Senza scadenza

Caro Gianni ti scrivo, tanto so che non mi leggerai

L’intervento di Gianni Petrucci a Radio Sportiva, qualche settimana fa, non è passato inosservato e mi ha spinto a ragionare su più fronti nell’evoluzione dell’informazione sportiva, con uno occhio di riguardo al mondo della pallacanestro. Premetto subito, e ci tengo a farlo, che non sono un giornalista e che non punto assolutamente a sostituirmi come “voce narrativa” a chi “giornalista” lo è di mestiere, magari da anni e magari con una busta paga che non rispecchia granché le sue reali capacità e/o potenzialità; eppure tengo anche a precisare che non tutti i giornalisti sono divenuti tali grazie a una specializzazione in scuole di giornalismo, poiché la genesi di queste ultime in Italia è abbastanza recente, per lo meno rispetto al mondo anglosassone (uniamoci anche gli USA che, volenti o nolenti, di questo mondo fanno parte per consuetudini giuridiche e sociali).

Il giornalismo italiano, infatti, ha mostrato lunga avversione per le scuole di giornalismo, preferendo alimentare il mito del giornalista “autodidatta”, che si fa da sé, dietro cui in realtà si nasconde la volontà di editori/direttori di avere mano libera per formare le redazioni secondo le esigenze che più si confanno al periodo storico in cui essi operano. Negli Stati Uniti, invece, le scuole di giornalismo esistono fin dagli inizi del Novecento, considerando che proprio negli States possiamo collocare il luogo di origine del giornalismo moderno (1830/1840) con l’avvento della “penny press”. Perché questa digressione che potrebbe sembrare inutile? Il fatto è che dietro la figura di Joseph Pulitzer si nasconde parte del cuore del ragionamento di questo pezzo: Pulitzer, nel 1904, fondò la Columbia School of Journalism (che aprì le sue porte, tuttavia, solamente 9 anni dopo) e venne subito accusato di voler introdurre, tramite l’apertura di college per giornalisti, una distinzione di classe. Egli replicò che l’accusa era completamente fondata, poiché con la nascita di tali college si voleva stabilire una differenza tra chi era adatto e chi non era adatto ad esercitare la professione di giornalista. Nell’ottica di Pulitzer, dare ai giornalisti un’identità professionale (come l’avevano, del resto, gli avvocati o i medici) avrebbe concesso un’indipendenza dagli interessi monetizzabili, per valorizzare la funzione democratica della stampa.

Ora, il concetto di “funzione democratica” è fondamentale tanto quanto l’affermazione di Petrucci secondo la quale sarebbero solo i giornali a fare opinione, non il singolo sito internet (peraltro il presidente della FIP ha anche affermato che la sua forza sta nel non leggere i siti). In tale concetto rientra anche un’altra faccia del giornalismo, ossia quella pratica empirica, il cui esercizio può svolgersi anche senza una preparazione teorica, potendo conseguirsi ottimi risultati professionali grazie soltanto all’esperienza e alle qualità del singolo e/o del gruppo (creatività e competitività, in questo senso, sono aspetti fondamentali). Il punto sta proprio qui: alla maggior parte di blogger, collaboratori, scrittori per passione, che operano nel mondo dei siti dedicati unicamente alla pallacanestro, probabilmente mancheranno le basi teoriche per poter fare approfondimenti e opinioni in merito a certe tematiche, ma non per tale motivo si può ridurre a zero l’operato di siti che, spesso e volentieri, producono lavori di rara qualità e approfondimenti interessanti. Il problema si sostanzia in due punti fondamentali: 1) l’avvento dei social network, che condizionano l’utente medio nella qualità delle notizie che egli vuole leggere, poiché oggi la flash-news è fondamentale, mentre l’approfondimento ponderato (e lungo) di una determinata tematica non viene letto come meriterebbe; 2) una deriva culturale generalizzata che, tout court, porta inevitabilmente a un cambiamento negativo nella qualità dell’informazione (per quanto solo sportiva, in questo caso).

Eppure, tale problema non può ridurre, come già anticipato poco più sopra, la qualità di un mondo in perenne e positiva espansione, qual è quello dei siti specializzati nel parlare di pallacanestro. Ovviamente, in questo mondo multiforme e multicolore, non possono mancare le negatività, laddove testate giornalistiche registrate permettono a loro collaboratori di confondere OAKA con il Pireo o di riprodurre articoli di ex-collaboratori cambiando solamente l’autore, fregandosene altamente del lavoro intellettuale e concettuale che sta dietro alla produzione di un articolo, per quanto esso possa anche risultare banale a chi legge solamente i giornali. A fare da contrasto a queste negatività, però, vi sono molti “prodotti” di alto livello (pensiamo agli approfondimenti de “L’Ultimo Uomo”, al lavoro di Sportando, agli innumerevoli interessanti pezzi di tutti gli altri siti, che non starò a nominare per non far torto a chi, inevitabilmente, dimenticherei). Sono questi prodotti a fare del “nostro mondo” una potenziale risorsa da sfruttare e da ampliare, non una realtà negativa che cerca di sminuire il lavoro di giornalisti di professione; anche perché, perfino giornalisti di professione, possono scrivere castronerie, quindi non credo che sia poi granché significante il fatto che dei siti scrivano cose diverse da quelle riportate dai maggiori quotidiani, specialmente nel solco di una libertà di manifestazione del pensiero (tanto caro e, al contempo, bistrattato l’articolo 21 della nostra Costituzione) che ha fatto dell’Italia uno dei paesi più avanzati in questo ambito, anche se guardando all’oggi tale frase potrebbe sembrarvi fallace.

