Hackett: una lama a doppio taglio per Milano

Tralasciamo per un attimo durata del contratto, il presunto “NBA escape”, cifre economiche, perché questi tre temi hanno minato non poco la credibilità di certe fonti e notizie, visti i continui repentini cambi di rotta, e cerchiamo di concentrarci solo sull’aspetto tecnico-tattico che l’operazione Hackett-Milano implica. Come in tutti i matrimoni, ci sono pro, ma anche contro, e la cosa non sembra essere chiara a tutti. Sui forum online le opinioni sono principalmente due: chi non vuole Daniel, poiché avversario storico che ha rifiutato per ben due volte la maglia Olimpia, e chi, invece, lo ritiene il tassello mancante per dominare in Italia e riportare lo Scudetto all’ombra della Madonnina. Ecco, la seconda opinione mi pare alquanto un semplice e banale luogo comune, e mi sembra doveroso spiegarvi perché.

Partiamo dal presupposto che, nonostante la premessa iniziale, è d’obbligo distinguere la bontà dell’operazione sulla base della durata del contratto e dei termini economici: in sostanza, la paventata ipotesi di un contratto semestrale con NBA escape a fine stagione sarebbe una pura follia, economica e tecnica. Tuttavia, la questione tecnica deve essere affrontata per forza di cose, sulla base di dati semplici ed oggettivi.

PRO

1) L’arrivo di Hackett in maglia Olimpia permette a Banchi di avere quel tanto desiderato play-guardia capace di dare finalmente forma alla filosofia di gioco che tanto bene aveva fatto anche a Siena; non è un segreto che al coach grossetano i play puri (stile Omar Cook, per fare un paragone con l’ultimo play puro visto a Milano) non piacciono particolarmente, vista la sua propensione nel preferire combo cui affidarsi per la regia e la costruzione della fase d’attacco. Questo aspetto rende l’acquisto di Hackett una mossa perfetta, perché Daniel è cresciuto spaventosamente nella capacità di playmaking e di leadership offensiva; sembrerebbe un luogo comune, ma in questa stagione sapeva quasi sempre cosa fare, come farlo e quando farlo.

2) Milano si assicura le prestazioni di un giocatore che sta vivendo una stagione da assoluto MVP del campionato (probabilmente solo Ragland, Caleb Green e Drake Diener potrebbero insidiarlo nella corsa a questo titolo personale). Le statistiche di per sé lasciano il tempo che trovano, ma è lampante la costante crescita mentale e tecnica che Hackett sta dimostrando in questa prima parte di Serie A. Potenzialmente dominante in qualsiasi situazione della fase offensiva, mastino di razza in quella difensiva: infatti, ha migliorato le percentuali da 3 punti e l’abilità nello smazzare assist, oltre al fatto che le solite penetrazioni sono ormai difficilmente contenibili. Inoltre, l’abilità di giocare bene in post e la possibilità di giocare mismatch contro i play avversari, dato il suo fisico e il suo primo passo, lo rendono il tassello mancante nello scacchiere offensivo di Milano.

3) Il fatto che lo stesso Hackett definisca “Milano il contratto della vita” è di per sé significativo: non tanto perché Milano sia più gloriosa o forte come società rispetto a Siena, ma semplicemente per il bacino d’utenza e di consensi che una metropoli come Milano può garantire. Vi faccio uno stupido ma edificante esempio: pensate se Hackett cominciasse a comparire in qualche pubblicità di Armani come potrebbe aumentare la sua visibilità anche in ottica chiamata NBA. Già, perché ormai il vecchio adagio che in NBA ci vai solo se sei veramente così forte è un puro mito da sfatare; il salto lo fai anche se sei abbastanza bravino, ma puoi generare introiti e far conoscere la franchigia anche al di fuori degli USA (pensate a Jeremy Lin, con tutto il rispetto e con le dovute proporzioni). In questo, però, non concepirei l’aver ritrattato sul non inserire la clausola d’uscita per la NBA, se non solo al termine del 2015, ma, come ricordato all’inizio, non vorrei occuparmi di cose che potrebbero presto smentirmi.

4) L’arrivo di Hackett è chiaramente la soluzione ideale al problema play che lo stesso Proli aveva più volte denunciato a mezzo stampa. Che poi un presidente non dovrebbe mai criticare apertamente un giocatore (ricordate il proliano “Jerrells non pervenuto”?) è un argomento di cui preferisco non occuparmi in questa sede. Milano prende due piccioni con una fava: potenzialmente sistema la questione playmaker, ma aggiunge al suo roster un elemento così importante che permetterà di allungare le rotazioni e non dare punti di riferimento nel corso di una stessa partita (pensate solamente a quanti quintetti l’Olimpia di Banchi può schierare, nell’ottica anche di dare qualche minuto a Langford come play, cosa peraltro già vista per lampanti necessità).

