Serie A

BEKO Serie A – Il personaggio: Pino Sacripanti (con intervista esclusiva)

Avellino-Brindisi non sarà stata la partita di cartello, ma è stata di gran lunga la più entusiasmante di questo turno di Serie A. Gara decisa dopo un overtime, vinta meritatamente dalla squadra irpina, sempre sopra per tutto il match fino al jumper del pareggio all’ultimo secondo di Adrian Banks. Anche questa settimana siamo riusciti ad avere il contributo di uno dei protagonisti di questa vittoria, Stefano “Pino” Sacripanti, coach di una Sidigas Avellino che in questo inizio campionato ha fatto vedere di avere le carte in regola per giocarsela con tutte, pur buttando al vento qualche occasione alquanto golosa.

È stata una partita strana. Una partita mai messa in discussione fino all’ultimo istante, fino agli ultimi minuti del quarto periodo, quando Brindisi rimonta i nove punti di svantaggio che aveva praticamente da inizio gara e riesce a strappare un supplementare alla Scandone. Poi si sa, i supplementari sono una partita a parte, che spesso favoriscono chi è in rimonta, ma questa volta Avellino è stata brava a non perdere l’occasione, è restata compatta e soprattutto ha segnato nei momenti topici. È stata una partita strana perché, malgrado la sua storia, avrebbe potuto essere ancor più entusiasmante. Mi spiego: ha alternato momenti di basket spettacolare, ricchi di canestri, ad altri in cui non sarebbe entrata nemmeno una pallina da ping-pong. Questo però Pino Sacripanti lo sa benissimo, perché meglio di tutti riesce a vedere il rendimento quotidiano dei suoi ragazzi. Ragazzi che sembravano aver paura di vincere. Nel secondo quarto e nel terzo quarto, ad ogni allungo, hanno spento la luce: hanno concesso rimbalzi offensivi (anche quattro consecutivi), ma soprattutto hanno smesso di segnare. Brindisi però, per due volte, non ne ha saputo approfittare. Alla terza invece, nel quarto periodo, ha affondato il colpo, complici i punti ritrovati di Kenny Kadji e Adrian Banks, ma ancor più complice il black out di Avellino. “Abbiamo un problema generale dovuto alla nostra intensità di allenamento, siamo dall’inizio della stagione un po’ acciaccati in allenamento abbiamo un’intensità abbastanza corta e questo ci impedisce di coprire tutto l’arco della gara. Poi è vero che non abbiamo super atleti quindi dobbiamo essere molto attivi in tutti i tagliafuori. Intanto speriamo che finisca in fretta questo modo i mie intanto speriamo che finisca in fretta questo momento negativo, poi inizieremo ad alzare anche l’intensità degli allenamenti. È l’unico modo che abbiamo per supplire a questa mancanza.”
Letto così però sembrerebbe di parlare di una clamorosa sconfitta. In realtà stiamo parlando con i vincitori, allora perché non rimarcare anche gli aspetti positivi di una gara che, con i due punti ottenuti, slancia anche la classifica di Avellino, facendola infatti allontanare dalla zona più bassa della classifica. Il lavoro dei ragazzi di Sacripanti però ha dato i suoi frutti in una particolare situazione. Con Leunen da centro atipico fuori dal perimetro, è toccato a Buva e talvolta anche a Nunnally andare a cercare posizione per un post-up e, con un gran lavoro complessivo di spaziature di squadra, son sempre riusciti a giocare ottimi uno contro uno spalle a canestro, ma soprattuto caricando di falli Gagic (uscito per cinque falli) e Kadji. “È una nostra caratteristica quella di avere un giocatore intelligente come Martin Leunen, che è un ottimo passatore e permette di liberare l’area per il secondo lungo. Avendo poi sul perimetro dei tiratori, vogliamo sempre cercare di chiudere i triangoli, vogliamo sempre appoggiare la palla al nostro lungo, così che se non giochi sull’uno contro uno, abbia comunque gli scarichi sul perimetro. All’inizio abbiamo faticato, ma poi nel terzo e quarto quarto abbiamo cavalcato questa nostra caratteristica.”