Il mondo dei siti dedicati alla pallacanestro, perciò, fa molta più opinione di quanto si possa pensare (e di quanto possa pensare lo stesso Presidente della FIP, con tutto il rispetto dovuto a una simile figura istituzionale, beninteso), se non altro nell’opera di newsmaking (produzione di notizie) che è diversa, il più delle volte, da quella attuata dai giornali. I motivi di tale diversità, ovviamente, sono da rintracciare nelle esigenze redazionali di giornali e testate giornalistiche, ma ciò non sminuisce i lavori di approfondimento e di newsgathering (selezione delle notizie) svolti da vari siti. Nella testata del New York Times si legge ancora il celebre motto “All the news that’s fit to print”, ossia tutte le notizie che vale la pena di stampare, e richiama la complessa questione della discrezionalità dei contenuti della notizia rispetto alle valutazioni del singolo giornalista; ecco, in questo aspetto i siti dedicati al mondo della pallacanestro dovrebbero migliorare la loro “produzione di contenuti”, poiché alcune notizie riportate rappresentano un insulto all’intelligenza del lettore, andando così a scavare ancor più la fossa della deriva culturale di cui si è parlato poco sopra.

Per sostenere la mia tesi, ho contattato Sandro Faccinelli, responsabile comunicazione del “Valtellina Basket Circuit” nonché consulente in comunicazione e marketing, media relation, digital PR, social media marketing, web marketing, il quale mi ha concesso due parole in merito alla questione. Riporto qui il suo pensiero, sicuramente più puntuale e preciso di quanto non abbia scritto io finora: “Penso, prima di tutto, che gli appassionati di basket debbano dire grazie a tutti quelli che, magari anche solo per passione, riempiono quotidianamente e senza soluzione di continuità social, blog e testate online registrate di notizie, foto e video di pallacanestro, non solo italiani. Essi rappresentano una vera forza della natura che tiene vivo h24 il mondo della palla a spicchi; e lo fanno sempre più spesso con un livello di approfondimento e produzione di contenuti di grande valore “giornalistico”. Poi non si può comunque negare che i grandi media cartacei, televisivi e radiofonici siano fondamentali per veicolare il nostro sport in Italia. La maggior parte del mio lavoro si svolge nel web e sui social, quindi sono ovviamente di parte, però secondo me il presidente FIP ha ragione sul fatto che i grandi giornali sportivi facciano opinione, grazie alla forza della tiratura e del loro approfondimento, che i tempi della carta stampata consentono alle redazioni. Il problema è che, al di là del fatto che non pochi siti e social sportivi realizzino numeri che non hanno nulla da invidiare alla carta stampata, su quest’ultima lo spazio che viene riservato al basket è purtroppo insufficiente per il movimento nazionale: non c’è confronto in termini di contenuti veicolati dal web da qualsiasi punto di vista lo si guardi. Credo che i primi a dispiacersi di questo spazio siano proprio i tanti giornalisti che si occupano di basket nei grandi media, in primis nei giornali, i quali si ritrovano una pagina sul nuovo pulcino di Balotelli, con tutto il rispetto, e magari mezza pagina per una partita di Euroleague in cui sono coinvolte le nostre squadre italiane. Tuttavia, Petrucci è da tempo che spinge per avere maggiore spazio nei media nazionali e sono certo che questa sua dichiarazione (“i siti non li leggo”) vada in quella direzione“.

Traete voi le debite conclusioni di tutto questo ragionamento, essendo però consapevoli di una cosa: l’informazione deve avere come obiettivo principe, in un paese democratico, proprio l’aumento e lo sviluppo della democrazia tramite la condivisione di notizie; nell’ambito sportivo, tale obiettivo si sostanzia nella possibilità di esprimere diverse opinioni sullo stesso fatto, sullo stesso avvenimento o sulla stessa situazione. Questo è fondamentale, sempre. Pertanto, Egr. Presidente magari dia un’occhiata a qualche sito che parla di pallacanestro, poiché qualcuno di essi fa opinione. Eccome se fa opinione.

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