Serie A

Da Sanders a Sanders

Rakim Sanders (EA7 Emporio Armani Milano) durante la finale della BEKO Final Eight 2016 fra EA7 Emporio Armani Milano e Sidigas Avellino.Basket - Milano 21/02/2016 - Stefano Gariboldi/Newphotopress © All Rights Reserved

Il campionato italiano ha un suo padrone. Di nome fa Rakim, di cognome fa Sanders e in un anno e mezzo si è portato a casa due titoli di Mvp (Finali 2015, Final Eight 2016) e quattro trofei (Scudetto 2015, Coppa Italia 2015 e 2016, Supercoppa 2014). E ci sarebbe ben poco da aggiungere per descrivere il dominio atletico e cestistico dell’uomo di Rhode Island, cresciuto a Fairfield sotto l’egida di Sydney Johnson (playmaker vecchio stampo, visto in Italia a cavallo dei due millenni a Gorizia, Reggio Calabria, la stessa Milano, Siena e soprattutto Avellino). Poi l’inizio dell’esperienza europea. Israele e Germania le tappe intermedie nella crescita di quello che era un giocatore ancora acerbo o almeno non cosciente del suo potenziale non solo da esterno. L’arrivo a Sassari e la consacrazione con il triplete dei sardi, dopo aver giocato una serie finale contro Reggio Emilia a 16.1 punti e 6.6 rimbalzi di media, nonostante l’infortunio al polso di gara 5, che lo ha poi costretto a saltare metà della stagione in corso.

Già, perché l’Mvp della Final Eight 2016 ha disputato la sua prima partita ufficiale dell’anno soltanto lo scorso 3 febbraio, contro l’Alba Berlino. Come se sette mesi passati lontani dai parquet non ne avessero scalfito il feeling con il gioco. Certo, Rakim “The Dream” ha continuato ad allenarsi nel corso dello stop, mettendo su altra massa e divenendo un giocatore irreale dal punto di vista fisico (non solo in Italia, ma probabilmente anche in Europa). Ma restare per un periodo così lungo senza saggiare il ritmo e la fisicità di una partita ufficiale avrebbe richiesto a chiunque un periodo di “ambientamento”, se così possiamo definirlo. Per di più in una squadra che rispetto alla Sassari di Sacchetti spinge su ben altri aspetti dl gioco. Certo, è più facile tornare subito competitivo in una Milano che in una Capo d’Orlando, per esempio (niente contro la squadra siciliana, anzi). Ma i 49 punti in 77 minuti nel giro di tre giorni e i canestri decisivi nella finale hanno riportato il panorama cestistico italiano sotto l’ala di un giocatore capace di dominare il gioco da ala piccola e da quattro, sia lontano che vicino al canestro, al tiro e in penetrazione, a rimbalzo e in difesa.

Contro Avellino, l’ex Dinamo ha fatto pentole e coperchi. Perché conta fare canestro ma anche la tempistica con la quale si mette il proprio timbro su una partita. Se avrete l’occasione di rivedere la finale di ieri, prestate attenzione a chi compie la giocata decisiva ogni qualvolta l’inerzia del match sembra spostarsi dalla parte della coraggiosa Avellino di Sacripanti. Lo statunitense è il prototipo del clutch player, di quello che sotto pressione alza il livello della propria pallacanestro e azzanna la partita.

Da Sanders a Sanders, otto mesi dopo la Serie A è ancora ai piedi del fenomeno di Rhode Island.