La festa di Milano, le lacrime di Siena, la consacrazione di Gentile e la vittoria del basket

Il regno di Siena è finito. Dopo sette trionfi consecutivi in finale scudetto, la Mens Sana non è riuscita a regalarsi l’ultima grande vittoria della sua dinastia, arrivata al capolinea per le tristi vicende extracestistiche. Potrebbe invece finalmente essere iniziato il regno di Milano, che ha dovuto aspettare 18 anni, ingoiare una delusione dietro l’altra, spendere un centinaio di milioni negli ultimi 6 anni e aspettare l’ampliarsi sempre più evidente del divario tecnico e atletico con il resto delle squadre per tornare finalmente ad urlare la frase “campioni d’Italia”.

Questo potrebbe essere il successo della svolta per l’Olimpia, che nei momenti cruciali ha potuto contare sul carattere ed il talento dei suoi singoli, ma allo stesso tempo non si può dire che abbia trionfato la squadra che ha giocato la miglior pallacanestro. Perché quella è stata senza ombra di dubbio la banda di coach Crespi, che ha disputato una finale scudetto magnifica, dimostrando come sul campo niente e nessuno può cancellare il sistema e la mentalità vincente dei biancoverdi, che riesce ad esaltare le qualità di qualsiasi giocatore, persino di uno come Marquez Haynes che era stato bocciato e scartato dalla stessa Olimpia.

Ma Milano si è dimostrata troppo più forte, e le individualità stavolta sono bastate a decidere una serie che è stata in bilico praticamente fino all’ultimo minuto della partita decisiva. Il miracolo di Curtis Jerrells ha salvato l’Olimpia in gara 6 e sembrava poter girare completamente la serie in favore delle scarpette rosse, che infatti ieri sera hanno approcciato bene gara 7, scavando subito un solco importante, anche grazie ad una Siena troppo contratta e forse un po’ in debito di ossigeno. Dopo aver toccato ripetutamente la doppia cifra di svantaggio, però, nella ripresa la Mens Sana ha iniziato a prendere fiducia ed a giocare la sua pallacanestro, e da lì son stati dolori veri per Milano, che non solo si è vista rimontare, ma si è anche ritrovata ad inseguire di 8 lunghezze al 32′.

Ma a quel punto Alessandro Gentile ha deciso di salire in cattedra e di dimostrare a tutti che sia tanto forte da vincere quasi da solo una gara decisiva per lo scudetto: mentre i compagni iniziavano ad apparire impauriti dal grande ritorno di Siena, il capitano non si è scomposto, si è caricato tutto il peso della squadra sulle spalle e l’ha riportata con forza in partita con 5 punti consecutivi. Ad impattare sul 62-62 è invece stato da oltre l’arco ancora Jerrells, un giocatore “operaio” che ha dimostrato di avere numeri importanti, ma soprattutto carattere e coraggio da vendere rispetto a tanti altri “fenomeni” in squadra (leggasi Keith Langford. Non a caso Banchi lo ha lasciato in panchina nel momento decisivo, ed ha fatto bene, visti i suoi precedenti quando più contava).

Quella tripla di Curtis ha cambiato di nuovo il volto della partita: Siena ha accusato il colpo, Milano ha alzato il livello della sua difesa ed ha messo la museruola alle bocche di fuoco avversarie, trovando finalmente il primo e unico sussulto importante nella serie di Daniel Hackett, che con una giocata difensiva ed una offensiva ha deciso la partita a 90” dal termine. Della serie, meglio tardi che mai, anche se il regista esce da questi playoff fortemente ridimensionato rispetto a quelli dello scorso anno con Siena, che lo avevano consacrato MVP. 

Stavolta il premio di miglior giocatore è andato giustamente a Gentile, che ha vissuto 24 ore da incorniciare: scelto al Draft dai Rockets, decisivo in gara 7 di una finale scudetto (18 anni dopo suo padre, ci vuole un casertano per portare in trionfo Milano) e riconosciuto definitivamente per il fenomeno quale è. Volete sapere quale è stata la sua risposta nelle ultime due gare decisive?Atteggiamento ed aggressività da grande giocatore, ma soprattutto 20.5 punti (16/30 dal campo), 5 rimbalzi, 5.5 falli subiti, 1.5 recuperi, 1.5 assist e 22.5 di valutazione di media. Questo è assolutamente il suo scudetto, a testimonianza del fatto che deve essere lui il punto fermo attorno cui fondare una dinastia.

Per Milano è fondamentale spezzare la maledizione e tornare a vincere dopo quattro finali perse, ma c’è ancora molto da fare per poter anche solo pensare di riuscire a dominare almeno in Italia, come ha fatto Siena nell’ultimo decennio. Fin quando le avversarie sono state tecnicamente e atleticamente competitive, nonostante i budget comunque inferiori, l’Olimpia ha sempre perso, e per poco non ci è riuscita anche quest’anno contro una squadra in liquidazione, dopo aver speso 20 milioni e preso allenatore e giocatori più forti della Mens Sana dello scorso anno. Il panorama italiano attuale sembra poter offrire una scarsa concorrenza per il futuro, ma se Milano vuole tornare ad essere davvero grande, deve iniziare ad essere una squadra vera. Banchi ha svolto un’ottimo lavoro nel dare una solida identità difensiva alle scarpette rosse, che però in attacco vivono e muoiono con le iniziative individuali dei loro fenomeni. In più, a partire dall’eliminazione dell’Eurolega, il gruppo, componente fondamentale, non è apparso più così coeso ed alcuni elementi hanno vissuto un drastico calo nelle prestazioni (Hackett e Moss su tutti). Di come migliorarsi e costruire su questo successo ci sarà tempo per parlarne, adesso per Milano ed i suoi tifosi è solo il momento di festeggiare uno scudetto tanto atteso e vinto dopo una lunghissima battaglia. 

Allo stesso tempo, un pensiero non può non essere rivolto alla Siena cestistica, quella vera, quella che dà anima e cuore sugli spalti come in campo, giocando una pallacanestro a tratti perfetta, e non quella degli imbrogli e degli interessi personali. Ieri sera si è chiusa un’era, ed è giusto omaggiare una squadra che sul parquet ha sempre dominato per la sua superiorità in tutti gli aspetti del gioco, a partire da quello mentale. E dire che Siena ed il suo popolo c’aveva quasi creduto, quando si sono ritrovati sopra di 8 al 32′. Ma il basket è quello sport fantastico ed allo stesso tempo “bastardo” che, così come ti fa esultare di gioia, un minuto dopo ti fa versare lacrime amare. Bisogna tributare il giusto applauso alla banda di coach Crespi, che ha veramente dato tutto quello che aveva sul campo, ed ai suoi tifosi, privati della loro più grande passione. 

Insomma, Milano ha vinto lo scudetto, Siena ha vinto moralmente e la pallacanestro italiana per una sera ha trionfato su tutto il resto, regalandoci una serie ed una gara 7 assolutamente da ricordare per significato, intensità ed emozioni.