Senza scadenza

Il significato etico-morale delle “campettate” con gli amici

Via Hermada, Niguarda, Milano. Ore 21.30 di un classico lunedì sera che, da buon venticinquenne universitario, dovresti passare in casa, dedito allo studio matto e disperato di quelle 2.500 pagine che entro dicembre dovrai sapere a menadito per proseguire come si deve nella carriera studentesca. Invece ti ritrovi con gli amici di sempre al campetto, pronto all’ennesima partita di pallacanestro stile “scapoli vs ammogliati”: il problema è che tu a pallacanestro non ci sapresti giocare nemmeno se i Monstars ti chiedessero di unirti a loro per rubare ancora una volta il talento, attempato ma pur sempre cristallino, di Charles Barkley, Patrick Ewing, Muggsy Bogues, Larry Johnson e Shawn Bradley.

E allora? Perché diavolo ti ostini da anni a cercare di imparare perfino a non fare passi in partenza quando poi il tuo massimo risultato è quello di ridurre la distanza dell’airball dal ferro? Probabilmente perché oltre al tuo disagio su un rettangolo di gioco delimitato da 4 righe e due canestri c’è molto di più. Ci sono gli amici di sempre, quelli con cui sei cresciuto e hai condiviso traguardi importanti; quelli con cui hai affrontato anche momenti difficili, perché la vita idilliaca dei film non è quella degli sbarbati che si affacciano alla maturità fisico-psichica con tanti dubbi e ben poche certezze. C’è, però, soprattutto la consapevolezza che la pallacanestro è uno sport diverso dal classico calcio, una sorta di virus che ti intacca l’anima in un contagio delle idee che manco quello dei Lumi settecenteschi; la consapevolezza che la pallacanestro è lo sport in cui esprimere tutto il proprio disagio tecnico-tattico, ma anche tutti i propri legami d’amicizia. E questa consapevolezza è maturata lentamente, poiché anni fa preferivi un sintetico a 5 sul quale esprimere le tue doti di bomber di razza alla Ardemagni, con un fiuto del goal degno del migliori Pippo Inzaghi e con una tecnica pari a quella di un lamantino dei Caraibi.

La pallacanestro si è insinuata come una dolce malattia, capace di spingerti a presentarti puntualmente in un playground dove spesso e volentieri le retine sono semplicemente un desiderio e i ferri del canestro non sembrano manco essere in asse, perché qualcuno preferisce fare atti di vandalismo anziché trovarsi una cazzo di passione nella propria vita. Eppure è un playground cui ormai sei affezionato, conosciuto casualmente dopo un aperitivo degno del miglior coma etilico nel miglior baretto di quartiere; è un playground dove le tue ambizioni superano le tue reali capacità, in cui uno step-back alla Keith Langford si trasforma in una rovinosa caduta che sfocia in fragorose risate di amici e senzatetto che si accampano sotto una sorta di tettoia per trovare un riparo dove passare le classiche notti di una società sempre più proiettata verso l’apparenza che non verso la sostanza. Proprio quel campetto è il luogo in cui trova spazio un movimento etico-morale, che si sostanzia in un’etica probabilmente non condivisa dalla gran parte della società: noi al posto della borraccia abbiamo le birre, al posto dell’abbigliamento griffato abbiamo le divise da gioco degli sport che facevamo da adolescenti, riadattate all’utilizzo pratico per giocare a pallacanestro. Un’etica che, a modo nostro, rappresenta una ricerca di ciò che è bene per l’uomo, di ciò che è giusto fare o che nobilita l’anima, poiché per noi, piccolo gruppo di amici milanesi, è fondamentale mantenere quei rapporti interpersonali che ti fanno sentire vivo più di una nuova app o di un nuovo smartphone e/o tablet.

Il significato etico-morale delle campettate sta proprio nell’essenza di ciò che rappresenta un 3vs3 tra amici, concluso con stretching, birra e chiacchiere sulla gioventù e sulle imprese passate; è tutto racchiuso nella consapevolezza che il mondo virtuale dell’oggi e (con tutta certezza) del domani non potrà mai sostituire quei senzatetto che si fermano a guardare 6/8 scappati di casa che cercano di giocare a pallacanestro e finiscono per infliggere pugnalate alle regole del gioco pur di divertirsi in un rapporto che non sia virtuale. Che poi, la virtualità è comunque presente laddove ci balena in mente la malsana idea di twittare a Steve Nash la richiesta di venire a Milano per giocare con noi in un potenziale dream-team (alcoolico) che vorrebbe cimentarsi nel CSI, tenendo a precisare che il suddetto CSI non è quello in cui Horatio Caine intimorisce criminali e banditi con la mossa degli occhiali da sole. Il significato etico-morale della pallacanestro giocata al campetto, per quanto scarso o eccelso possa essere il livello, si sostanzia essenzialmente in una scelta: passare la serata davanti a consolle e derivati simili o uscire e dare spettacolo cercando di imparare a fare un arresto-e-tiro come si deve. Non che una cosa esclusa l’altra e non che io voglia fare il mentore di come passare le vostre serate, per carità; però vorrei spronarvi ad andare al campetto almeno una volta nella vita, a prescindere da quali siano la vostra conoscenza del gioco e le vostre abilità, a prescindere dal fatto che voi siate i nuovi Steph Curry o i nuovi Roberto Chiacig. Spronarvi ad andare al campetto, come un enologo vi spronerebbe ad andare in enoteca o come un critico teatrale vi consiglierebbe di andare a vedere qualche opera lirica: il tutto per coltivare rapporti interpersonali che, inevitabilmente, arricchiscono la propria persona, la propria anima.

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