Editoriale – Varese, i motivi della crisi

Solo una ventina di giorni fa, dopo Varese-Avellino, eravamo a tessere le lodi di un gruppo che, a fronte di vari limiti sempre riconosciuti, stava facendo innamorare di sé una città abilissima nello storcere il naso. Oggi ci troviamo a fotografare una parabola discendente drammatica, che ha costretto la società varesina, nonostante le risorse razionate, a correre ai ripari sul mercato, con l’ufficializzazione nella mattinata di ieri del ritorno di Banks. Problemi tecnici? Sicuramente, ma non solo: Valencia, Sassari, Ulm, Brindisi, Lubiana e Montegranaro sono tappe di una crisi prima di tutto caratteriale.

Ovvio, complice il noto pregiudizio, che il primo a finire sul banco degli imputati sia coach Frates. Se i risultati non ci sono in parte è per forza colpa dell’allenatore, ma tentiamo di andare più a fondo, isolando questo elemento: una Punto è sempre una Punto, anche guidata da Vettel, per capirci.
Vediamo allora limiti tecnici, nati –come, con l’umiltà che hanno solo i grandi, ha riconosciuto Cecco Vescovi sulle pagine de La Prealpina- fin dalla costruzione della squadra. Primo additato sotto questo profilo non può che essere Keekee Clark: contro Montegranaro ha tenuto in piedi lui, offensivamente, la baracca, ma non basta. Da un lato il deficit fisico e atletico, cui si aggiunge una dose molto modesta di carisma, ne fanno una riserva da serie A, più che un titolare; dall’altro sono molte le strade tattiche precluse dal suo utilizzo: giocare col “doppio play” –che pure può pagare offensivamente- porta grave sofferenza fisica e difensiva, il gioco con lui in campo si rallenta inevitabilmente, la squadra, in attacco, ha una guida molle, che o tira o si nasconde. L’attacco perciò, in assenza di un Coleman in grado di garantire continuità, cui ci dedichiamo tra poco, è spesso lasciato agli eroici sforzi di capitan Ere, che non bastano. Predica nel deserto Ere, perché le ali Sakota e Polonara non stanno rendendo, soprattutto sul piano della lucidità, mentre i lunghi avrebbero bisogno di essere imbeccati meglio, cosa che ci fa ritornare da capo, al playmaker.

Le cose, però, nelle prime uscite ufficiali di campionato, erano girate bene nonostante tutto questo. In un campionato con tasso tecnico non eccelso, la voglia, la compattezza e il carattere possono ben supplire a oggettive mancanze e nascondere sotto il tappeto i problemi strutturali. Poi qualcosa, a livello mentale, dev’essersi spaccato. Emblematico il caso-Coleman, brutta pagina che sicuramente ha inquinato l’ambiente. Senza entrare nel dettaglio, e sicuramente consentendo il beneficio del dubbio al giocatore, è chiaro che vedere fuori uno dei punti di riferimento della squadra dalla disfatta di Sassari al capitombolo con Brindisi, senza percepire in lui la voglia di riscatto, ferisce. “Lazzaro” lo chiamano i tifosi –almeno i più benevoli!- a significare che la piazza di sicuro non ha gradito. Si parlava poi di Brindisi: ecco, quello di settimana scorsa è stato un capitolo tristissimo di basket varesino. Con tutti gli alibi tecnici e fisici possibili, prenderne 49 in un tempo in casa, senza la minima reazione, è qualcosa di inaudito. Zero idee, zero punti di riferimento, zero grinta. E il pubblico si è stizzito, a ragione.
E’ stato quindi quanto mai evidente che un equilibrio si fosse rotto. Vuoi una serie di sconfitte difficili da digerire, vuoi un compagno che fa i capricci e mette tutti nelle grane, vuoi un allenatore forse troppo duro o che semplicemente non ha legato col gruppo, vuoi elementi che “parlano troppo” e destabilizzano l’ambiente, vuoi un pubblico pretenzioso e un’indubbia pressione addosso, ma il risultato è comunque mortificante. Anche quanto di positivo era stato fatto è stato spazzato via. Emblematico l’atteggiamento di Scekic, cui sicuramente non si possono rimproverare limiti tecnici: prestazione incolore, svogliata, conclusa con un “cinque” negato a un allenatore che tentava di sostenerlo mentre rientrava in panchina tra i fischi di Masnago.

Decisamente è la testa che non funziona. Allora sarà forse anche giusto prendersela con Frates, ma non basta. Non basta perché chi va in campo è un professionista, non una macchinina telecomandata. L’allenatore è quanto mai fondamentale, ma il giocatore non deve mai scendere sotto un livello di rendimento dignitoso. Tuttavia alla Varese delle ultime settimane è mancata un’anima, una coralità coordinata da una leadership ferrea e responsabile, senza la quale i singoli sono a piede libero e vanno per la loro. Sicuramente l’innesto di Adrian Banks, già da giorni dato sulla via del ritorno dopo il taglio dell’Hapoel Gilboa, porterà aria fresca e qualità; ma più di tutto la Cimberio avrebbe bisogno di un altro degli “Indimenticabili”, o almeno di qualcuno col suo carisma: parliamo di Mike Green. Le sorti di una squadra passano per gran parte dalla lucidità del suo playmaker, dalla sua capacità di gestione. Se questo latita, la squadra sbanda. Ciò non toglie che, al netto di certi limiti, l’impegno e la professionalità siano ora imprescindibili. “Serve gente che ha fame, che parli di meno e corra di più”, come dice un Vescovi autocritico certo, ma non disposto a venire a patti sui fondamentali. Servono fame, voglia e grinta, già da stasera a Parigi, perché una maglia come quella di Varese, ma soprattutto la passione e la fede che ci stanno dietro, meritano rispetto.

FOTO: fotomario