Indimenticabili – La conclusione di una stagione fantastica, l’inizio di un ciclo

Le lacrime dei giocatori e uno striscione che recita “Indimenticabili”: questa la conclusione della stagione stupenda della Cimberio, di cui i playoff non sono stati il triste epilogo, ma il coronamento di un percorso di maturazione che ci si augura abbia un futuro.
In quelle lacrime c’è tutta la passione e la coesione di un gruppo che in dieci mesi ha saputo diventare una solida realtà: sempre uniti, senza prime donne, con ruoli definiti. Tutti importantissimi, nessuno indispensabile. C’è l’orgoglio di chi è arrivato a giocarsi l’accesso in finale contro i migliori –perché tali sono i giocatori di Siena nel panorama italiano- e sono arrivati a un soffio dal sogno.

La sconfitta brucia, ma guardata con obiettività è giusta: Siena è, fin dall’inizio, la squadra che più poteva mettere in difficoltà la Cimberio e che, sebbene ridimensionata rispetto agli scorsi anni, porta ancora, nettissimo, l’imprinting della gestione Pianigiani: Siena è un sistema rodato, costruito per vincere. Ecco, è da qui che Varese deve ripartire: dal fatto che per battere un sistema ci vuole un sistema, e un sistema si costruisce in anni. Si guardino le squadre che, negli ultimi anni, hanno portato e confermato dei buoni risultati –oltre la spendacciona Milano: Cantù e Sassari. Due realtà per molti versi opposte, ma entrambe nel segno della continuità tecnica. Solo in quest’ottica la sconfitta contro Siena non è la fine di un’annata miracolosa, ma l’inizio di un ciclo di alto livello.

Annata che comunque, presa in sé, ha già trovato nei playoff il suo coronamento. Se infatti, in un articolo di fine stagione, avevamo già elogiato il lavoro svolto durante l’anno, oggi possiamo dire con certezza che nella sua post-season la Cimberio non ha tradito le aspettative, a cominciare dai quarti di finale. Non bisogna dimenticare che, a inizio stagione, era difficile che qualcuno si azzardasse a pronosticare un divario così ampio tra Varese e Venezia: le si assimilava, come squadre lunghe e con molto talento, che potevano giocarsi un buon 5° posto. Invece il nettissimo 4-1 della serie ha confermato la classifica del campionato e le sue gerarchie. È stata l’unica serie –finora- conclusa in meno di sette partite e Varese ha letteralmente asfaltato i Veneti. E l’ha fatto imponendosi su un sistema (parola non casuale) –come quello di Mazzon- che assolutamente non le era congeniale: tanta zona, ritmi lenti, tanti esterni e giocatori pluridimensionali come Diawara e Rosselli. I ragazzi di Vitucci hanno dimostrato grande maturità nel saper gestire queste difficoltà e nell’imporre la propria pallacanestro.
Ma con Venezia una vittoria ce la si aspettava. La sfida vera era con Siena: non era una serie tra 1° e 5°, nessuno lo credeva. Tra le due squadre non c’era un rapporto gerarchico, o almeno non in questo senso, ovvero a favore di Varese. Siena aveva già dimostrato di essere l’anti-Varese nel girone di ritorno e in finale di Coppa Italia, con due sonore lezioni impartite ai Lombardi. L’1-3 iniziale è tutto qui: esperienza, fisicità, aggressività e sistema. Le strade erano due: uscire 4-1 o 4-2, dimostrando di essere ancora inferiori alla Mens Sana o reagire, come ha fatto Varese. Ed è stata una reazione clamorosa, non solo di nervi, ma di tecnica e gioco. Col carisma si è scavata i parzialoni iniziali di gara-5 e gara-6, con la tattica li ha saputi gestire, adattandosi e talvolta arrivando anche a comandare il gioco duro di Siena. È stato questo l’apice della maturazione: nella serie contro la Montepaschi Vitucci ha sempre trovato nei suoi uomini quello che, nel momento giusto, sapesse prendersi le responsabilità, quello che desse la scossa e la lucidità ottimali; e nel gruppo ha trovato la voglia di non mollare. Si pensi alla resurrezione in gara-4 di Ere, alla splendida gara-6 di Banks e Talts, a un Dunston spaventoso anche su una gamba, a un Sakota risolutore, a un De Nicolao che ancora adesso probabilmente fatica a staccarsi da Hackett… quella che si è vista con Siena è, insomma, una squadra. È quello per cui Vitucci e staff hanno lavorato un anno e che è arrivato a compimento.

Sì, però non hanno vinto. Non importa. E non importa se questo è l’ineguagliabile inizio di un ciclo, anche breve, ma virtuoso. Non importa, se a ottobre ritroveremo –non al Palawhirlpool causa squalifica, ma da qualche parte nel Nord Italia- almeno l’ossatura di questo gruppo di “indimendicabili”. Le prospettive sembrerebbero confortanti: Vitucci parrebbe –nonostante voci differenti- legato ancora a Varese per un anno, così come certi sarebbero gli Italiani. Capitan Ere e Dusan Sakota probabili conferme, mentre si lotterà per Banks e soprattutto per il leader Green. Certo, senza Dunston non si perde poco, ma è l’impronta tecnica che conta. Che Varese possa bissare questo fantastico primo posto è irrealistico, ma non serve nemmeno: serve continuità nel centrare i primi cinque posti, nel mantenere un sistema che leghi a sé quel pubblico che ha ammaliato quest’anno, nel non essere più una cenerentola da post-season, ma un avversario temibile.

La società –formata da gente che di basket ne ha visto, e parecchio- lo sa bene, ma il mondo del basket non è in salute, si sa anche questo. Quella che è stata la stella del basket italiano in questi mesi è comunque una realtà solida relativamente al nostro campionato, ma ogni anno deve fare molto bene i suoi conti. Ciò per dire che un’annata così sarà davvero, probabilmente, irripetibile, ma che comunque lo spazio di manovra per restare ad alti livelli, quelli che spettano a una realtà come Varese, ci sono. E bisogna restarci ora più che mai, nel segno degli “indimenticabili”.

FOTO: Mario Bianchi