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My-Roma 2024, il Sì alla rassegnazione.

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La possibilità di organizzare una rassegna olimpica è un argomento che storicamente ha sempre spaccato l’opinione pubblica delle nazioni coinvolte in questa competizione. Questo fatto, ovviamente, si è verificato anche in Italia con l’aggiunta, da ambo le parti, di stucchevoli teatrini politici che hanno caratterizzato l’avvicinamento a un passaggio fondamentale per la confermare la nostra candidatura. Entrambi i fronti adducono motivazioni più che legittime e una posizione univoca e incontestabile, che metta d’accordo tutti quanti, non è contemplata. Sono contrapposte due antitetiche tesi: “Sono un assegno in bianco firmato dalle città ospitanti. Un sogno che si tramuta in incubo ” contro “Sono un volano in grado di far ripartire un Paese ”.

I sostenitori del no si lamentano per le cattedrali nel deserto (o white elephant), per le opere incompiute, per le criticità della gestione dei lavori e per i costi che lievitano sensibilmente rispetto alle stime iniziali.Con onestà intellettuale bisogna ammettere che sono mozioni concrete.
E’ altresì doveroso sfatare il mito delle edizioni virtuose. Nella storia recente nessuna, confrontando i soli valori puri di costi sostenuti e ricavi ottenuti, ha concluso con un bilancio in positivo. Neppure la famigerata Londra 2012.
A una città, volendo porre l’analisi esclusivamente su questo piano, non conviene organizzarle.
Se fossero un affare sicuro vi sarebbe la fila per ottenerne l’assegnazione.
Inoltre, non sono nemmeno un incentivo per il turismo. Prendendo a esempio Londra si rileva che nel 2012 abbia avuto un diminuzione di introiti derivanti da questo settore nelle settimane dei Giochi ed è ovvio che ciò accada. Chi non è appassionato, chi non possiede un biglietto, perché dovrebbe recarsi a visitare la città ospitante?

I sostenitori del sì non concepiscono i Giochi come dei meri costi, bensì come degli investimenti senza i quali non si ripartirebbe talvolta da una situazione di immobilismo socio-economico. L’aspetto fondamentale è il dopo. Le strutture, aspetto che descriveremo in seguito, vengono smontate e nel frattempo si riqualifica, si rendono più efficienti i sistemi di trasporto, si creano proselitismo e benefici occupazionali. Questa è la cosiddetta legacy e Roma stessa, con la pregressa organizzazione del 1960, ne è un lampante esempio.

L’Italia si presentava ai blocchi di partenza con una pregressa rinuncia. Il 14 febbraio 2012, l’allora Premier Monti, decise di non avallare la presentazione della candidatura per l’edizione del 2020 spegnendo sul nascere qualsiasi embrionale discorso. «Il Governo non si sente di assumere l’impegno della garanzia. Abbiamo ritenuto di dover essere molto responsabili in questo momento della vita italiana.». Fu un atto doveroso e sacrosanto.
Non eravamo in grado di assumerci gli oneri e i rischi di gestire un evento di questa portata.

Cosa è variato da quel giorno? Il nostro Paese è economicamente risorto? Purtroppo no.
E allora come si può passare da questa coscienziosa rinuncia al volerci provare sul serio?
E’ qui che entra in gioco lo snodo centrale della vicenda: l’agenda 2020 del CIO.
(per info: https://stillmed.olympic.org/Documents/Olympic_Agenda_2020/Olympic_Agenda_2020-20-20_Recommendations-ENG.pdf)

Il CIO (Comitato Olimpico Internazionale), dopo l’ecatombe di candidature ritrattate per i Giochi invernali del 2022 (Leopoli, Stoccolma, Cracovia e Oslo su 6 concorrenti totali), decide di porre fine agli anacronistici sprechi avviando una vera e propria rivoluzione. L’8 dicembre 2014 vengono approvati tutti i 40 punti dell’agenda 2020 che introducono una nuova era Olimpica.
Gli elementi fondamentali divengono la sostenibilità economica e il contenimento dei costi tra strutture temporanee e aperture, per lo svolgimento di alcuni eventi, alla delocalizzazione in altre città già attrezzate rispetto alla sede principale.
Il 15 dicembre 2014 l’Italia, per voce del Premier Renzi, si iscrive alla corsa per l’edizione del 2024: “Non ci candidiamo per partecipare, ma per vincere una sfida ”.

