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Harvey vs English: le incognite dei giovani rookie in Italia

Chiunque abbia seguito la NCAA negli ultimi anni se li ricorda bene con le maglie di Eastern Washington e Iona e, probabilmente, alla notizia del loro approdo in Italia aveva anche fatto i salti di gioia. Si tratta dei rookie Tyler Harvey e A.J. English, un passato simile da fuoriclasse nel college basketball e un destino comune nelle prime uscite italiane. Prendiamo loro due ad esempio perché, ieri mattina, si sono affrontati in un Brindisi-Torino in cui tra l’altro è emerso per la prima volta con chiarezza il talento di un altro giocatore alla prima esperienza europea: Jamil Wilson (21 punti con 5/7 dall’arco). Harvey e English, però, sono due giocatori diversi da Wilson: in NCAA erano i leader assoluti delle loro squadre. Ed entrambi hanno fatto fatica anche ieri, pur in una partita spettacolare e dagli alti ritmi.

IL PASSATO E IL PRESENTE ─ Harvey e English sono stati due giocatori di enorme impatto nella NCAA degli anni recenti. Il primo ha disputato, con la maglia degli Eastern Washington Eagles, due stagioni di grandissimo livello: in quella da senior ha tenuto 23 punti di media con il 46.9% dal campo e il 43.1% dall’arco, risultando il miglior marcatore della nazione. English, invece, era la stella degli Iona Gaels: 22.1 punti, 5 rimbalzi e 6.2 assist di media nel suo anno da senior. Ma se le statistiche lasciano magari il tempo che trovano, diverso è il discorso relativo ai riconoscimenti da parte di squadre NBA: Tyler Harvey è stato scelto al Draft 2015 (scelta 51, dagli Orlando Magic), English ha fatto workout con mezza NBA ed è stato nominato da Sports Illustrated tra i dieci migliori giocatori a non essere stati scelti al Draft 2016. C’erano le basi perché potessero arrivare in Italia e mostrare tutto il loro talento già nella stagione da rookie. E invece Harvey deve ancora trovare la prima doppia cifra stagionale (6.2 punti di media con 10/40 dal campo), mentre English (6.6 punti con 13/45 al tiro) ce l’ha fatta una volta sola (10 punti a Pistoia).

IL RUOLO ─ Al college, Tyler Harvey era un realizzatore completo, in grado di mettere a segno infinite strisce di canestri letteralmente in ogni modo. La specialità della casa era l’isolamento con palleggio, arresto e tiro, ma non disdegnava nemmeno la conclusione dalla lunga distanza o la penetrazione nell’area avversaria. English, invece, era sostanzialmente l’intero attacco dei Gaels: da lui passava la maggior parte dei possessi della squadra e stava a lui decidere se provare il tiro o se scaricare per un compagno libero. In sostanza, entrambi erano sempre coinvolti nella partita e nell’attacco. Sbarcando in Italia, si sono trovati davanti ad una situazione molto diversa. English è stato impiegato come sesto uomo in quattro partite su cinque, arrivando a giocare un minutaggio consistente solo in due occasioni (28 minuti contro Trento e 30 a Varese, in una gara con un tempo supplementare). Harvey a Torino sta trovando poco meno di 25 minuti di media.

L’IMPATTO ─ Brindisi si è trovata costretta a cambiare assetto in corsa per l’infortunio di Nic Moore, un playmaker sicuramente più ordinato (e più puro) rispetto al giocatore che l’ha sostituito, Phil Goss. Goss è una combo-guard che preferisce sicuramente il tiro al passaggio. Quando l’ex Varese e Venezia siede in panchina, il rookie-English avrebbe effettivamente la possibilità di giocare con la palla in mano, ovvero in maniera più simile a come gli capitava di fare con i Gaels. E invece, un po’ per anzianità e un po’ per un’efficacia oggettivamente molto più consistente, in quelle situazioni le responsabilità passano nelle mani di Durand Scott. English, dunque, si trova relegato a un ruolo marginale. Quando gli capita di poter impostare l’azione, quasi si sente in dovere (anche per la natura del gioco di Sacchetti) di sparare dalla distanza al primo metro di spazio e il risultato è stato fino ad ora un 22.2% dall’arco con più di 5 tentativi per gara.

I problemi di inserimento di Harvey, se possibile, sono ancora più accentuati: a Torino parte in quintetto, ma per rilevanza è a tutti gli effetti il quinto uomo dello starting five. Dell’Harvey che faceva e disfaceva a suo piacimento ad Eastern Washington, fino ad ora, non c’è stata traccia. Anche perché non ne ha effettivamente avuto la possibilità. È relegato a tiratore sporadico sugli scarichi, nonostante non siano queste le situazioni in cui primeggia. Per le caratteristiche dell’attacco di Torino, che gioca in rapidità e forza la penetrazione ad ogni occasione, non c’è spazio per gli isolamenti di Harvey. E bisogna anche ammettere che, con la fisicità del campionato italiano, potrebbe far fatica a buttarsi nel pitturato, risultando di conseguenza costretto a limitarsi al tiro dalla media. Nell’attacco di Vitucci, Wright cerca il centro dell’area o, in alternativa, prova ad innescare White. Washington è un tuttofare di energia e quindi riesce ugualmente a ritagliarsi il suo spazio, Wilson è un tiratore e quindi deve solo farsi trovare al posto giusto nel momento giusto. Harvey, considerando le sue caratteristiche in relazione al ruolo che gli viene riservato, è un pesce fuor d’acqua.

L’ANALISI ─ Dopo aver analizzato e spiegato nel dettaglio la situazione, è ora di trarre alcune conclusioni. Un giovane rookie approdato in Italia, indipendentemente dal talento dimostrato negli anni della NCAA, può andare incontro a problemi di ambientamento di vario tipo. Al di là delle questioni più evidenti legate ai ritmi di gioco, al cambio di regolamento e all’aumento della fisicità (che penalizza più Harvey di English), alcuni giocatori possono ritrovarsi almeno inizialmente spaesati da un gioco in cui non sono più centrali. Talvolta, un rookie di minor talento, ma che già in NCAA svolgeva mansioni precise e limitate, può avere una transizione molto più rapida dal college basketball al basket italiano. Ciò non vuol dire che si dovrebbe smettere di pescare una determinata tipologia di giocatori perché i casi che vanno contro a questa tesi (per dirne uno di quest’anno: Lee Moore di Brescia, anche lui rookie in Serie A) sono numerosi. Né si vuole bocciare preventivamente due giocatori che hanno tutto il talento per esplodere e avere una carriera di tutto rispetto. Semplicemente, in situazioni di questo tipo ci sono talmente tanti fattori in gioco che è pressoché impossibile determinare con anticipo quale sarà l’impatto iniziale di un ex fenomeno NCAA. A Torino e Brindisi non resta che sperare di rivedere presto quei due giocatori che incantavano Eastern Washington e Iona, ma non è detto che accada.