatti si chiamano Yao Zhiyuan e Fang Fengdi, due ex giocatori di basket, rispettivamente 208 e 186 cm. Oggi questo non sarebbe nemmeno troppo anomalo ma provate a proiettarvi indietro di oltre quarant’anni: in Cina le donne del tempo avevano un’altezza media di 150 cm scarsi e quindi Fang era un vero e proprio colosso in confronto alle sue connazionali. Nel 1965, all’età di 15 anni, era infatti l’adolescente più alta della città. La sua statura attirò l’attenzione dei dirigenti dello sport di Shanghai che andarono a far visita alla famiglia profetizzando che ella porterà gloria allo sport nazionale. Fu così che Fang Fengdi venne cooptata dal regime. Il rigore degli allenamenti di basket era punitivo mentre il «danwei» (il posto di lavoro) controllava ogni particolare della sua esistenza, tanto che a 17 anni Fang Fengdi si arruolò nei «piccoli generali» delle guardie rosse e diventò una delle soldatesse più temute dai dissidenti. La fine della rivoluzione culturale rispedì Fang Fengdi sui campi di pallacanestro e nel 1976 la donna, dopo la storica vittoria contro la Corea del Sud ai Giochi asiatici, diventa un simbolo nazionale dello sport cinese. Lei e Yao Zhiyuan furono fatti incontrare dalle autorità cinesi le quali li “invitarono”, passatemi il termine, a fare un figlio: il futuro super atleta.

Fu così che la leggenda di Yao Ming ebbe inizio. La strada del basket però non fu la prima strada che Yao intraprese nella sua carriera sportiva. Iniziò infatti a giocare a pallanuoto nella squadra della sua città ma era talmente alto che toccava e questo lo rese letteralmente immancabile. Aveva una media di 20-25 gol nel solo primo tempo. A questo punto i genitori dei suoi compagni di piscina spinsero (se si vuole usare un termine carino) l’allenatore a cacciare Yao dalla squadra. Così a nove anni prese in mano una palla a spicchi e iniziò a tirare a canestro. Era già 165 cm e questo lo aiutò parecchio. Appena fu legalmente possibile venne promosso in prima squadra dove iniziò letteralmente a dominare in lungo e in largo. Gli occhi della NBA non poterono non notarlo e così Yao si rese eleggibile al draft del 2002. Houston, complice anche il ritiro di Hakeem Olajuwon, non si lasciò scappare la ghiotta occasione e così lo scelse con la prima chiamata assoluta, facendo di lui il primo cinese a riuscire in questa impresa. L’impatto con il mondo NBA e con l’America in generale fu molto impegnativo per il campione asiatico ma Yao superò agevolmente questo ostacolo. Grazie alla sua solarità e simpatia conquistò subito la fiducia di staff e tifosi: non c’era persona che potesse avere un solo minuscolo motivo per odiarlo. Pensate che una volta firmato il contratto con i Rockets dovette prendere la patente perché spostarsi in bici in Cina è un conto, in America è tutto un altro paio di maniche. Imparò a guidare nel parcheggio del Toyota Center e inevitabilmente bollò almeno 3 macchine della dirigenza. Nessuno ebbe il coraggio di dirgli niente.

Le sue prime due stagioni furono di buonissimo livello, egli entrò subito nel meccanismo NBA usando al meglio la sua prestanza fisica, in modo tale da mascherare il suo scarso atletismo. Arrivò subito la chiamata per l’All Star Game del 2003 come riserva di Duncan ma purtroppo il titolo di Rookie of the year gli venne soffiato da Amar’e Stoudemire. Le successive sei stagioni però furono gravemente segnate dagli infortuni tanto che Yao fu costretto a saltare complessivamente 250 gare. La mazzata arrivò nei play off del 2008 quando si fratturò il piede sinistro. Per un omone di quella stazza il recupero fisico è molto più complicato che per un “normale” giocatore. Caviglie, ginocchia e articolazioni di un giocatore di 229 cm per 140 kg vengono sforzate continuamente per supportare il livello di gioco e atletismo del basket NBA. L’infortunio al piede lo tenne fermo per una stagione intera. Tornò in campo nel 2010/11, ma dopo una stagione dove giocò solo 5 gare decise di smettere definitivamente.

Anche in patria è letteralmente un eroe. Con la nazionale ha giocato praticamente tutte le gare possibili anche perché là il rifiuto di una convocazione è considerato un grande oltraggio verso la propria nazione. É stato portabandiera ai giochi olimpici di Atene 2004 e, ovviamente, anche a quelli di casa del 2008. Si è più volte distinto anche nel sociale. Insieme a Steve Nash ha organizzato una partita di beneficenza, svoltasi il 15 settembre 2007, per la raccolta di fondi da destinare ai bambini delle disagiate zone occidentali della Cina. È anche ambasciatore cinese del NBA’s Basketball Without Borders, programma per la promozione della pallacanestro e la raccolta di fondi per le zone povere del mondo, e testimonial di una campagna anti-AIDS in Cina.

Anche ora che si è ritirato Yao rimane una delle personalità più curiose e caratteristiche dello strampalato mondo NBA. Incarnava la figura dell’atleta tipo: solare, divertente, grosso, solido e tecnico. Un 229 cm con una mano educatissima: pensate che tirava i liberi con oltre l’83% di realizzazione. Potranno nascere altri fenomeni destinati a ingombrati paragoni storici con le stelle del passato ma su una cosa sono certo: dovremo aspettare molto tempo prima di vedere un altro Yao Ming. Se avremo questa fortuna.