La Milano tricolore: tante luci e qualche ombra su uno Scudetto che può aprire un ciclo

Credo sia difficile scrivere il giorno dopo un trionfo così atteso e sperato, specialmente se si vuole fare una disamina attenta e completa di pro e contro del successo milanese, senza scadere nel solito buonismo all’italiana, dove tutto va bene e se si vince conta solo quello. Forse sarà anche così, perché se vinci metti a tacere critica e detrattori; ma non puoi non riconoscere l’evidenza dei fatti, proprio in virtù del fatto che hai appena vinto e puoi analizzare meglio anche che cosa non ha funzionato. Ecco, diciamo che lo Scudetto dell’Olimpia porta con sé tante luci, ma anche qualche ombra inaspettata che si ripresenta di stagione in stagione, quasi come fosse un flagello inestirpabile che affligge la squadra milanese. Partiamo dall’analizzare le luci:

1) FATTORE GENTILE. Se ne sono dette tante e tante ancora se ne diranno sulla sua tenuta mentale, sulla sua capacità di giocare con costanza ad alti livelli, sulle sue scelte offensive (a volte scriteriate, senza dubbio); tuttavia, a 22 anni il capitano biancorosso conduce Milano a un trionfo che, dopo Gara-5, sembrava davvero complicato. Dimostra di essere il miglior under-23 d’Europa (non me ne voglia Mirotic, gestito in maniera deficitaria da Pablo Laso, in quest’annata al Real Madrid), grazie a dei mezzi fisici spaventosi e a una tecnica devastante, in cui due punti di forza emergono su tutto: l’arresto e tiro e il passaggio. Si dosa bene nelle penetrazioni e non diventa testardo nel cercare la solita soluzione, ma riesce a variare efficientemente le sue giocate. In Gara-6 e Gara-7 è il crack milanese, che prende per mano i compagni e indica la via: si prende sulle spalle le responsabilità di 18 anni bui per la Milano del basket e ha ragione lui. MVP, a mani basse, della Finale, ora deve prendere una decisione importante: premesso che all’opzione CSKA credo ben poco, Gentile deve decidere se rimanere a Milano e diventare una bandiera ancora per qualche anno, oppure provare direttamente il salto in NBA. Nel caso dovesse restare (l’Olimpia gli ha offerto un triennale a 800.000 € a stagione), Milano lo deve incoronare “uomo di punta”, perché ridendo e scherzando, Alessandro Magno può viaggiare a 20+5+5 a ogni partita, secondo me.

2) NICK MELLI. Personalmente gli devo delle scuse, se non altro perché ogni volta che sbaglia sono il primo a dargli contro (specialmente quando si rifiuta di prendere tiri che può mettere a occhi chiusi). Il problema è che ha un talento enorme, condito da un bagaglio tecnico importante, ma sembra non ricordarsene a volte. In Gara-7 ha coperto i limiti di Samuels e Lawal, catturando 13 rimbalzi e facendo registrare un plus/minus di +10. Numeri di sostanza, per una prestazione davvero ottima del lungo milanese (che chiude in doppia-doppia, grazie anche agli 11 punti realizzati); certo, io mi auspico sempre quel salto di qualità finale che gli manca per poter essere considerato un 4 di livello europeo. Che questa Finale sia un punto di partenza, per un ruolo più importante e di primo piano in una Milano che, comunque, ha sempre puntato su di lui.

3) UN BENE PER IL MOVIMENTO. Non me ne vogliano i tifosi delle altre squadre, ma lo Scudetto a Milano può essere il motore della rinascita cestistica in Italia, se non altro per il bacino d’utenza (a livello di persone e capitali) di cui può disporre Milano. I numeri parlano chiaro: Gara-7 è stata seguita da 890.000 telespettatori (solo sui Rai3), con uno share medio del 4.29%, mentre gli spettatori totali di questi Playoff sono stati 200.179, in 34 partite complessive. Per fare un paragone, l’anno scorso in 45 gare di post season gli spettatori negli impianti sportivi furono 181.675. Non è presunzione, ma è innegabile che Milano abbia richiamato davvero tantissimi spettatori, con una costanza che non si vedeva da anni al Forum di Assago. In questo, tutto il movimento italiano del basket può trarre conclusioni positive, senza però fermarsi: il cammino di rinascita parte proprio da questi numeri, ma se ci si ferma siamo perduti.

4) LA RIVINCITA DI JERRELLS. A metà stagione era un giocatore bistrattato da tutti, tanto che il suo cognome ancora oggi è storpiato in “Jerells” o “Jerrels”, ma a lui non è mai importato granché: aspettava la sua occasione, per giocare nel suo ruolo naturale (quello di guardia tiratrice, seppur bravino a portar palla) e prendersi qualche rivincita. Che dire, se non bastasse il canestro della vittoria in Gara-6 a rendere l’idea, potremmo parlare del fatto che, nella serie di Finale Scudetto, Jerrells è il miglior tiratore da 3 punti (insieme a Josh Carter) con 15/31, pari al 48.4% e chiude con 11.4 punti a partita (con soli 7 liberi tentati). Personalmente è un giocatore che firmerei anche per la prossima stagione, ma solo per fargli fare la 2° guardia (e in quest’ottica l’operazione Ragland da Cantù mi intriga molto). Di sicuro, tanti tifosi ed esperti gli devono qualche scusa, perché se Milano ha vinto lo Scudetto è anche merito (e tanto!) del suo buzzer in Gara-6.