Vi sono delle nuove linee guida ancora astratte, ma concretamente che cosa avviene?
Per rispondere a questo quesito è sufficiente paragonare i costi preventivati dai due comitati.

Roma 2020: spesa totale stimata 9,8 miliardi di euro coperta per 4,7 da fondi pubblici.
Roma 2024: spesa totale stimata 5,3 miliardi, suddivisa in 2,1 per ammodernamenti e impianti permanenti e 3,2 per quelli temporanei, con 1,7 miliardi di contributi garantiti dal CIO.

2,1 miliardi per la creazione del villaggio olimpico da 17mila posti rilocabili, del Main Press Center, della Cycling Arena, il completamento delle Vele di Tor Vergata e la riqualifica dello stadio Flaminio.
85% percentuale delle sedi già esistenti o da allestire temporaneamente.
10 sedi temporanee previste.
35 sedi di gara di cui 24 all’interno della Capitale 17 non richiedono lavori 7 ammodernamenti permanenti.
11000 gli atleti che si sarebbero dovuti allenare implicando la riqualifica delle strutture scolastiche.

Per completare la seconda fase del processo di candidatura, denominata “Governance, legale e finanziamenti”, era necessaria la firma del primo cittadino di Roma come garanzia al suddetto impegno. La Sindaca, Virginia Raggi, ha anticipato il parere contrario del Consiglio comunale con le seguenti parole: «Uno studio dell’Università di Oxford dimostra come si siano trasformate nel tempo in Olimpiadi del cemento, delle infrastrutture. E’ da irresponsabili dire sì a questa candidatura. Questi sarebbero i Giochi della lobby del mattone che noi vogliamo combattere. Il nostro secco no farà tremare i palazzi.  Il Pd ha trasformato le elezioni amministrative in un referendum sui Giochi e i romani hanno risposto conferendomi il 70% delle preferenze. Non è questione di amministrare bene i fondi. Certi eventi fanno registrare aumenti imprevisti, sempre.

Leggendo queste dichiarazioni è evidente che non vi sia mai stato un reale confronto tra le parti in causa. Non si è entrati nel merito e con un no a prescindere, come anche con un sì a prescindere, non si fa strada. E’ altrettanto palese che il clamoroso autogoal del CONI risieda nell’aver osteggiare il referendum promesso in campagna elettorale dalla Raggi e poi abilmente trasformato in quanto sopra riportato.

Nel caso in cui i Giochi fossero stati assegnati alla città di Roma, sarebbe stato compito dell’amministrazione comunale di Roma Capitale e del CONI definire la struttura del nuovo comitato organizzatore. Il Comune avrebbe avuto pertanto un ruolo fondamentale nella scelta delle persone, nell’assegnazione e gestione degli appalti, nello stabilire le procedure di trasparenza, nel controllo del budget. Ma è proprio in questo ambito che è giunta la principale resa dei 5 Stelle. Sì è detto di no perché qualcuno potrebbe rubare, tuttavia se davvero si vuole sconfiggere il malaffare, lo si deve affrontare e non rinunciare.

Questa tipologia di scelta certifica che a Roma e in Italia non si è più capaci di sognare, anzi di provare a sognare perché la sfida per aggiudicarsi l’organizzazione era ancora tutta da disputare, succubi dell’atavico timore delle possibili infiltrazioni mafiose nei vari appalti. Sarebbe utopistico escludere questa eventualità, ma abbandonare a prescindere la competizione con tale motivazione è sconfortante. Equivale a non voler prendere un aereo perché potrebbe precipitare, a non viaggiare perché potrebbero esserci degli attentati, a non acquistare un veicolo perché potrebbe essere rubato e via dicendo.

Governare un evento del genere sarebbe potuta essere invece una prova del fatto che la nuova classe dirigente che si sta affacciando in questi anni in Italia non ha timore degli errori del passato. Al contrario, è capace di capirli e superarli. Senza sprechi e furti, con la capacità di gestire con serietà e trasparenza i soldi pubblici.

Roma 2024 poteva essere l’occasione di provare a dimostrare che siamo un Paese migliore rispetto a quanto possano pensare gli altri e anche noi stessi, ma abbiamo optato per l’immobilismo e questo senza condizionale.

Andrew Villani