Il Poz torna a Varese: ecco cosa significa per il popolo biancorosso

Che le strade di Gianmarco Pozzecco e della Pallacanestro Varese fossero destinate a incrociarsi nuovamente sembrava scritto da qualche parte ed è sempre stata una sensazione diffusa nell’ambiente varesino; che questo incontro sembri vicino come non mai risveglia emozioni di rara intensità nella Varese cestistica. Sì, perché il Poz è per Varese qualcosa di più che un giocatore di gran talento, che una bandiera cestistica degli anni ’90: è un po’ un figlio di questa città e insieme uno di quei personaggi trasversali, che con il loro carisma e con la loro talentuosa follia hanno parlato a generazioni di varesini, malati di basket o anche profani.
Non è un caso che parli della sua trasversalità: queste emozioni, questo brivido al nome di Pozzecco come prossimo allenatore di Varese non li prova solo chi ha avuto la fortuna di vivere in prima persona quel magnifico scudetto della “Stella”, quello dei Roosters del ’99, contro la Benetton di Pittis, Nicola e Obradovic, ma anche chi ha vissuto di basket, qui a Varese, all’ombra di quell’impresa epocale, associando a quella squadra solo ricordi d’infanzia, video dell’invasione di campo alla fine di gara-3 e le bellissime foto che oggi sono esposte al PalaWhirlpool, in cui spicca, guarda caso, un playmaker con i capelli rosso fuoco.

pozzecco varese

Eh sì, perché chi scrive è un ventenne, come la maggior parte dei ragazzi che collaborano in questo sito, e per noi ventenni il Poz giocatore è storia, è un ricordo d’infanzia. Io, per esempio, dello scudetto della Stella (avevo 6 anni), ricordo solamente una bandiera biancorossa con un galletto, una gara di semifinale contro la Kinder vista dalla gradinata più alta dell’allora PalaIgnis con mio padre e una marea di stelle che proprio lui mi portò a casa dopo che “avevamo vinto”. Per me –e per i miei coetanei- Meneghin e De Pol sono quei giocatori di cui abbiamo potuto vedere gli ultimi anni da giocatori, e l’inizio della carriera da allenatore; Galanda è quel campione di cui proprio qualche giorno fa abbiamo pianto il ritiro; Vescovi quel veterano in campo entrato in società negli anni bui e poi protagonista dirigenziale dell’anno degli “Indimenticabili”; Santiago quel giocatore meraviglioso con gli occhialini, visto a Roma e poi in Spagna; Mrsic purtroppo l’allenatore di quell’annata sciagurata; Recalcati la guida tecnica della neonata Pallacanestro Varese post era Castiglioni. E poi c’è Pozzecco. Rispetto a tutti questi altri Pozzecco è sempre stato un personaggio con una carica emotiva straordinaria, con il quale anche i giovani varesini, che non l’hanno potuto ammirare direttamente, hanno sentito un legame particolare. Noi il Poz l’abbiamo visto nella Fortitudo del mai amato Repesa, nella nazionale dell’argento ad Atene, l’abbiamo visto commosso al PalaDelMauro di Avellino, quando ha ricevuto, uscendo a pochi minuti dalla fine della gara, il pallone della sua ultima partita da Fabio Facchini. Lì vestiva la maglia di Capo d’Orlando, quella stessa squadra di cui l’abbiamo visto allenatore nelle ultime due stagioni.

1454731_10152286526892311_2261652145167231145_n

Sempre un tratto distintivo, sia che facesse una telecronaca, sia che penetrasse e inventasse un assist, sia che fosse in conferenza stampa: non passa mai inosservato. E certo non è passato inosservato nemmeno questa volta, né fra noi giovani, né soprattutto tra chi il Poz l’ha visto giocare, l’ha amato e non ha mai smesso di sperare di rivederlo a Varese. La notizia del suo arrivo è più chiacchierata dell’acquisto di una qualsiasi stella, attesa come il ritorno di un figlio che si aspetta da tanto. Tanto più che Pozzecco arriverebbe in un momento delicato, dopo un’annata non solo mediocre e deludente rispetto a quella degli “Indimenticabili”, ma in cui i tifosi hanno visto frustrato un entusiasmo che si era finalmente riacceso. La triste Cimberio di Frates e KeeKee Clark ha annoiato e deluso un numero record di abbonati, che l’operazione Pozzecco potrebbe riconquistare.
Questi i lati emotivi della faccenda, quelli che vedono i tifosi. Poi ci sono gli aspetti tecnici: il Poz ha certo fatto bene in Legadue (o DNA Gold da quest’anno), ma la piazza varesina è ben altro. Il suo carisma e il suo personalismo nel vivere l’incarico di capo allenatore dovranno essere gestiti abilmente, in modo che non si rivelino controproducenti, in un’annata in cui, sicuramente, Varese non avrà le risorse per un roster di alto livello. A lui si chiederà soprattutto di valorizzare i giovani –De Nicolao e Polonara, che potrebbero essere incentivati (soprattutto il secondo, dato da molti in partenza) a non uscire dal contratto e a trovare spazio in un sistema di gioco frizzante.
Però, concedetemelo, tutto questo viene dopo con un personaggio come il Poz. Per ora, nell’attesa dell’ufficialità -comunque molto vicina, soprattutto dopo i comunicati dell’Orlandina, che l’hanno dato in partenza proprio per Varese (senza qualche polemica)- è l’entusiasmo che conta. Il Poz torna a casa, per parlare del resto c’è tempo tutta l’estate.