Keith Langford: perdente senza leadership a chi?

Ne ho sentite tante di storielle sul Keith Langford giocatore perdente, che nei momenti importanti si scioglie come neve al sole, e a volte queste storielle trovavano anche fondamento, detto francamente. Parlando della sua esperienza italiana, in maglia EA7 Emporio Armani Milano, bisogna distinguere due macro-periodi: il primo, inerente la gestione Scariolo, e il secondo in merito alla guida tecnica (iniziata da poco) di Luca Banchi. Qualcuno potrebbe pensare che il paragone dello stesso giocatore sotto due gestioni e due allenatori diversi possa essere un po’ affrettato, poiché Banchi allena solo da qualche mese, mentre Scariolo ha condotto Milano per ben due (orribili) anni. Personalmente credo che i tempi siano abbastanza maturi per spiegarvi come e dove sia cambiato il ruolo del “23” biancorosso in questo inizio di stagione, rispetto alla precedente, ma andiamo con ordine.

Non mi soffermerò a raccontarvi la storia di Andre’ Keith Langford, semplicemente perché sarebbe fuorviante rispetto a quello di cui vi voglio parlare. Vi riporto solo una chicca, che merita di essere posta alla vostra attenzione. L’attuale guardia dell’Olimpia, raggiunse per ben due volte le Final 4 NCAA con i suoi Kansas Jayhawks: nel 2002 perse in semifinale contro i Maryland Terrapins di Juan Dixon (che realizzò 33 punti in quella partita), mentre l’anno seguente, dopo aver dominato in semifinale con 24 punti contro Marquette (94-61 il risultato finale, 4° miglior scarto di sempre in una partita di Final 4), fu sconfitto dai Syracuse Orange di un certo Carmelo Anthony. Proprio nella finale del 2003, Langford si ritrovò accoppiato difensivamente a Melo, e raggiunse il numero massimo di falli, finendo la gara in anticipo, con 19 punti a referto. Ciò che impressiona, sono le dichiarazioni rilasciate da Keith Langford, anche recentemente tramite il sito ufficiale dell’Olimpia, in cui afferma che “Ancora oggi ho come la sensazione che Carmelo Anthony e Juan Dixon abbiano i titoli che spettavano a me. Ma è andata così e dieci anni dopo per quanto sia doloroso cerco di ricordare di più l’aspetto positivo di quell’esperienza”. Probabilmente, in parte è vero quanto afferma, ma nella finale del 2003 i rimpianti e le colpe sono solamente dei suoi Kansas Jayhawks, che si sono presi il lusso di tirare col 40% i liberi (finendo 12/30) e non hanno saputo gestire Nick Collison, attuale ala grande degli Oklahoma City Thunder, che durante la finale registrò una doppia-doppia da 19 punti e 21 rimbalzi.

Vi ho riportato questo breve excursus per farvi capire che la mentalità di Langford non è mai stata quella di un perdente, e non lo sarà mai. Nell’anno sotto la gestione Scariolo, difensivamente l’americano era peggio di un telepass, giocava spesso in puri isolamenti 1 vs 5 (ricordate il canestro decisivo contro Pesaro?) e non mostrava quella leadership offensiva per cui era stato preso con un biennale garantito a 1.25 M di € a stagione. Le motivazioni sono molteplici e di facile intuizione: innanzitutto la convivenza con Malik Hairston si dimostrò impossibile e controproducente, poiché i due si pestavano i piedi, annullandosi a vicenda quando erano in campo (e in questo, Milano ha sbagliato a non lasciar andare Malik al CSKA, ma col senno di poi siamo bravi tutti a parlare); inoltre, la squadra creata da Scariolo era un’accozzaglia di giocatori senza un minimo di riflessione sulla chimica necessaria per poter stare insieme sul parquet. Potenzialmente, Milano aveva una squadra con 100 punti in mano a partita, ma anche 110 punti da dover subire ad ogni allacciata di scarpe, e la cosa fu lampante. In questo contesto, la guardia di Fort Worth predicava spesso e volentieri nel deserto, giocando più per la gloria personale che per il bene comune (come facevano un po’ tutti i biancorossi in quella stagione), senza riuscire ad incidere come davvero avrebbe potuto.