5) NON HA VINTO SIENA-2. Anche qui urge far chiarezza: ok, Milano ha praticamente “depredato” Siena di allenatore (Banchi) e pezzi migliori (Moss e Hackett, senza considerare Kangur), ma c’è da dire che in Finale i 3 sopracitati non sono certamente stati i “migliori in campo”, anzi. Moss, tiratore letale da 3 punti, specialmente in angolo, chiude con 5/22 (22.7%); Hackett, acquistato da Milano per far girare la squadra, chiude con 11 assist in 7 partite, tirando con nemmeno il 35% dal campo, ma è palese come la sua condizione fisica fosse limitata dall’infortunio patito nella serie contro Sassari; coach Banchi, infine, ha vinto grazie alla suo sistema difensivo da primo della classe, ma ha avuto grandi gatte da pelare col pick&roll centrale senese tra Haynes (o Janning) e Hunter, senza mai riuscire a trovare contromisure adatte e senza imprimere un gioco offensivo degno di nota. Perciò, se vogliamo essere intellettualmente onesti diciamo che questo Scudetto è anche merito degli ex-Siena, ma non solo merito loro, anzi.

A fronte di 5 chiarissime luci, che forse ne riassumono in sé tante altre, c’è anche qualche piccola ombra, su cui si deve lavorare se si vuole aprire un ciclo vincente, per diventare la nuova potenza del basket italiano e tornare ad alti livelli anche in Europa. Vediamole insieme:

1) NO ALL’ENNESIMA RIVOLUZIONE, MA PIANIFICAZIONE RAGIONATA E OCULATA. Bisogna ripartire dallo zoccolo duro di questa stagione (Melli, Moss, Hackett, Gentile, Jerrells e Cerella), lasciando partire chi ha bisogno di nuovi stimoli o di valute estere, senza però compiere l’ennesima rivoluzione insensata. Coach Banchi in Italia va benissimo, ma ha bisogno di fare esperienza in Europa e qui sta uno dei primi punti: tenere il coach che ha vinto lo Scudetto alla prima stagione (cosa che non era riuscita nemmeno a Peterson o Rubini) e permettergli di fare esperienza in ambito europeo, così da ampliare il suo bagaglio tecnico-tattico, oppure puntare su un coach affermato (come mai Messina non ha ancora annunciato di accettare l’avventura agli Spurs come assistant coach?), che possa attrarre anche qualche campione di primissimo piano? Qui sta il succo della prossima stagione milanese. A livello di roster, poi, a Milano è mancato un play ragionatore (Mike Green ha lasciato il Khimki ed è free agent, così tanto per dire eh) e qualche buon elemento nel reparto lunghi: in spot 4, Wallace ha dimostrato di essere un ex giocatore, di un’intelligenza spaventosa ma non più sorretto dal fisico, mentre tra i centri la costanza è mancata fin troppo e, secondo me, dar via Gigli in prestito a Reggio Emilia è stato un errore da non ripetere (anche in ottica possibili infortuni).

2) PROLI, IL BEL GIOCO C’E’ STATO PER 2 MESI. Non bisogna sempre incensare tutti quando si vince, anzi fare autocritica proprio in una vittoria può aiutare a migliorarsi sempre più. Milano ha espresso un bel gioco a cavallo tra febbraio e aprile, i mesi delle grandi vittorie europee, ma durante questi Playoff  ha giocato discretamente, nulla più, anche perché altrimenti non si spiegherebbero le sconfitte patite e il gioco offensivo fatto solo d’individualità e isolamenti 1vs5. In questo, si è sentita la mancanza (causa infortunio) di un giocatore come Hackett, che ha potuto dare forse il 50%, senza mai però tirarsi indietro o rinunciare a prendersi responsabilità importanti (il gioco da 3 punti nel momento chiave di ieri ne è un esempio lampante). Ciò non significa che l’Olimpia non meriti questo Scudetto, sia chiaro; semplicemente non bisogna prendersi più meriti di quelli che si hanno realmente. Secondo me, non si può parlare di stagione perfetta, perché di nei ce ne sono stati, ma sicuramente possiamo dire che è stata una stagione in cui si sono poste le basi per aprire un ciclo vincente, vista anche la generale situazione del basket italiano. Perché se è vero che non sempre vince chi ha più soldi, è anche vero che i soldi aiutano molto a vincere.

Fatte queste debite considerazioni, è ora di non adagiarsi sugli allori, ma di programmare attentamente la nuova stagione perché, mai prima d’ora, l’Olimpia Milano può aprire un ciclo davvero vincente in Italia e consistente in Europa. Un grazie a Giorgio Armani mi sembra il minimo, ma un grazie anche a tutti quei tifosi che, nel bene e soprattutto nel male, hanno sempre seguito questa squadra nonostante quanto successo durante l’anno. MILANO E’ PRONTA A VINCERE, NON LASCIAMOCI SCAPPARE L’OCCASIONE.