Manca però ancora un po’ di cinismo nei momenti topici, dove sembra esserci confusione. “Nei momenti decisivi non facciamo proprio le scelte esatte. Prima ho avuto problemi con Taurean Green playmaker ed ora c’è Acker, che playmaker non è, che si deve però sobbarcare quaranta minuti in quel ruolo. Far la cosa giusta al momento giusto e la paura di vincere purtroppo sono caratteristiche che dobbiamo riuscire a togliere.”
Assodata però la vittoria, è ora di pensare al nuovo che avanza. Per la Scandone la testa è già proiettata alla prossima giornata, nello scontro cruciale con la Virtus Bologna, mentre per Sacripanti non c’è solo l’impegno con il club a cui pensare, ma anche quello con la Nazionale under 20 che dal 2006 allena. Ecco allora un motivo in più per approfondire un discorso, che sta a cuore a tutti, con uno dei diretti interessati. Abbiamo bene in mente le performance delle nostre nazionali giovanili nelle competizioni continentali, abbiamo ancora tutti in testa il vivido ricordo dell’Europeo del 2013, che ha visto gli azzurri trionfare. Abbiamo sotto gli occhi ogni giorno i progressi di Abass e Della Valle, la scalata di Fontecchio e stiamo iniziando ora a gustarci le giocate oltreoceano di Mussini. Di esempi per poter sostenere l’ottimo lavoro dei settori giovanili ce ne sarebbero, ma allora perché fatichiamo a vedere questi ragazzi sui campi di Serie A? “Questa è una domanda che richiederebbe tre o quattro ore di risposta. È un tema a me molto caro che andrebbe approfondito. Noi arriviamo con dei giocatori buoni a livello Under 20, che hanno seguito un percorso con le loro società e con il settore federale molto importante, però ne arrivano troppo pochi. Sono buoni, ma pochi, perché andrebbero investiti più soldi. Penso che in un momento di crisi come questo, non ci sia nulla di più facile che ripartire dai giovani in maniera propositiva. L’opinione comune è che il settore giovanile sia un costo, ma io credo che sia il contrario. È un costo nell’immediato, ma che ripaga nel breve futuro: innanzitutto, prendendo ad esempio Abass, ti offre giocatori che possono stare per quattro o cinque anni al minimo salariale, dunque abbassano il monte ingaggi. Poi perché serve al movimento: serve per riempire i palazzetti e per preparare culturalmente non solo i giocatori, ma anche i tifosi. Per produrre futuri giocatori, allenatori, arbitri, massaggiatori, tifosi, ma anche dirigenti che possano un giorno investire nella pallacanestro bisogna mettere il seme della passione all’interno delle persone. Anche perché la passione rimane e rimane nel movimento.”
Manca però anche qualcosa di concreto all’interno della struttura pallacanestro. Manca quel gradino che serva a formare i giocatori. “Manca un passaggio reale per i giocatori tra i 18 ed i 22. Ancora non abbiamo una categoria per loro, perché ad oggi o i diciottenni sono pronti, ed è difficile, oppure hanno rischiano di perdersi, magari in categorie minori. Già non ci sono soldi nelle maggiori, figurarsi altrove, dove ti ritrovi in squadre senza una struttura adeguata per completare il loro iter. Ci manca forse una categoria od un campionato come potrebbe essere la NCAA. Mancando questo spazio andiamo un pochino in sofferenza.”
Non è infatti un caso che il pioniere degli azzurrini del 2013 fosse proprio Amedeo Della Valle, che, seppur senza un ruolo rilevante, ne usciva direttamente dal sistema collegiale americano. Lo stesso discorso potremmo farlo per gli allenatori e come esempio abbiamo proprio Pino Sacripanti, un coach che ha fatto la gavetta, non potendo contare su una carriera professionistica da giocatore. “Bisogna avere sempre la passione, mettersi in testa il proprio obiettivo è seguire il percorso in tutti i suoi passaggi. Bisogna conoscere il basket nella sua profondità. Sì, si può ancora diventare allenatori di buon livello senza essere stati giocatori.”
C’è ancora speranza per tutti, basterebbero poche modifiche, ma soprattuto, come in ogni cosa, bisognerebbe avere alla base l’unico strumento necessario per poter andare avanti: la passione. La stessa che quotidianamente ha e prova ad infondere Pino Sacripanti, la stessa che lo ha portato al livello in cui è, ma anche la stessa che porterà altri allo stesso successo.