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I fondamentali si imparano, il q.i. no: il Marchese Green ha ancora le chiavi di Avellino

Basket - Milano 20/02/2016 - Stefano Gariboldi/Newphotopress © All Rights Reserved

La storia d’amore tra il folletto di Philadelphia e la Scandone Avellino è bellissima e per certi versi incredibile. Marques è alla sua sesta stagione con il club irpino, ma è solo la quarta volta che incomincia il campionato con la casacca biancoverde. Nelle stagioni 2014/2015 e 2015/2016, la Sidigas lo aveva chiamato ad anno in corso. Questa volta, però, Pino Sacripanti non ha voluto fare a meno del suo leader e gli ha consegnato le chiavi della squadra fin dall’inizio. È raro, nel basket moderno, trovare un giocatore che si lega così a lungo ad un unico club. Ma è palese che l’amore tra Avellino e Marques Green vada oltre le abitudini di un mercato aperto e caratterizzato da porte scorrevoli. Green è il giocatore più emblematico degli ultimi dieci anni di storia della Scandone. E una separazione andrebbe contro gli interessi di tutti. Di Green, di Avellino e anche degli appassionati di pallacanestro.

IL 2008 ─ Qualsiasi riflessione su Marques Green e sul suo rapporto con Avellino non può che partire da un anno preciso: il 2008. Possiamo essere più precisi e darvi una data e un luogo, volendo. Per esempio possiamo dire che ci troviamo a Bologna ed è il 10 febbraio del 2008. Finale di Coppa Italia: da una parte i lupi avellinesi e dall’altra i padroni di casa della Virtus Bologna. È una Avellino di tutto rispetto quella allenata da Matteo Boniciolli: il realizzatore principale è Devin Smith, poi c’è l’esperienza di Alex Righetti, la tecnica di Nikola Radulovic e sotto canestro il tonnellaggio di Eric Williams. Ma il giocatore più rappresentativo è quel playmakerino con la fascetta e i calzoncini larghissimi che con il pallone in mano fa letteralmente quello che vuole. La Virtus arriva al quarto periodo con 2 punti di vantaggio, ma la reazione irpina è di quelle che fanno male e uno sfondamento di Dewarick Spencer su Cavaliero mette la parola fine all’incontro. Avellino scrive la pagina più importante della sua storia cestistica e Marques Green, con 12 punti e 7 assist, è il volto principale dell’impresa.

IL (QUARTO) RITORNO ─ Il Marques Green che è tornato ad Avellino nel dicembre 2014 è un giocatore per forza di cose diverso rispetto a quelle delle prime avventure avellinesi. Non gli si può chiedere di essere un realizzatore costante come lo era stato, per esempio, nella sua terza vita avellinese (16.1 punti di media nella stagione 2011/2012). Ma, se vogliamo dirla tutta, realizzatore non lo è mai stato. Il campo in cui ha sempre brillato maggiormente è stato quello dei passaggi decisivi. Non per niente detiene entrambi i record di assist in una singola partita nel basket italiano: 16 in campionato (come Toni Kukoc e Dee Brown) e addirittura 20 in Coppa Italia (record assoluto). Ed è stato proprio questo il Green che la Sidigas ha potuto riabbracciare: un giocatore decisivo per far girare la squadra e pericoloso quando chiamato in causa, anche se magari con percentuali da tre che non sono più quelle degli anni migliori (ampiamente sotto il 40% nelle stagioni 2014/2015 e 2015/2016).

IL GREEN DI SACRIPANTI ─ Con l’approdo di Pino Sacripanti sulla panchina biancoverde, Marques Green ha compiuto un ulteriore passo avanti nel suo percorso. Non è più il giocatore che tiene di più la palla in mano: di fianco a lui c’è Joe Ragland. Non è più un giocatore da minutaggio elevato (con Avellino arrivò addirittura a 37.2 minuti di media nella stagione 2011/2012): sta in campo per poco più di 20 minuti a partita. Eppure, spesso e volentieri, è il giocatore più importante della squadra. Sacripanti lo inserisce quando vuole un salto di qualità nella costruzione offensiva. Green è rimasto leader come quando era giovane, ma adesso svolge questo ruolo in silenzio. Certo, qualche volta torna a farsi notare (domenica ha segnato 27 punti contro Reggio), ma solitamente lascia il palcoscenico ai compagni. Non per questo risultando meno decisivo o meno fondamentale, anzi. Il suo mattoncino c’è sempre, anche nella metà campo difensiva. Non può reggere un confronto fisico con le combo guard di oggi, ma può batterle di astuzia: è terzo nella classifica delle palle recuperate in campionato. E quando il finale è punto a punto, è lui che si prende la squadra sulle spalle: sua la tripla della vittoria a Zagabria e suoi i punti decisivi a Varese. Insomma, Marques Green non è più il giocatore immarcabile che arrivò in Italia, ma se possibile è diventato ancora più forte. Perché nel basket i fondamentali si possono imparare, ma l’intelligenza cestistica no. E Green è uno dei più grandi professori della nostra pallacanestro.