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Sognando Drake Diener: la storia di un patrimonio del basket italiano

È difficile trovare giocatori stranieri che abbiano segnato il nostro campionato in maniera significativa e continuativa negli ultimi dieci anni di pallacanestro italiana. Se c’è qualcuno che l’ha fatto più degli altri, è sicuramente Drake Diener. Arrivato in Italia nel 2006, appena terminata la carriera NCAA con i DePaul Blue Demons, Drake è sempre rimasto qui, eccezion fatta per la parentesi con Saragozza nella stagione 2015/2016. E ha sempre fatto canestro. Con classe, con umiltà e con una pulizia tecnica da stella assoluta di questo gioco.

Il titolo di questo articolo lo abbiamo preso in prestito. Arriva da un video che l’Orlandina ha pubblicato sulla sua pagina Facebook. Ma è un titolo che rappresenta tutti gli appassionati italiani di pallacanestro. Perché tutti noi, almeno una volta nella vita, siamo stati quel bambino che sogna Diener. Abbiamo sognato di saper fare canestro come lui. Abbiamo sognato di avere la sua professionalità, la sua etica del lavoro e la sua dedizione. O forse, più semplicemente, abbiamo sognato di averlo nella nostra squadra. È per questo che, sognando Diener, abbiamo deciso di raccontare la sua carriera italiana attraverso cinque tappe significative. E per farlo ci siamo fatti aiutare da Drake in persona.

PRIMA TAPPA: GLI ESORDI IN SERIE A

A portare Drake Diener in Italia nel 2006 sono Gianmaria Vacirca e Romeo Sacchetti, due nomi fondamentali in questa storia. Diener, prima della Serie A, assaggia la Legadue con la maglia di Castelletto Ticino. Sotto la guida di coach Meo, Drake tiene 17 punti di media con il 39.5% dall’arco. Quando al termine di quel campionato la coppia Vacirca-Sacchetti passa a Capo d’Orlando, viene naturale pensare a Diener per costruire la squadra della stagione 2007/2008. Una formazione molto forte, che comprende nomi altisonanti quali Gianmarco Pozzecco all’ultima stagione in carriera, Charles Judson Wallace e il compianto Rolando Howell.

L’impatto di Diener è immediato: i dubbi sul suo possibile rendimento vengono rapidamente spazzati via e Drake crivella le retine partita dopo partita. Alla sua quinta apparizione in Serie A segna 34 punti, propiziando la vittoria dell’Orlandina sul campo di Milano. «Non pensavo di avere questo impatto. Avevamo una squadra forte – spiega Drake – con molto talento. In precampionato avevo giocato sì bene, ma in maniera normale, senza segnare così tanti punti. Poi Pozzecco si è infortunato ad inizio campionato e questo paradossalmente è stato un vantaggio per noi: gli altri giocatori hanno dovuto per forza di cose prendere subito confidenza e spazio. Quando è tornato Pozzecco, a quel punto eravamo tutti rodati e pronti: diventammo fortissimi».

La Pierrel vola, attestandosi nei piani alti della classifica. Ma il momento d’oro di Capo d’Orlando si ferma a febbraio, quando Drake passa alla Montepaschi Siena. Per Diener c’è la vittoria dello Scudetto (pur senza scendere in campo nella serie finale), Capo d’Orlando invece si arrende già nei quarti di finale (0-3 con Avellino). «È stato un momento molto strano della mia carriera: ero infortunato e facevo terapia ogni giorno. La Virtus Bologna e Milano – prosegue Drake – si erano interessate a me, ma alla fine scelsi di andare a Siena e così vinsi lo Scudetto alla mia prima stagione in A».

SECONDA TAPPA: L’APPRODO A SASSARI

Dopo la parentesi con Siena, Drake Diener firma di nuovo con Capo d’Orlando. Ma non riesce a tornare effettivamente in Sicilia: l’Orlandina viene esclusa dal campionato e Diener ripiega su Avellino. Le stagioni 2009/2010 e 2010/2011, invece, le trascorre con la maglia di Teramo. I numeri sono lontani da quelli degli esordi in A1 (10 punti di media con la Scandone, 13 in Abruzzo). E allora Drake ha bisogno di un’occasione per tornare ai vertici del campionato. In questa storia ritorna un nome: Meo Sacchetti, allenatore della Dinamo Sassari. I due si ricongiungono per un binomio che ricomincia, a partire dal 2011, ad incantare i palcoscenici italiani.

