Serie A

Cronache dalla Rivoluzione Canturina

In principio il verbo era Salvare Cantù.

Pochi soldi, prospettive di Montiana austerità, un coach adatto a lavorare coi giovani, tanti giocatori a basso prezzo ed alta attitudine al lavoro, un pubblico resosi pronto alla sofferenza  con un solo matterello dall’aria svagata di nome LaQuinton Ross dotato di carta bianca.

E su questo lavorava Fabio Corbani, uomo cresciuto a pane e Mike D’Antoni, che un giorno d’Agosto giunge in Brianza e comincia a lavorare su un gruppo di volenterosi ragazzi. Ragazzi che in allenamento non lesinavano una goccia di sudore.

Filosofia? Quella D’Antoniana: motion offense, circolazione di palla, altruismo, alto numero di possessi, cambi sistematici in difesa. Tutto bello e piacevole.

Poi in campo le cose cambiavano. Perché un conto è farlo con Antonio Davis, Acciughino Pittis, Sasha Djordjevic, Zeljko Rebraca ed Henry Williams ed un conto è farlo con Langston Hall e Jared Berggren.

Heslip (foto Walter Gorini sito uff Pall Cantù)
Heslip (foto Walter Gorini sito uff Pall Cantù)

Perché i ragazzi lavoravano e si applicavano ma la carenza di talento era evidente specie se Ross si mostrava disinteressato al mondo esterno e sparava piccioni viaggiatori verso il canestro come un Septon del Culto dei Sette incurante di tutto il resto ed il povero Brady Heslip si ritrovava a lottare come un Hobbit contro gli orchi avversari pronti a raddoppiarlo appena possibile. Così mentre la squadra giocava comunque una pallacanestro assai piacevole e divertente comunque perdeva spesso visto che la difesa non riusciva a reggere l’urto contro squadre più talentuose. L’aspetto positivo era invece lo sbocciare coinvolgente ed esplosivo di Abass, finalmente consapevole delle sue possibilità.

Qui entra in gioco Dmitry Gerasimenko che prima si rende disponibile a completare l’eterno progetto del palasport canturino e poi acquista la squadra una volta reso edotto dei problemi di bilancio del club canturino. Un investimento milionario che il magnate russo non poteva vanificare con il rischio, reale e concreto a quel momento nonostante il buon impegno della squadra, di una retrocessione in A2.

Comincia così a rinforzare la squadra.

Prima individua nel playmaker il problema ed Hall, onesto giocatore e poco più, viene sostituito da Walter Hodge, giocatore di una certa importanza nel panorama europeo. Poi, una volta che il gruppo di americani in forza al Red October Volgograd, la sua squadra in VTB, aveva deciso di abbandonare il club sul fiume Volga, decide di portare in Italia il suo giocatore migliore JaJuan Johnson e per farlo Gerasimenko, sfruttando una falla regolamentare, sfida FIP e Legabasket non facendosi certamente degli amici nelle alte sfere.

Nel frattempo il rapporto con Corbani non è mai decollato: il coach, conoscendone il carattere spesso invadente sul piano tecnico, si mette subito sulla difensiva. Le poche settimane di convivenza sono un disastro e finisce nel modo più logico con l’esonero del tecnico sostituito da Sergey Bazarevich.

Bazarevich (foto Walter Gorini Sito uff Pall.Cantù)
Bazarevich (foto Walter Gorini Sito uff Pall.Cantù)

Tutto ciò è probabilmente sufficiente per portare alla salvezza la barca canturina ma il vulcanico presidente non è il tipo da accontentarsi con una salvezza più o meno comoda mentre il coach russo, dal carattere pignolo e perfezionista, individua rapidamente varie problematiche tecniche ed in particolare non è affatto convinto di Jared Berggren. Comincia così la rincorsa a Kyrylo Fesenko, potente centro ucraino non particolarmente felice al Lokomotiv Kuban. Ed una volta preso si procede anche con la firma di Roko Ukic, uscito da Varese ed uno dei migliori giocatori sul mercato dei free agents.

Tutte queste mosse, fatte con la massima convinzione di migliorare al massimo la squadra e provare ad entrare di rincorsa nel grande Palio dei play-off, generano invece molta confusione tecnica.

Infatti dopo la bella vittoria di Sassari invece di decollare Cantù implode perdendo in serie con una Reggio Emilia zoppa, Torino e Brindisi.

Il problema è che con le porte girevoli la squadra non riesce ad assestarsi né sul piano tecnico né tattico e gioca come una squadra in pre-stagione, inoltre vi sono almeno quattro problemi di natura tattica e mentale:

  • Hodge ed Ukic, due play di personalità abituati a gestire a lungo la biglia si ritrovano spesso, forse troppo, in campo assieme col risultato di far fatica a trovare il proprio ritmo ed imprimere il proprio marchio al gioco canturino.
  • Johnson, che era partito alla grande, dall’arrivo di Fesenko ha un involuzione spaventosa. In realtà la spiegazione è semplice: ala forte assai atletica ed abituata a “stringere” verso il canestro si ritrova con un centro ingombrante che occupa l’area chiudendogli gli spazi.
  • Nonostante gli acquisti le rotazioni non si sono ampliate mancando sempre un’ala guardia in grado di dare riposo ad Abass e non essendoci molta fiducia nei due lunghi di riserva da parte del coach moscovita.
  • Le alte aspettative hanno creato un’ansia da prestazione negli atleti letteralmente strangolati dalla frustrazione a Brindisi

Gli ultimi arrivi sono pensati per tentare di risolvere queste problematiche.

Fesenko (foto Walter Gorini sito uff Pall Cantù)
Fesenko (foto Walter Gorini sito uff Pall Cantù)

Domen Lorbek e Michal Ignerski, quest’ultimo vero pretoriano di Bazarevich, non solo allungano la panchina ma Lorbek oltre a sostituire Abass dà un’alternativa nello spot di 2 riducendo il tempo in cui Hodge e Ukic dovranno giocare assieme mentre Ignerski, lungo che si apre e tira da fuori oltre ad essere un buon passatore, apre l’area per Fesenko mentre Johnson verrà più spesso schierato da 5.

La vera incognita, oltre allo stato fisico di due trentenni fermi da sette mesi, è semmai questa: Cantù a dieci giornate dal termine è ancora in tempo a trovare la giusta formula e recuperare sino al raggiungimento della post season? Oppure è troppo tardi? Nei prossimi di due mesi lo si saprà. La sensazione è che Se (e questo se lo scriviamo in maiuscolo) Cantù troverà la giusta quadra in fretta allora sarà un osso duro, anzi durissimo, nel play off.

Se non ce la farà invece dovrà invece fare quadrato con l’aiuto del popolo del Pianella per salvarsi comunque (che poi in fondo era il Verbo iniziale) per poi completare l’opera rivoluzionaria nella prossima stagione senza soluzioni ibride di difficile digestione.