Cosa vuole davvero Milano da questa regular season?

Mancano ancora cinque partite nel girone di ritorno, ma Varese e Sassari sono quasi certe delle rispettive posizioni in griglia PO, e forse lo è anche la Roma di Lawal e Datome. Cantù e Siena sono in un periodo nero, ma non possono essere considerate come bollite o fuori dai giochi. Chi deve ancora rispondere definitivamente all’appello è l’EA7 Emporio Armani Milano di coach Scariolo. Dopo la prestazione in terra sarda, Milano pare aver ritrovato qualche certezza nel rettangolo di gioco e nella chimica di squadra. Finalmente si è vista una difesa arcigna, grande merito va al folletto Marques Green, sempre un astuto ruba palloni, e al gran lavoro sotto i tabelloni di Leon Radosevic, una circolazione di palla efficace e un gioco corale, quasi da squadra rodata. Tuttavia, le certezze di una partita non possono colmare le mancanze di una stagione molto sotto tono: non c’è niente di più sbagliato che sentirsi favoriti solo per i nomi che si hanno in roster, ma l’EA7 aveva l’obbligo, e l’onere, di prendere il testimone da Siena come dominatrice della scena italiana, se non altro perché Scariolo era al secondo anno del progetto triennale, ma soprattutto perché le altre squadre, tranne Sassari e Varese, si erano parecchio ridimensionate. I buoni propositi di settembre sono rimasti tali, il roster è stato un po’ modificato, e Milano ha conosciuto continui alti e bassi nella sua RS.

A oggi, oltre le certezze evidenziate in Sardegna, ci sono tre buoni motivi per essere ottimisti da oggi fino alla fine dei PO: Keith Langford, la sfacciataggine di Alessandro Gentile e la panchina più lunga dell’intera Serie A. A mio parere Langford è l’uomo che è mancato a Milano nelle ultime 4 stagioni per provare a giocarsela con Siena: attaccante sublime, giocatore completo per il suo ruolo, forse non un gran difensore, ma nemmeno un casello sempre aperto come molti sostengono. Milano ha la sua punta di diamante, anche perché l’Hairston di quest’anno tra infortuni e difficoltà al tiro non sembra quello devastante dell’anno scorso, e non usiamo la scusa dell’incompatibilità con Keith, perché se si è grandi giocatori ci si sa adattare ed Hairston lo è. Probabilmente Malik ha sofferto l’arrivo di un solista di primissimo livello, ma è chiaro che senza il capitano, la nave non va da nessuna parte.

Capitolo Gentile: il ragazzo ha un talento smisurato, una sfacciataggine che trasforma in penetrazioni e canestri irreali, e un carattere da condottiero. Tuttavia, la giovane guardia di Maddaloni deve lavorare sul tiro pesante in ottica PO e forse capire che certe volte è meglio fare il compitino, piuttosto che voler strafare in campo, anche perché non ha bisogno di bruciare alcuna tappa. Sandro potrà essere sicuramente l’arma in più di questo finale di stagione, il giocatore cui affidare qualche tiro pesante quando non è consigliato affidarlo a Langford o Hairston, anche perché il rendimento del giovane è cresciuto esponenzialmente nel girone di ritorno.

Infine, non possiamo trascurare l’infinita lunghezza della panchina milanese. Tenere sempre in panchina Giachetti è un crimine contro il playground e contro la nazionale: Giachetti era un play nel giro della nazionale, play che ci è mancato come il pane a Eurobasket 2011, che può mettere ordine nei momenti di calo della tensione meneghina. A prescindere dalla situazione del play livornese, Milano ha una panchina lunga quanto un’autostrada. Bremer, Basile, Melli, Chiotti e Radosevic sono giocatori che possono dare un gran contributo quando chiamati in causa. JR sta vivendo un periodo difficile nella costruzione del gioco, ma come guardia ha reso benissimo, mentre Basile metterà sicuramente qualche bomba ignorante quando la questione PO comincerà a farsi seria. Melli è un atleta straordinario, non sempre preciso al tiro, che però fornisce un apporto decisivo nell’alzare il livello difensivo di squadra. Il buon David Chiotti avrebbe giovato tantissimo del pick&roll con Green, ma ahimè l’infortunio alla retina lo terrà fuori ancora un po’, sperando che ritorni in forma per la corsa finale. Radosevic è un centro atletico e complementare a Bouroussis, migliorato rispetto alla scorsa stagione e più convinto dei propri mezzi atletici. Ricordate la schiacciata sbagliata completamente da solo contro Siena in gara 2 dei PO l’anno scorso? Ecco, oggi Leon spaccherebbe il canestro.

Le certezze positive non mancano insomma, ma l’altro lato della medaglia è forse più marchiato: Milano ha ancora tanti problemi, quando il tempo per risolverli è sempre meno. Innanzitutto l’abulia di Fotsis, intesa non come mancanza di volontà nello sbattersi in campo, ma come mancanza di volontà di prendere quei tiri che sono e devono essere di Antonios Fotsis. Solo a Roma l’ala greca ha mostrato (enormi) segni di ripresa, per poi ricadere in un anonimato che fa male alle rotazioni milanesi. Rinunciare a certi tiri aperti non aumenta certo la sicurezza di un giocatore che comunque tira col 41% da 3 punti. Inoltre, Hairston da più dubbi che certezze, poiché il capitano non penetra più come l’anno scorso e non si prende i falli che guadagnava l’anno scorso; a questo aggiungeteci che dalla distanza non la mette quasi mai (29% in stagione) ed ecco il quadro completo. Come detto sopra, probabilmente Malik soffrirà l’ego sportivo di Langford (tesi che, a mio parere non regge), ma Milano ha bisogno del giocatore devastante che ha portato in finale l’EA7 lo scorso anno. C’è poi la difesa: spesso Milano difende male, disorganizzata nei raddoppi e troppo molle nel pitturato, con letture sbagliate delle situazioni e una zona che spesso fa acqua.

In questo, rientra anche la mia non comprensione dei time-out di coach Scariolo; quando si subisce un parziale, anche contro l’ultima in classifica, bisogna chiamare time-out se la squadra pare allo sbando, senza aspettare un passivo di 12-0 o 15-0 per fare la chiamata. Chiudo con i continui cali di tensione e l’incapacità di mantenere un vantaggio consistente, anche contro avversari modesti, anzi quasi sempre contro avversari modesti, che sono i lati negativi che più penalizzano il gioco dell’EA7; non si può andare avanti di 20 punti e dilapidare tutto il vantaggio in 2 minuti di gestione scriteriata del gioco.
Milano ha ancora 5 partite importanti in cui sistemare i lati negativi e rafforzare le certezze, per arrivare ai PO pronta ad affrontare squadre che non sembrano avere pecche, se non gli infortuni fisici. Il talento e il roster sono qualitativamente di primo livello europeo, ma non basta questo per essere campioni. Se queste 5 partite daranno risposte positive, anche e soprattutto psicologicamente, allora l’EA7 sarà un osso duro per tutte le contendenti. Ma altri passaggi a vuoto, come con Cremona o Montegranaro, non possono più accadere.

FOTO: olimpiablog.blogosfere.it // Alessia Doniselli