«A quel punto della carriera Sassari era una situazione assolutamente ideale per me. Le mie caratteristiche – racconta Drake – sono perfette per essere messe al servizio di Meo, che ha un sistema di gioco in cui c’è tanta libertà. Inoltre mi sono sempre trovato bene anche per il tipo di giocatori che sceglie lui: intelligenti e veloci. Il sistema di Meo non funzionerebbe se la squadra fosse composta da giocatori egoisti. Nei miei tre anni a Sassari, noi siamo sempre stati altruisti ed è per questo che siamo riusciti a raggiungere diversi traguardi».

A proposito di giocatori intelligenti e veloci, Drake a Sassari ne trova uno in particolare: Travis Diener, suo cugino. «Onestamente non mi sarei mai aspettato di trovarmi in Italia a giocare con Travis», dice Drake. Per fortuna è successo, aggiungeremmo noi. I cugini Diener hanno incarnato un particolare modo di giocare a basket e hanno contraddistinto un periodo storico – seppur breve – della nostra pallacanestro. Due giocatori dalle grandi qualità tecniche, con un’intelligenza cestistica ben al di sopra della media e in perfetta sintonia. Difficile chiedere di più.

TERZA TAPPA: LA STAGIONE 2013/2014

Se dovessimo scegliere una stagione particolarmente significativa per raccontare la storia italiana di Drake Diener, indicheremmo la 2013/2014 senza troppi dubbi. Drake è capocannoniere del campionato (18.9 punti di media con il 60.8% da due e il 50% da tre), vince il titolo di MVP della regular season e si toglie lo sfizio di portare Sassari al primo grande trofeo della sua storia (la Coppa Italia). Proprio durante le Final Eight fornisce una delle sue prestazioni più memorabili: nei quarti di finale la Dinamo sfida Milano, la squadra padrona di casa. I biancorossi hanno 7 punti di vantaggio all’inizio dell’ultima frazione di gioco, dopo la prodezza di Diener sulla sirena del terzo quarto. Poi Drake prende in mano la partita: 13 punti, 4 rimbalzi e 18 di valutazione con 4/4 al tiro nel solo quarto periodo. Sassari vince e si apre la strada verso il successo.

Diener, in quella stagione, scrive alcuni importanti primati personali: contro Venezia segna 44 punti in 35 minuti con 11/14 da due e 7/12 da tre. In tutto il campionato viene tenuto sotto la doppia cifra solamente per tre volte (9 punti segnati in tutti e tre i casi) e mantiene percentuali dall’arco disumane: 50% tondo, 119/238. Tra le sue prestazioni balistiche più clamorose possiamo citare un 7/9 da tre contro Pistoia, 7 triple nel solo primo quarto nei Playoff contro Brindisi (di nuovo 7/9 complessivo alla sirena finale), un 6/7 contro Roma e un 5/6 a Varese. Proprio la trasferta di Varese costituisce uno dei punti più rappresentativi dell’importanza di Diener per il basket italiano: Sassari vince 112-91 e, quando Meo Sacchetti chiama in panchina Drake, il pubblico di Masnago – solitamente non troppo tenero nei confronti dei giocatori avversari – tributa alla guardia di Fond du Lac una lunga standing ovation.

«Mi ricordo perfettamente quella partita e quel momento. È stato strano – racconta Drake – perché non era qualcosa che mi aspettavo, ma penso che meritare il rispetto dei tifosi avversari sia una delle cose più belle per un giocatore. Quella stagione in generale fu bellissima per me e per tutta la squadra. Stavo giocando molto bene, per cui mi aspettavo di essere in lizza per il titolo di MVP. Però ebbi momenti di alti e bassi e per cui non ero sicuro di farcela. Fu emozionante sapere di aver ricevuto quel riconoscimento».

QUARTA TAPPA: LA FINALE SCUDETTO 2015

L’estate 2015 è per Sassari un momento di grandi cambiamenti. Il presidente Stefano Sardara, il general manager Federico Pasquini e il coach Meo Sacchetti plasmano e costruiscono una squadra in grado di vincere tutti e tre i trofei stagionali (Supercoppa, Coppa Italia e Scudetto). Ma i cugini Diener non fanno parte di quella compagine: Travis si è ritirato e Drake, ironia della sorte, è passato a quella Reggio Emilia che si gioca lo Scudetto con Sassari nell’atto finale dei Playoff.

