EA7 Emporio Armani Milano: i perché di un fallimento

Preferisco sempre chiamarla “Olimpia Milano”, ma con lo scempio di questi giorni prendo le distanze dall’essere tifoso e cerco di essere il più obiettivo possibile, illustrandovi quali sono state, secondo me, le principali cause del fallimento milanese in queste Final Eight di Coppa Italia.

Partiamo dal presupposto, banale quanto incompreso da molti, che disputare le partite di Coppa al Forum di Assago non significa giocare in casa, specialmente se il pubblico è quello milanese; personalmente vorrei sapere con quale criterio si possano comprare solo i biglietti per eventuali semifinale/finale, dando per scontata la vittoria ai quarti contro Sassari. Detto ciò, è tristemente vero che mi aspettavo un’affluenza di tifo milanese ben più elevata di quella accorsa venerdì sera a sostenere le scarpette rosse. Parliamo sempre di tifosi come 6° uomo in campo, come arma in più, ma se al primo appuntamento davvero importante della stagione ci sono 1000 tifosi milanesi (e si gioca comunque di fianco a Milano, con prezzi dei biglietti abbastanza accessibili, almeno per i quarti di finale) qualcosa va rivisto nel concetto di “sostegno alla squadra”. E qui comincia la nostra digressione sul perché del fallimento milanese. Innanzitutto, una società che sappia fare il suo lavoro, così come si è impegnata nella famosa “Operazione 10.000 contro il Real Madrid”, avrebbe potuto promulgare una simile iniziativa anche a favore di un sostegno durante la Coppa Italia, visto e considerato che era il primo trofeo della stagione da portare a casa. Non era un dovere, sia chiaro, perché non è scontato vincere in nessuna manifestazione sportiva, eppure è innegabile che il roster di Milano sia qualche spanna sopra tutte le altre rivali italiane, per completezza e per talento. In questo senso la società si dimostra coerente anche con la sua politica “assenteista” nelle cose che riguardano la gestione del gruppo, facendo difettare un basilare codice etico/sportivo da rispettare; nessuno pretende che esistano regole ferree da rispettare sempre e per sempre, ma che almeno si tenga sotto controllo la tensione della squadra nei momenti topici della stagione, controllando anche social network e simili. Questo non vuole essere un attacco personale a nessun giocatore in particolare, semplicemente ritengo che tra i sacrifici di uno sportivo possa rientrare anche quello di distrarsi con parsimonia durante una competizione che dura solamente 3 giorni.

In riferimento alla debacle sportiva poi, c’è davvero tanto da dire. Premetto subito, come ricordato più sopra, che vincere non è un obbligo in nessuna competizione, tanto meno in uno sport pieno di variabili e sorprese qual è il basket; tuttavia, bisogna anche considerare il livello generale del campionato italiano, sempre più tendente al ribasso, da qualche anno a questa parte. In un contesto simile, un squadra come l’EA7 non può trovare tante scusanti per l’eliminazione ai quarti di finale, tanto più che Sassari non si presentava nemmeno in ottima forma (visti l’assenza di Gordon e il periodo negativo di Travis Diener, poi MVP della BEKO Final Eight). Se a tutto ciò aggiungiamo anche l’avvio in scioltezza dei ragazzi di Banchi, che dopo 10′ si trovavano sopra 24-11 con un dominio del campo totale, è chiaro che l’eliminazione di Milano rappresenta un vero fallimento. Alla squadra possiamo imputare un calo difensivo inspiegabile e un’inadeguata fiducia negli isolamenti 1vs5 mentre Sassari rientrava in partita sulle ali dell’entusiasmo a suon di triple nell’ultimo periodo, ma i demeriti sono per l’80% dell’allenatore, e guai a dire il contrario. Banchi si è adeguato al gioco di Sacchetti, mettendo in campo 5 piccoli proprio nella miglior partita di Lawal, e non ha saputo cavalcare l’entusiasmo dei suoi giocatori più in partita (specialmente Gentile e lo stesso Lawal); inoltre, il coach biancorosso non si è preoccupato di evitare i tiri impossibili di Drake Diener, e questo è un punto per me importante. Vi sembrerà assurdo, e forse vi sembrerò uno sciocco io, ma Diener è un giocatore da 5 buzzer beater a stagione, anche da distanze siderali, ed è eloquente che i canestri pesanti li segni spesso e volentieri. Ecco, la tripla in chiusura di 3° quarto ha spostato l’inerzia della partita verso Sassari, spezzando le gambe all’Olimpia. Ed è inutile che i tifosi milanesi continuino a dire che contro Milano le squadre avversarie segnano anche dal parcheggio, perché queste cose succedono sempre quando hai tiratori importanti che iniziano a prendere fiducia, specialmente se difendi con confusione e supponenza.

Ecco, altro problema dell’EA7 è stata l’arroganza nel sottovalutare un avversario come Sassari, comunque squadra più attrezzata di altre e con una chiara identità di gioco; il run and gun di Sacchetti potrà anche non piacere, e molti lo definiscono antibasket perché privo di penetrazioni e giochi sotto (affermazione peraltro falsa visto che Caleb Green e Gordon fanno il bello e il cattivo tempo anche in post), ma è ormai un marchio di fabbrica che i suoi giocatori hanno assimilato al 100%. Nella partita contro l’Olimpia, la Dinamo ha tirato 5/22 da 3 punti nei primi ’30 minuti, mentre Milano catturava 38 rimbalzi nello stesso minutaggio: questo dovrebbe bastare a far capire quanto i biancorossi abbiano sottovalutato i 1o’ conclusivi, considerando ormai chiusa la partita. Inoltre, il match ha anche dimostrato come a Milano persistano i problemi nei ruoli 1 e 4-5, ma andiamo con ordine. Se Hackett non gira, Jerrells è inadeguato a fare il play per mettere in ritmo i compagni, perché non difende bene il palleggio, se non in penetrazione, mentre Langford da play era una soluzione che qualche mese fa avevo paventato senza trovare riscontri visto l’arrivo dell’ex Siena. Nel reparto lunghi, poi, Milano gioca con tre giocatori che sta aspettando da troppo tempo: Wallace è lontano parente del giocatore ammirato in Italia prima e a Barcellona poi, Samuels fa 100 passi indietro a fronte di ogni piccolo miglioramento e Melli non si prende le responsabilità che potrebbe (e dovrebbe!) prendersi.

C’è chi dice che questa sconfitta possa fare bene, che possa far maturare una chimica di squadra ancora latitante in alcuni momenti; potrebbe anche essere vero, anche se la mia visione è completamente diversa. Nei finali tirati Milano ha ancora tanto da imparare da una squadra come Siena, che ha un killer instinct eccezionale, e questa sconfitta va proprio a minare le piccole consapevolezze acquisite, in questo senso, contro Bamberg e Fenerbahce in questa stagione.

FOTO DI: Alessia Doniselli