Una frase, più di ogni altra, mi fece riflettere la scorsa stagione: durante un caffè con mio padre, parlando un po’ di Olimpia, mi disse “a Milano mancava il violinista da 15-20 punti in mano per poter competere con Siena alla pari, e ora che ce l’avete non riuscite nemmeno a metterlo nelle condizioni ottimali per farne anche solo 10”. All’inizio dubitai della bontà dell’affermazione di mio padre (come darmi torto, ha vissuto di calcio per anni e basta), eppure lentamente compresi quello che voleva dirmi: Langford è un giocatore che spacca le partite con le sue penetrazioni e con i suoi isolamenti 1 vs 5, ma è anche quel giocatore che ti tiene in vantaggio quando l’avversario rimonta, se tu giochi di squadra, perché da 3 è una sentenza, tira benissimo i liberi e sa guadagnarsi falli quando è il momento opportuno. Le condizioni ottimali di cui mi aveva parlato mio padre, a Milano non c’erano per davvero: Keith non aveva espresso nemmeno metà del suo vero talento e potenziale, visto ad esempio con la maglia di Bologna.

Da quest’anno, invece, sembra tutto cambiato, sia per la squadra che per il 23. La gestione Banchi in pochi mesi ha già fatto più di quanto non avesse fatto Scariolo in due anni, e diffidate da chi vi dice il contrario: nel basket la mentalità conta per il 50%, e Milano gli anni passati certe partite le perdeva proprio per una mentalità non vincente. Forse è presto per fare certi discorsi, ma dopo aver visto la rimonta di venerdì scorso in Euroleague contro l’Anadolu Efes Istanbul, credo che Banchi abbia portato sotto la Madonnina una bella dose di sfrontatezza e mentalità da primi della classe. Di questo, anche Langford ha beneficiato: al di là delle statistiche, che comunque rendono finalmente onore al concetto del “violinista da 15-20 punti ad allacciata di scarpe”, Keith gioca con la leadership di chi sa di dover costruire anche e soprattutto per gli altri. Probabilmente questo aspetto può anche essere visto molto negativamente: se una guardia deve creare il gioco per la squadra, vuol dire che manca come il pane un vero play che sappia impostare. Attenzione, però, a non cadere in facili discorsi da bar.

Chiariamo subito che Langford non è un playmaker, e nemmeno lontanamente ci si avvicina al concetto di play. Ma non è forse vero che Banchi vuole un tipo di play moderno, capace di penetrare, di tirare da 3, che lasci smazzare gli assist alle guardie o alle ali? Per me, vedendo l’esperienza di Siena dello scorso anno, è verissimo. Vi avevo già annunciato che Langford avrebbe fatto il play qualche volta con l’arrivo di Lawal in squadra, e ci avevo visto lungo. Ora voglio esagerare, e proporvi una nuova visione. Credo che coach Banchi si sia accorto dell’inadeguatezza di Jerrells come play, mentre stia un po’ sottovalutando il contributo che potrebbe dare Haynes in quel ruolo: per questi motivi, sono propenso a dire che Langford sarà per Milano ciò che Bobby Brown è stato per Siena l’anno scorso, mentre Gentile avrà lo stesso ruolo di Hackett. Sembra un paradosso, ma chi meglio di Keith incarna il play voluto e desiderato da Banchi? Capacità di crearsi qualsiasi tiro dal palleggio, 1 vs 5 come specialità della casa, penetrazioni con scarico finalmente sfruttabili (grazie a Moss e Wallace), mismatch contro i play avversari (sia per cm, sia per primo passo e velocità), difesa finalmente registrata a dovere e capacità di showtime non indifferenti. Sicuri che Milano abbia davvero bisogno di un play nel sistema Banchi? Io dico di no, ma il tempo sarà galantuomo e potrà sempre smentirmi. Per ora, godetevi qualche giocata di uno dei giocatori più forti d’Europa nel suo ruolo. Signori, Keith Langford.