News

Elogio della sconfitta

Vincere o perdere. Non ci sono vie di mezzo. Il bello e il brutto è tutto in un risultato. Quello che forse, in alcuni casi, manca ancora nella nostra cultura sportiva è il saper accettare che la sconfitta sia una delle due opzioni in gioco. Non tutti i ko sono uguali, ovvio. Lungi dal romanzare la figura già ampiamente piena di retorica dello sconfitto, ma alcune righe su Avellino conviene “sprecarle”, quantomeno per amore del gioco.

Adesso potrebbe essere fin troppo facile assicurarvelo, ma chi vi scrive non credeva si potesse giungere agli ultimi otto minuti di questa finale di Coppa Italia con una sfida ancora aperta. Milano rimane indiscutibilmente una squadra fuori portata per il campionato italiano. Probabilmente, con il roster attuale arricchito da Kalnietis, Batista e Sanders avrebbe detto sicuramente la sua anche in Eurolega. Ma il progetto affidato a Repesa, come tutti i progetti, aveva ed ha bisogno di tempo per trovare una sua quadratura definitiva.

Per questo e per altri motivi, la Sidigas deve essere consapevole di quanto fatto nel corso di questa Final Eight 2016. Nemmeno contro la corazzata milanese, i biancoverdi di coach Sacripanti, stanchi e sfibrati da quanto accaduto nei turni precedenti, hanno abbandonato la propria idea tecnica. Certo, l’aggressività e la fisicità strabordante di Milano ha impedito che gli irpini potessero essere lucidi per tutto l’arco del match e le difficoltà a rimbalzo sono un aspetto sul quale lo staff tecnico avellinese dovrà lavorare. Ma immaginare che, dopo le delusioni degli scorsi anni e l’avvio stentato in campionato, la Scandone potesse essere già così matura e ben indirizzata era pura utopia. Non c’è una squadra in Italia che applichi con tanta perseveranza e precisione l’alto-basso, che cerchi con tale insistenza di creare un tiro nell’area pitturata. Un basket fatto di letture e dal sapore rétro, nel quale tutti hanno trovato il proprio ruolo e sanno cosa fare e quando farlo. Quella di Avellino contro Milano è stata una vittoria per il futuro. La Sidigas ha dimostrato di essere lontana dalla forza dell’Olimpia (in tal senso, la differenza di budget si fa ovviamente sentire), ma non troppo. Nessuno è andato così vicino ad un successo contro questa Armani, vincendo i due quarti centrali e alzando bandiera bianca solo nel finale.

Coach Sacripanti ha prodotto un’evoluzione dei suoi con regole precise in difesa e un sistema fatto principalmente di letture in attacco. James Nunnally ne è un esempio lampante. Il talento californiano al suo arrivo in Irpinia era poco più di un tiratore ed un difensore pessimo. In cinque mesi, è diventato un attaccante in grado di essere pericoloso in molte situazioni di gioco e di non essere un passaggio a livello nell’altra metà campo. Potremmo citare Buva e Cervi, ma il caso singolo non è interessante quanto il cammino di una squadra che è passata dal trentello subito all’andata contro Milano alla sfida di questo pomeriggio, dove in diversi frangenti i biancoverdi hanno messo sul parquet la pallacanestro più pulita. Non a caso, al termine del primo tempo della finale Acker e compagni erano a soli sette punti di distanza dall’Armani, nonostante i sedici tiri in meno presi (rimbalzi offensivi). In fin dei conti, le statistiche non riflettono l’andamento di una partita nella quale Avellino non è mai riuscita andare sotto i quattro punti di svantaggio, ma qualcosa raccontano di una squadra che ha abbassato la testa ed ha creduto nel sistema del suo allenatore. A loro va la delusione della sconfitta ma l’applauso di chi questo pomeriggio ha assistito ad una finale di ottimo livello.