Lo stile di gioco di Max Menetti e della Grissin Bon non è particolarmente adatto a mettere in luce le doti balistiche di Diener. Per di più, la stagione della guardia statunitense è continuamente interrotta dagli infortuni. «Non è stato facile – spiega Diener – perché dopo tre anni a Sassari mi trovavo a ricominciare in un posto completamente diverso. La Dinamo aveva un sistema di gioco molto rapido con attaccanti incredibili, a Reggio invece i ritmi erano molto più lenti e l’attenzione principale era soprattutto sulla difesa. Mi sono trovato bene comunque e sono orgoglioso di quello che abbiamo fatto: nonostante gli infortuni, siamo arrivati a gara 7 e ad un tiro dalla vittoria».

In quella finale si affrontano infatti due stili completamente diversi: non solo per sistemi di gioco, ma anche per la composizione delle squadre. Sassari punta soprattutto sugli americani, Reggio su un gruppo composto da italiani e stranieri con infinita esperienza italiana (come Kaukenas e lo stesso Drake). Per Diener, inoltre, c’è il fattore in più della sfida contro la sua ex squadra storica: «Non ho trovato difficile giocare contro Sassari, se devo essere sincero. Quando sei in campo non pensi mai a chi è tuo amico e chi no». Un concetto semplice e lineare, che rappresenta perfettamente la mentalità di un campione. Alla fine vince Sassari ed è proprio Drake Diener a sbagliare il tiro sulla sirena di gara 7 (dopo aver segnato il canestro del pareggio a 30” dal termine), ma è un capitolo comunque importante della sua carriera.

QUINTA TAPPA: IL RITORNO A CAPO

Passata la delusione della finale Scudetto, Drake Diener lascia l’Italia. Dopo nove lunghi anni, per la prima volta la pallacanestro italiana rimane orfana di una sua colonna portante. La destinazione per la stagione 2015/2016 è Saragozza, ma la sfortuna si accanisce su Drake: il morbo di Crohn, la malattia con cui il giocatore convive da tutta la carriera, mostra sintomi più forti e Diener è costretto a concludere con larghissimo anticipo la sua stagione. Ma la voglia di giocare a pallacanestro, per Drake, è sempre stata più forte di qualsiasi cosa. E così, come in una storia circolare, a 34 anni la guardia riparte da dove aveva iniziato in Serie A: Capo d’Orlando.

«Mi ero sentito a febbraio con Peppe Sindoni, anche se solamente per parlare di qualche altro giocatore. Non c’era in ballo – afferma Drake – all’epoca nessun contratto da firmare. Durante l’estate ci siamo parlati qualche altra volta e ho iniziato a considerare l’idea del ritorno, riflettendoci anche con mia moglie. Alla fine era un’ottima opportunità: una vita semplice e tranquilla in un posto che conoscevamo già». Una soluzione perfetta per entrambe le parti: da un lato per l’Orlandina che riabbraccia uno dei suoi giocatori più amati, dall’altra per il giocatore che ritrova un ambiente che già in passato aveva saputo esaltare le sue qualità.

Diener era arrivato per la prima volta a Capo d’Orlando a 25 anni, ora ci è tornato decisamente più esperto e più maturo. Ma ugualmente determinato a lasciare un segno: «Sono cambiate tante cose in questi nove anni, è naturale. Quando giocai qui per la prima volta – conclude Drake – ero da solo, oggi invece ho una moglie e tre figli. La mia mentalità era completamente diversa: era la mia prima esperienza al di fuori degli Stati Uniti e non sapevo neanche bene cosa aspettarmi, era un campionato nuovo. Adesso ho tanta esperienza in Europa, ho capito tante cose di Capo d’Orlando e del basket italiano».

E il basket italiano, in dieci anni, ha capito tante cose di Drake Diener. Ha capito che un giocatore così, soprattutto in questa epoca di porte scorrevoli, passa una volta nella vita. Ha capito che la chiave del suo rendimento, anche più del talento naturale e delle qualità tecniche, risiede nel rispetto che Diener ha per il gioco del basket e nell’etica del lavoro che lo ha portato a non smettere mai di migliorare. Nella trasferta di Caserta, Drake ha superato quota 4000 punti in Serie A. È naturalmente lo straniero in attività con più punti segnati e solo Bulleri, tra i giocatori attualmente presenti nei roster del massimo campionato, lo supera per presenze e minuti giocati.

Drake Diener è ormai un patrimonio del basket italiano. Non appartiene a Sassari, a Capo d’Orlando, a Castelletto Ticino, a Teramo, a Reggio Emilia o ad Avellino. Appartiene a tutti gli appassionati che lo hanno apprezzato ed ammirato negli ultimi dieci anni. E che sperano che il momento dei saluti sia il più lontano possibile. Nel frattempo, Diener continua a segnare. Come ha sempre fatto e come sempre farà fino a quando indosserà le scarpe da basket su un parquet.