Caso ‘Hackett-Brown’: la FIP gioca mentre la credibilità del basket affonda

Lucidità, coerenza e imparzialità: questo ci si aspetterebbe da un’istituzione come la FIP. Quello che si è visto oggi –e che forse non è nemmeno giunto al suo epilogo- è tutto l’opposto. Sgomberiamo il campo da possibili equivoci: in questa sede non ci sostituiremo alla giustizia sportiva nel merito delle questioni né tanto meno faremo a nostra volta i “giudici dei giudicanti”; ci preme tuttavia, da osservatori e appassionati di basket, prima che da tifosi di questa o quella squadra, di sottolineare la gravità, per l’intero movimento, della oscena e scandalosa bagarre di giornata.

Per un riassunto sintetico e imparziale vi rimandiamo a un articolo precedente (LINK), ma già da subito, senza entrare nel merito, basta scorrere la “cronaca” di questa caldissima giornata di inizio giugno per comprendere la confusione che ha regnato negli organi di potere della FIP: un comunicato clamorosamente errato (giusto o no, se si prevede la squalifica per due giocatori cui la si è già comminata in stagione, allora sostituita con ammenda pecuniaria, la sanzione ora non può che essere l’effettivo divieto di prender parte alla partita successiva), un secondo comunicato in serata quanto meno coerente, poi il ritorno indietro, nel merito del quale entreremo a breve. Ecco: lucidità, si diceva. Abbiamo esposto i fatti, pensiamo sia autoevidente la conclusione.

Coerenza, si aggiungeva. Altro tasto dolente, su cui ci limitiamo a sollevare un interrogativo: ma con che faccia tosta un organo istituzionale, nella stessa giornata, può “cambiare idea” tre volte, con tre pronunciamenti diversi, sperando di ottenere rispetto? Perché qui, da qualunque parte la si veda –anche, perché no, dal punto di vista senese- gli interessi con cui questi organi giocano in un ozioso martedì di giugno sono enormi (rapportati al mondo del basket). C’è di mezzo una competizione sportiva, di base –il che già sarebbe sufficiente-, ma la stessa è oltre tutto una decisiva partita di semifinale playoff, dalla cui eventuale vittoria può discendere, oltre che una finale, anche una qualificazione in Eurolega. Si parla di visibilità, oltre che di opportunità sportiva, si parla di sponsor, palazzetti pieni per altre potenziali quattro partite, si parla di vetrina europea, si parla di tifo, di passione e, perché no, si parla di soldi.

Si parla anche, signori, di pazienza: e di pazienza il mondo del basket ne ha avuta tanta, forse troppa, e forse ne ha avuta anche troppa con quelle vicende che esorbitano dallo sport giocato e hanno più volte minato la credibilità del nostro movimento. Troppo spesso abbiamo letto di stralci di quella che qualcuno –illuso che veramente sarebbe uscito un pieno, quanto meno mediatico- ha definito “baskettopoli”; troppo spesso –anche uscendo dalla presunta illegalità- ci siamo dovuti abituare a uno sport calpestato nella sua dignità, con diritti tv che fanno ridere, dirette televisive ogni giorno a orario diverso, playoff sovrapposti a Eurolega e quant’altro.
E di tutto ciò vorremmo che qualcuno finalmente rispondesse, non con note, ma con fatti. E una risposta non può che essere ispirata al terzo principio enunciato in avvio: l’imparzialità. Solo partendo da una cristallina e limpida amministrazione, “terza” rispetto alle contendenti, la FIP e la Lega possono salvare la faccia. Nemmeno questo però si è salvato oggi. Quello che infatti fa infuriare i tifosi varesini –quelli che il basket lo seguono e lo amano veramente- non è che sia stata revocata la squalifica a Hackett e Brown (sanno infatti tutti che, obiettivamente, in campo a fine partita non è successo niente di che; e sanno inoltre che, sebbene la loro assenza facesse gola, lo sport è tale solo se i contendenti sono alla pari e non menomati), ma che ora, cancellando i provvedimenti ai danni dei due senesi, si sia dinnanzi al paradosso: Polonara e Banks squalificati (pena sostituita pecuniariamente) e impunità per i colleghi. Ecco, questo, a prescindere dalle formalità e dalle procedure (è infatti evidente che si è rivista solo la sanzione senese perché è Siena stessa ad aver impugnato il provvedimento), fa male: fa male perché non pare equo, fa male perché dà ancora la parvenza di parzialità. Ed è in questa zona grigia, direi paludosa, dell’incomprensione e della mancanza di chiarezza che si annida la malattia del sistema: è il regno della supposizione, dell’illazione, della malizia. E’ qui che trova spazio chi attacca Minucci, chi mormora contro Alabiso, chi se la prende con Siena… in mancanza di risposte chiare cui aggrapparsi vale tutto, purtroppo. E questo fa male a noi e fa male al basket. Dove non c’è chiarezza, signori, dove c’è sospetto, dove non c’è trasparenza trova spazio il cancro più grave del nostro Paese. Ma la soluzione non può che passare da un’istituzione che faccia l’istituzione e che come tale recuperi dignità. Noi abbiamo aspettato a lungo. Il grande pubblico l’hanno già perso: forse aspettano che ci stufiamo anche noi.

FOTO: Mario Bianchi