Cantù e la magia dei Playoff, come passare dal baratro alle stelle in pochi giorni

C’è stata una Cantù che non sapeva più vincere. Il verbo è coniugato al passato perché sembra di stare parlando di un’epoca remota, ma invece non dobbiamo andare più in là di una o due settimane per risalire ad una squadra affetta da tantissimi problemi ad esprimersi sul campo. Dopo la partenza di Manu Markoishvili direzione Turchia la truppa brianzola sembrava non essersi più ripresa, e l’arrivo di Stefano Mancinelli non aveva portato i risultati sperati. Sul parquet era spesso scesa una squadra scarica, priva di motivazioni e di quel fuoco sacro che la aveva contraddistinta nelle stagioni precedenti, si era come smarrita dopo aver perso il proprio leader, così silenzioso fuori dal campo ma allo stesso tempo così decisivo quando si metteva una canotta e dei pantaloncini. Gli americani Alex Tyus e Jeff Brooks apparivano come corpi estranei, incapaci di fornire qualsivoglia contributo tecnico, il capitano della Nazionale veniva accusato di essere sovrappeso e di pensare troppo a fatti extra basket, mentre i giorni di gloria di capitan Mazzarino erano ormai solo uno sbiadito ricordo. Si salvava quasi solamente il realizzatore Pietro Aradori, ancora di salvezza dei suoi nei momenti difficili, mentre la panchina di coach Trinchieri traballava non poco, così come la poltrona da dirigente di Bruno Arrigoni, fautore e architetto di grandi squadre attraverso lo scouting e la spesa di pochi soldi per il quale evidentemente era girata male per una volta.

D’un tratto quella stessa squadra ha come schiacciato un bottone e tutti i lati negativi si sono improvvisamente dissolti. La serie contro la seconda in classifica Sassari sembrava proibitiva sulla carta, e una volta finita gara 1, terminata 90-70 per i sardi, le chance dei canturini erano ridotte a meno di un lumicino, poiché il ritmo incessante imposto dagli avversari per 40 minuti non sembrava in alcun modo sostenibile da una squadra che viaggiava a diverse marce inferiori. Da gara 2 in poi però qualcosa cambia. Non il risultato, che è comunque una sconfitta (83-78), ma la voglia dei lombardi è diversa, la squadra si rende conto di essere giunta ai Playoff, e che tutto sommato essendo arrivati fin qua vale la pena di giocarseli fino in fondo. In questo modo le due gare al Pianella, davanti alla solita bolgia di tifosi che riempiono il palazzo, si concludono con due vittorie entusiasmanti quanto sofferte e giocate fino all’ultimo possesso. L’Italia intera si rende conto che tutto sommato il vecchio detto del telecronista di ESPN Lee Corso “Not so fast, my friend” (“Non così veloce, amico”) si può adattare anche alle conclusioni delle settimane precedenti nei confronti di Cantù, che pur perdendo nettamente gara 5 in Sardegna non si dà per vinta e reagisce tra le mura amiche con una gara 6 nella quale va anche sotto nettamente prima di rimontare nel finale e portare a casa il punto del pareggio.

In gara 7 il PalaSerradimigni è apparecchiato per una vittoria dei propri idoli, ma Joe Ragland ha idee diverse, e con le proprie penetrazioni ficcanti (che seguono una gara 6 da dimenticare) trascina i suoi compagni dal primo possesso. La folla è incredula, e non si può credere che una squadra sull’orlo di una crisi di nervi poco prima vada ad imporre la propria inaspettata personalità su uno dei campi più caldi d’Italia. Proprio il playmaker uscito quest’anno da Wichita State è forse il principale motivo del grande cambiamento dei bianco blu, che hanno accantonato definitivamente un Jerry Smith mai ripresosi dall’infortunio, per mettere la squadra nelle mani di una guardia che sa attaccare il ferro con aggressività, ma allo stesso tempo fare le scelte giuste per aiutare la squadra. Un “facilitatore” e un attaccante al tempo stesso: proprio quello che mancava ai ragazzi di Trinchieri, spesso apparsi spaesati, ma che attraverso una guida condivisa sono riusciti tutti ad elevare il proprio rendimento. Spinti da questo entusiasmo si arriva alla semifinale contro Roma, serie complicata, ma che sarebbe stata impossibile per la Cantù di qualche settimana fa: quella che non aveva ancora subito la magia dei Playoff.

FOTO: ysterografa.gr