Serie A

Due storie per una finale

Leunen - Simon

La finale di Coppa Italia che questo pomeriggio (ore 18) vedrà Milano e Avellino sfidarsi sul parquet del Forum è densa di storie. Storie che partono da lontano, storie individuali che non possono esulare da un disegno più grande. Non scomodiamo le religioni, ma il lavoro di squadra. Perché quella fra l’Armani e la Sidigas è la sfida fra due roster che, partendo da basi diverse, si sono ritrovati a condividere un piano comune. Quello che fa di loro le due squadre più forti del campionato di Serie A al momento, due team che non più di qualche mese fa raccoglievano lo scetticismo generale. Due squadre che Repesa e Sacripanti hanno plasmato a propria immagine e somiglianza, non facendo un passo indietro quando sembrava che non tutto potesse andare come secondo i piani. Certo, i roster non sono quelli di inizio stagione, ma gli obiettivi tecnici e sportivi sono gli stessi. Milano nell’ultimo mese ha inserito Kalnietis, Sanders e Batista con una facilità che sorprende. Stesso discorso per Ragland e Green sul fronte Sidigas. Green, uno di cui Sacripanti dopo un solo allenamento disse, non senza abbozzare un mezzo sorriso, “Non c’è bisogno di insegnargli nulla. Mentre tu pensi di potergli consigliare una lettura su una determinata situazione, lui è già lì che la sta mettendo in pratica”.

Due squadre che si ritrovano in Krunoslav Simon e Maarten Leunen, le due eminenze grigie, due esteti, i leader silenziosi (ma neanche tanto) di due roster che provano a giocare a pallacanestro dal primo all’ultimo minuto.

Arrivato in estate, il croato che da Zagabria si è mosso soltanto nel 2012, a ventisette anni, dopo aver portato a casa un titolo e tre coppe nazionali, è uno dei fedelissimi di coach Repesa. In possesso di mezzi tecnici non comuni, è per distacco una delle migliori (ci manteniamo volutamente sul vago) guardie del campionato. Assegnargli però un ruolo definito appare riduttivo. Simon è un fantasista, un genio di questo sport. Uno che nello stesso momento può distruggere il lavoro di una difesa segnando, mani in faccia, da oltre l’arco o attaccando l’area, giocando un pick ‘n’ roll, spezzando i raddoppi o tagliando sul lato debole. Un rebus per gli avversari, un jolly per chi può contare su di lui. Istintivo ma sempre con un piede nel piano partita, Simon è la concretezza che a Milano mancava da troppo ed è l’anima di una squadra ordinata, con principi ben definiti e che ha trovato probabilmente i giusti attori per metterli in pratica. Un trentenne che in Italia abbiamo imparato ad apprezzare soltanto ora.

Un trentenne lo è anche Maarty Leunen. Di lui, però, nello stivale si conoscevano vita, morte e miracoli ben prima del suo arrivo in Irpinia. Eppure, a darlo per bollito erano stati molti, anche tra i suoi primi estimatori. Anche a Cantù, che per anni è stata la sua casa europea. Colpa di un fisico che non è mai stato atletico, di qualche problema alla schiena, di qualche chilo in più al suo arrivo in Irpinia. Tanto che qualcuno aveva sollevato, dopo le prime giornate di campionato, la possibilità di taglio da parte degli irpini. Possibilità che la Scandone non ha mai preso in considerazione. A chi gli chiedeva di queste voci, Sacripanti rispondeva con un mezzo sorriso beffardo, come a dire “Se dobbiamo mandare via Leunen, tanto vale togliere anche i canestri”. Leunen, che nel suo ultimo anno al college si era guadagnato un posto nel secondo quintetto della “All- Pac-10” (oggi “All- Pac-12”) appena dietro gente come James Harden, O.J Mayo, Ryan Anderson, Brook Lopez, Kevin Love. “Cose da pazzi”, direbbe Salemme. Leunen ha ricordato a tutti, col passare delle giornate, che quando c’è da vincere una partita o da giocare a pallacanestro, la porta alla quale bussare rimane la sua. E il parquet lo ha testimoniato anche ieri nella semifinale contro Trento o nel successo di tre settimane fa della sua Sidigas sul parquet dell’Armani, quando infilò prima la tripla del sorpasso e poi non consentì agli uomini di Repesa neanche di tirare negli ultimi quattordici secondi di gara.

Milano – Avellino non è una sfida alla pari, almeno sulla carta. Milano la grande che sa di dover vincere, Avellino la piccola (da sedici anni in massima serie, una Coppa Italia in bacheca, una partecipazione all’Eurolega) che sa di poter fare il miracolo. Anzi, permetteteci di non chiamarlo miracolo. I miracoli non esistono. Esiste il lavoro di tanti che contribuisce a rendere un progetto buono, ottimo oppure pessimo.

Al di là di come finirà, sarà un modo per apprezzare due squadre che, come già detto (ma vale la pena di ripeterlo), giocano a pallacanestro. Con Simon e Leunen seduti allo stesso tavolo. Un tavolo non per tutti. Buona finale.