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Cosa significa tifare Olimpia Milano nel 2015, secondo un 25enne

A volte mi capita di fermarmi a riflettere e pensare a mio padre, o al padre della mia ragazza, che si sono goduti gli anni d’oro del triangolo lombardo (Varese-Milano-Cantù, in rigoroso ordine, da sinistra a destra, per Coppe Campioni conquistate) che dominava praticamente l’Europa, per poi pensare a come si articola, oggi come oggi, l’amore spasmodico per le “Scarpette Rosse”. Che poi, “Scarpette Rosse” è un termine che non uso mai, perché paragonare l’attualità (mediocre) dell’Olimpia con l’epopea di un precursore dei tempi, qual era Adolfo Bogoncelli, mi sembra una forzatura, peraltro storica, che non conviene granché fare. Inoltre, il significato dell’espressione “Scarpette Rosse” non si riduce alla semplicistica raffigurazione delle calzature che una rivoluzionaria idea di Bogoncelli fece indossare ai giocatori, bensì esprime un’idea di basket che rivoluzionava un concetto di “squadra”, come gruppo che s’identificava anche (e forse, soprattutto) per una divisa in raso e calzature rosse da indossare dentro e fuori dal campo.

Vorrei ritornare sul “mediocre” riferito all’attualità tutta milanese: parlando di mediocrità passerò sicuramente per quello impopolare che, dopo anni di amore spasmodico e pensieri sparsi su ogni singola cosa che riguardasse l’Olimpia, ha voltato le spalle all’amore sportivo per abbracciare l’obiettività tipica di chi, nel suo piccolo, si diletta a parlare di basket con un pubblico internauta, magari ben più ampio di quello del classico bar da chiacchiere sportive. Sia chiaro, il bar di fiducia ce l’ho anche io ed è gestito da Carlo Gentile, probabilmente il miglior artista dello spritz e del negroni sbagliato, che però non ha nulla a che fare con la Gentile’s family dei Nando e Alessandro. Ecco, dopo questa digressione enogastronomica, ci tengo a precisare che il mio amore non è scemato, bensì è aumentato così tanto da permettermi di distinguere le due fasi del tifoso: quella iper-critica, tendente a vedere negativo anche uno Scudetto arrivato dopo 18 stagioni di astinenza, da quella ottimistica, del buonismo dilagante e della perenne giustificazione ai fallimenti che si sono succeduti negli anni.

Già, perché ho imparato a dividere queste due anime, probabilmente inscindibili, presenti nel corpo da tifoso di una delle più grandi società che la pallacanestro italiana possa vantare; ho imparato a vedere oro dove gli altri vedono fango (l’innesto di Tabu come giocatore-polizza infortuni, per restare ai temi degli ultimi giorni), ma ho anche imparato a vedere nero, mi si passi il termine, dove gli altri vedono la più classica e banale “normalità delle cose”. Tifare Milano oggi, tifarla veramente eh, non fare le belle facce davanti ai diretti interessati, per poi scatenarsi sui forum o sui social network alla prima sconfitta, dicendo che Tizio è scarso, che Caio non salta, che Sempronio non difende e così via, è un privilegio che non sempre ci rendiamo conto di avere. Tifare Milano è come essere a letto con la donna più bella del mondo, sapendo che il tuo peggior nemico è a letto con una più brutta, ma più passionale e razionale; tifare Milano è irrazionalità, ecco. Irrazionalità nelle scelte di mercato, irrazionalità nei voltagabbana, irrazionalità nelle logiche del gioco, irrazionalità nelle vittorie (e nelle sconfitte), nei record e nei passi falsi. Irrazionalità nel vedere in università più gente con la felpa di Cantù che con quella dell’Olimpia, irrazionalità nell’andare al campetto e sentirti dire “Bulleri, non l’ho mai sentito, si vede che non ha giocato in NBA” quando ti presenti al playground sotto casa, per affinare le tue doti di ball-handling pari a quelle di Samuels, indossando la maglia del Bullo, annata 2009/2010. Irrazionalità nel confronto tra generazioni, con i più grandi che ti spiegano come, secondo loro, Sandro Gentile non valga manco l’unghia di Vianello, di Premier o di Riminucci, mentre i più piccoli ti parlano delle memorabili gesta di “Sandro Magno” nelle ultime Top 16 di Euroleague.

