Il ritorno di Vitucci a Varese, ecco che Cimberio trova

La Varese che Frank Vitucci trovò nell’estate 2012 era una signora anziana, di nobile origini, che in età avanzata si era dovuta adeguare a una vita medio-borghese. Vitucci è stato quel cavaliere gentile che ha saputo regalarle una serata mondana, come ai vecchi tempi: l’occasione per indossare un abito da sera gelosamente conservato in armadi polverosi, di rispolverare gioielli che da troppo tempo non risplendevano. Tra i due però il lieto fine non c’è stato: il sogno è finito, il cavaliere si è allontanato. Varese e il suo pubblico, quel gioiello che dopo tanto tempo (almeno 10 anni) è tornato a far brillare il PalaWhirlpool, sono dovuti tornare alla realtà, quella realtà in cui non è la “nobiltà” –fuor di metafora, la storia, l’orgoglio di una società tra le più blasonate in Europa- a fare la differenza in questo mondo, ma le prospettive concrete, meglio rappresentate da altri lidi, fra cui Avellino.

Frank Vitucci è stato il simbolo di un’annata perfetta: una squadra perfettamente amalgamata, tanto talento mai stridente, mai dipendenza da un unico leader. Il suo addio è stato a sua volta un simbolo, quello della fine di una stagione sopra ogni possibile aspettativa, il cui amaro in bocca finale ha, se mai, reso più difficile ancora il distacco. Se però è facilmente prevedibile come il pubblico varesino accoglierà l’ex coach, reo di un “tradimento” accompagnato da strascichi antipatici, come l’intervista sullo “smantellamento” di Varese, è interessante chiedersi quale Varese sarà trovata da Vitucci stesso. Varese-Avellino assume così un significato che va oltre il campo: è un banco di prova morale per l’intero ambiente varesino, una piccola resa dei conti dalla quale dipende in buona parte la fiducia verso la squadra.

Nel parlare della Cimberio è però necessaria, quanto dolorosa, una netta distinzione: da un lato stanno società e squadra, dall’altro buona parte del pubblico. Se le prime  infatti si sono immediatamente ridimensionate, dandosi seri –ma limitati- obiettivi, i 3200 abbonati di quest’anno sono un segnale chiarissimo: il pubblico non ha smesso di sognare, ha chiari in mente i volti degli “indimenticabili” e vuole una stagione ad alti livelli.

La “Varese del realismo” è quella che, con il nono, forse decimo budget della serie A, per parola dello stesso Cecco Vescovi, ha costruito un gruppo di buone prospettive. Manca il talento esplosivo di due “pesche miracolose” come Green e Dunston –francamente ben al di sopra del livello a cui può aspirare Varese-, ma l’organico pare ben equilibrato. Nella compagine di Frates, sicuramente ancora in formazione, trovano posto giovani come Polonara e De Nicolao, quest’anno estremamente responsabilizzati. Il primo soprattutto sta stupendo: ottimo, probabilmente, il lavoro estivo, che gli ha permesso di costruire nel tempo un tiro dalla lunga all’altezza dei suoi mezzi fisici e atletici, così da renderlo un giocatore potenzialmente completo, nonché in grado di essere trascinatore anche a ritmi lenti. Di tempo e crescita ha bisogno anche Franklin Hassell, che domenica, contro Venezia, ha mostrato tutto il suo potenziale: di Dunston ce ne sono pochi, ma di giovani con queste doti e questa voglia di migliorare, pure. Se Ere, per stessa bocca di Frates in un’interessante intervista uscita in settimana su Repubblica.it, è stato eletto leader del gruppo e non sta deludendo, mentre si attende il ritorno di Sakota in campionato, chi non sta dando i segnali sperati sono Clark e Coleman, ma anche per loro, pur per versi differenti, ci vuole tempo. La Varese di Frates è insomma una squadra concreta, con un organico complesso e futuribile, che, a fronte di un precampionato non esaltante –complici i numerosi infortuni- ha sicuramente iniziato col piede giusto: tralasciando il preliminare di Eurolega, da cui ci si sarebbe potuti aspettare almeno un’altra partita, le due vittorie in campo neutro contro due squadre di pari, se non superiore, livello come Reggio Emilia e Venezia, nonché la sconfitta con onore a Milano, dicono che Varese c’è e, al suo livello, può giocarsela. Può giocarsela per entrare ai playoff, pur avendo un budget che la relegherebbe al di fuori, ma non può desiderare la luna. “La consapevolezza del club –risponde un onesto Fabrizio Frates quando gli si chiede cosa caratterizzi la Varese di quest’anno– che quella stagione sarebbe stata irripetibile e che il budget avrebbe avuto un taglio del 20-30%. Ho trovato idee chiare, gente che sa cosa si può permettere e dove vuole arrivare. Non si seguono gli umori”. È una Varese realista, che non scende a patti con i suoi obiettivi minimi, ma nemmeno col populismo: gli “indimenticabili” appartengono al passato. Ma forse non per tutti.