CONTRO

1) Se, potenzialmente, l’Olimpia potrebbe aver colmato le carenze in spot 1, è anche vero che l’acquisto di Hackett sconvolge nuovamente i piccoli equilibri fin qui trovati. Io non credo che Milano possa permettersi di far giocare contemporaneamente Hackett, Langford, Gentile e Moss, come qualcuno ha prontamente proposto sul web, semplicemente perché non vedo di buon grado la compatibilità tra 3 giocatori che amano tenere la palla in mano per più di 8-10 secondi. Inoltre, la coppia Langford-Gentile prende mediamente 20-25 tiri a partita, tra cui molte penetrazioni e isolamenti 1 vs 5, più o meno ciò che sa fare benissimo anche Daniel. Questo potrebbe rappresentare un motivo di collisione alla loro contemporanea presenza in campo.

2) Avere 3 “play” mancini (Hackett, Jerrells e Langford) può creare qualche problema, e su questo concordo con un ragazzo molto preparato che commenta spesso in un gruppo sul web. Il problema è che Langford ormai sta diventando prevedibile nella solita penetrazione andando a sinistra (perché a destra non va mai), e idem Jerrells; certo, Hackett fa benissimo entrambe le scelte, ma qui il problema si accoda al punto precedente. Potenzialmente, il terzetto Hackett-Langford-Gentile è composto da giocatori che possono creare superiorità per la squadra, nel senso che a volte gli avversari devono raddoppiarli per contenerne le azioni personali, permettendo così alla guardia o all’ala piccola di turno dell’Olimpia di trovarsi in una situazione di puro vantaggio: questo, solo a patto che la palla non resti ferma nelle mani per tanti secondi.

3) L’arrivo di Hackett comporta una ridefinizione delle gerarchie offensive. Ad oggi, Milano non può prescindere dalle giocate di Langford, ma potrebbe spiegare a Gentile che sarebbe potenzialmente più forte se servito in movimento, senza pretendere di cominciare lui l’azione. Tutto questo deve essere chiarissimo quando si entra in campo, perché l’anno scorso abbiamo visto tutti quanti i risultati di un gruppo senza gerarchie. Hackett deve inserirsi come elemento portante, ma capace di mettersi per il 70% delle volte al servizio della squadra, e per il 30% in proprio. Se il concetto non passa, la convivenza non sarà così facile come sostengono tutti solo perché Hackett fa 5 assist a partita in Italia.

4) L’inserimento dell’ex Siena potrebbe sacrificare le potenzialità di Gentile. Premesso che troppi galli nel pollaio non fanno mai bene al contadino, è chiaro che Gentile dovrà fare una scelta: o impara a selezionare i tiri, servendosi anche dell’aiuto che Hackett potrebbe dargli nello smarcarlo e permettergli mismatch contro guardie certamente più piccole di Sandro, oppure sceglie di giocare nel quintetto in cui Hackett non compare e sono Jerrells o Langford a portare palla.

Come vedete, pro e contro sono tanti e tantissimi altri se ne potrebbero trovare. Tuttavia, il beneficio del dubbio va sempre dato: perché sia chiaro, se Milano trova chimica di squadra con l’inserimento di Hackett e riesce a far convivere il trio di piccoli spesso citato, allora stiamo parlando di una squadra che ha, secondo me, il miglior backcourt d’Europa. Per migliore non intendo necessariamente il più forte, anche perché il concetto di forza è palesemente relativo, ma il più completo: infatti, Milano può disporre di un play atipico, ormai tutelato anche dagli arbitri nelle sue penetrazioni e capace di essere assist-man e realizzatore allo stesso tempo qual è Hackett, di una guardia purissima, che per primo passo e punti nelle mani è tra le prime 3 d’Europa, qual è Langford, e di un 2 che da 3 può creare non pochi problemi col suo fisico e la sua rapidità, qual è Gentile. E nel caso in cui Gentile riposasse, come 3 Milano potrebbe contare su un certo David Moss, non proprio uno scarso.

Ci tenevo anche a precisare una cosa. I pronostici sono belli, ma se fatti con cognizione di causa, e dire che, con l’arrivo di Hackett, Milano deve assolutamente vincere lo Scudetto è una cosa tanto banale quanto stupida: nel basket europeo ultimamente non vince il più forte (altrimenti come vi spiegate i due trionfi continentali consecutivi dell’Olympiacos?), ma la squadra meglio organizzata e assortita. Per questo Daniel Hackett può essere un’arma a doppio taglio: se la sua integrazione fosse una formalità, non ci si potrebbe nascondere nel dire che Milano è dieci spanne sopra tutti; tuttavia, se l’inserimento fosse problematico, Scariolo insegna che senza chimica non si vince nulla anche se hai a disposizione budget da 15 milioni di €. Dico questo perché Sassari e Cantù non avranno i nomi e le disponibilità economiche di Milano, ma, finora, come gioco sono nettamente superiori alla squadra di coach Banchi. Occhio a facili qualunquismi, il basket non è il calcio.

FOTO: fotomario