Dove sta, allora, la razionalità? Probabilmente da nessuna parte, se si vuole parlare di un amore viscerale per una società come Milano. Questo perché, all’ombra della Madunina, è tutto più amplificato e complesso: tifare Olimpia è complicato, specialmente se hai Armani come presidente-proprietario. Perché, sebbene Armani garantisca budget che sono fuori dalla portata di tutte le altre squadre italiane, Milano riesce comunque a vincere 1 solo trofeo in Italia (ah, chi vuole dimenticare l’in/out di Janning in Gara-6 della Finale Scudetto 2014 mente a se stesso e alla sua onestà intellettuale), perdendo anche la possibilità di aggiungere l’unica coppa che manca nella storica bacheca che una volta era custodita in Via Caltanissetta (oggi in Piazzale Lotto 15), la SuperCoppa italiana. Tifare Olimpia è complicato, perché Milano è la “città delle mode” per eccellenza e, come in tutti i campi, queste mode arrivano a sconfinare anche nel basket; confrontandomi con amanti della palla a spicchi di varie città, mi sono sempre sentito dire che a Milano manca la passione, quella vera, quella viscerale che ti porta tutte le domeniche a gioire o soffrire per una vittoria o una sconfitta. Ecco, io non credo che a Milano manchi la passione, perché la passione è una cosa personale e ognuno la manifesta a modo suo, con i gesti e le parole che gli sono più spontanei. Credo, piuttosto, che a Milano manchi la cultura del basket, persa alla fine degli anni ’90 con le travagliate vicende societarie e mai più riconquistata. Dove per cultura intendo quel complesso di regole non scritte che ti fanno amare questo sport mantenendo comunque la lucidità nell’interpretare le più disparate situazioni; una cultura che i più vecchi hanno, ma tendono a celare, e che i più giovani potrebbero farsi, ma preferiscono abbozzare semplicemente, dedicandosi magari ad altro.

Non sarò quello del “ah il basket è diverso, il basket è migliore del calcio”, perché sono tutte cazzate: ogni sport è affascinante a modo suo, perfino gli sport definiti “da femminucce” perché non vedono un contatto fisico tra avversari, perfino le bocce e il biliardo all’italiana hanno un’aura di fascino che ammalia. Però, quando cominciai a seguire questo sport, parlando con tifosi ed esperti ben più navigati di quanto potessi pensare a prima vista, capii subito che la cultura cestistica era un qualcosa di fondamentale per comprendere a fondo una disciplina (o un’arte, perché il basket è anche arte) comunque complicata di per sé. La base, di questa cultura cestistica, sta nella capacità di estrapolare le proprie convinzioni per metterle a confronto con la realtà dei fatti: per esempio, oggi non posso dire che Milano abbia costruito una realtà vincente negli ultimi anni, poiché dopo l’esonero Bucchi e il fallimento Scariolo (frutto di reciproche incomprensioni, con il coach bresciano incapace di creare una chimica di squadra a causa di scelte sbagliate e di ambiente difficile, e con l’ambiente milanese che non ha capito di avere davanti un genio del basket), l’era-Banchi ha portato a due alti (Euroleague e Scudetto dello scorso anno) e troppi bassi. Di vincente rimane, forse, il giocatore che ho scelto di immortalare nell’immagine di questa copertina, Curtis Jerrells, poiché senza il suo canestro vincente in Gara-6 e senza i suoi “attributi” durante la serie contro Siena, probabilmente ora parleremmo dell’ennesimo fallimento milanese dell’era-Armani.

Ecco, tifare Milano è anche perdere ogni razionalità nel vedere un canestro del genere, nell’esplodere di gioia per la rivincita di un giocatore che a metà stagione era sulla gogna mediatica di tutta l’informazione che si occupava di basket; tifare Milano è anche lasciare da parte ogni considerazione sulla mancanza di gioco corale, sulla mancanza d’incisività nelle partite che contano, sulla mancanza di leadership carismatica, per gioire nell’irrazionalità di un canestro che ha scacciato gli spettri di ennesimo fallimento, che si stavano palesando fino a pochi istanti prima. Tifare Olimpia, è un onore, grande, immenso, ma è anche (e soprattutto) un onere: noi siamo quelli del “Armani, anche oggi vinci domani”, della frustrazione quando vinciamo di 50 partite inutili e poi perdiamo i match da dentro/fuori, dei contrasti interni tra fazioni di tifosi che hanno visioni diametralmente opposte sul gioco e sui risultati di questa squadra. Noi siamo quelli che non hanno età, fondamentalmente, perché l’unica scelta che mai criticherò è stata quella di scegliere “Il più grande spettacolo dopo il big bang” di Jovanotti come colonna sonora della scorsa stagione, abbinandoci immagini storiche che raffiguravano la nostra gloriosa storia.

Il 1936 è una data simbolica per la fondazione dell’Olimpia, ma rappresenta comunque l’inizio della nostra storia sportiva e da questa data dobbiamo partire se vogliamo che anche i più giovani abbiano una cultura che li porti ad amare visceralmente questa squadra, per ciò che ha rappresentato e che potrebbe rappresentare in futuro. Perché, come diceva Cesare Rubini, “i giocatori passano, ma l’Olimpia resta”, ed è questo il messaggio che deve passare alle nuove generazioni, per comprendere cosa significa tifare Milano; l’Olimpia resta, ma non abbiate timore di confrontarvi con le visioni altrui, di criticarle anche, pur rispettando la logica del civile confronto, non abbiate timore di essere la voce fuori dal coro, perché senza confronto continuo la cultura è destinata a rimanere quella che è, senza progredire verso nuovi lidi e nuove speranze. Senza poter creare, cioè, una nuova cultura in cui glorificare la nostra tradizione di tifosi dell’Olimpia Milano. Questo è tifare Milano: essere consapevoli di portare un fardello più grande perfino del compito di Frodo di distruggere l’Unico Anello, quello di Sauron, senza dimenticare che la storia, nel basket, l’ha scritta l’Olimpia per prima, quando gli altri ancora giocavano all’aperto con le t-shirt a mezza manica. Volevo dirtelo, perché ce l’ho nel cuore: son sicurissimo, è amore!