C’è un altro volto di Varese: quello di un pubblico che in buona parte non accetta la realtà. Lo scorso anno il pubblico è stato il vero sesto uomo in campo della Cimberio, dall’esodo milanese in Coppa Italia, passando per un PalaWhirlpool spesso pieno come non lo si vedeva da anni, fino a giungere all’apice sia dell’entusiasmo sia della frustrazione, con la degenerazione delle semifinali playoff. Difficile, per questa platea, che ha finalmente rivisto le luci della ribalta dopo troppo tempo, tornare alla “vita medio-borghese”, come si diceva prima. Eppure, se è condivisibile la delusione nel constatare come la propria squadra non possa competere per quegli obiettivi che solo un anno prima ha raggiunto, non è giustificabile il clima di scoramento e severa critica che circonda la Cimberio di Frates. E quest’ultimo è il primo imputato: mai gradito, fin dal suo arrivo (forse per il passato canturino e milanese, forse per un’ultima parte di carriera non brillantissima, forse per un atteggiamento piuttosto freddo che non desta simpatie), è stato ed è continuo bersaglio di parte del pubblico, su due fronti: quello mediatico –si veda la pagina Facebook della Pallacanestro Varese- e quello sportivo. A ogni passaggio a vuoto della sua squadra si levano fischi e urla, inviti a chiamare timeout, a non chiamarlo, a non tenere le mani in tasca, ad andarsene… Se la vittoria contro Venezia aveva dimostrato a tutti la concretezza del lavoro della sua Varese, che ha superato indenne lo scoglio del campo neutro, la sconfitta –onestamente brutta, ma possibile per una squadra in crescita- in Eurocup contro l’ASVEL Villeurbanne, ha riacceso le critiche. Frates ha probabilmente le spalle forti ed è meglio che si faccia carico lui delle critiche gratuite piuttosto che lasciare che si riversino sui giocatori. Tuttavia è indubbio che questa squadra si trovi a giocare con addosso una pressione fortissima, ingiustificata trattandosi Varese di una società che ha sempre messo in chiaro i propri obiettivi. Sarebbero infatti giustificate critiche (e potranno, come sempre, esserlo in futuro) se la squadra scendesse sotto queste soglie prefissate, ma per ora il trend è tutt’altro.

Al suo ritorno, Vitucci si troverà perciò di fronte a un PalaWhirlpool ben diverso da quello che ricorda: non disposto a perdonare errori e ingenuità alla sua squadra. Peccato, perché il gruppo non sarà quello dello scorso anno, ma ha potenzialità che, con pazienza, possono fruttare e non poco, se viste in relazione alla situazione di partenza. Quello di cui la Cimberio di quest’anno ha bisogno è tempo e, soprattutto, fiducia, ciò che proprio a Frank Vitucci non è mancato.

FOTO: Mario Bianchi