Marco Calvani, il vero fenomeno di un collettivo fantastico chiamato Virtus Roma

Sarebbe facile fare un articolo su Gigi Datome, Phill Goss, Gani Lawal, Jordan Taylor o il redivivo Bobby Jones, reduci da una mozzafiato gara-7 contro l’orgogliosa Lenovo Cantù di coach Trinchieri, ma questa volta vorrei rendere onore al vero deus ex-machina della Virtus Roma, il coach romano e virtussino, Marco Calvani. Per lui questa vittoria ha un sapore speciale, perché Calvani, una vita nella Stella Azzurra e nella Virtus Roma, in veste di assistente allenatore o al massimo di traghettatore, sa più di tutti che (con)vincere nella piazza romana sia pressoché impossibile, ma una volta ripreso il feeling con il pubblico, le emozioni che il tifo giallorosso ti può regalare sono uniche.

“Quando i soldi non contano”, può essere un altro titolo di una delle più belle storie del basket italiano degli ultimi anni, perché Calvani, dopo aver sostituito Lino Lardo nel Gennaio del 2012, ha avuto tra le mani la squadra meno costosa della gestione Toti, eppure è stato in grado, grazie ad un lavoro incredibile di riportarla al palcoscenico che la Virtus mancava da ben 5 anni. La situazione precaria è stata rimarcata spesso durante la stagione dal coach, che ha vissuto in prima persona il rischio di non veder iscritta Roma al campionato di Serie A, ed è probabilmente uno dei collanti con cui ha unito uno dei roster più corti del campionato, tramutandolo da “squadra salvezza” a squadra da Finale Scudetto. Inutile rimarcare per l’ennesima volta che i sopracitati giocatori, più Czyz, D’Ercole, Lorant, il baby Tambone e il neo-acquisto Bailey, abbiano fatto qualcosa di incredibile, guidati da un allenatore che mai aveva raggiunto da capo allenatore un risultato del genere.

Quali sono quindi i principali meriti di Calvani? Il primo, cosa necessaria per ogni allenatore che vuole puntare al massimo traguardo nella Seria A, è quello di aver trasformato un gruppo di 9/10 singoli, che mai avevano giocato insieme, in una squadra vera; è bello vedere la Virtus in campo, perché di rado nella pallacanestro italiana degli ulttimi anni si è visto un collettivo che adora giocare insieme, ed il merito più che degli ottimi giocatori, è proprio del coach, dato che non è facile eliminare gli egoismi in una compagine che potrebbe vantare in Jones, Goss, Datome e Lawal, quattro potenziali prime donne. Invece la squadra gioca insieme e si diverte, merito anche degli schemi poco cervellotici e molto legati al pick n’ roll e alla transizione che l’Acea per tutto quest’anno ha interpretato come una vera 4×100 di atletica, sfruttando la sua arcigna difesa per poter ripartire e punire gli avversari.

La difesa dell’Acea; da dove iniziare? Questa è stata la vera forza della Virtus, a mio modesto parere, visti sia i numeri, sia i fatti, che dimostrano come Calvani abbia lavorato durissimamente per imporre alla sua squadra uno standard difensivo al top della Lega. In stagione regolare Roma ha subito più punti solo di Reggio Emilia, Siena e Cantù, trend positivo continuato anche nei playoff, e necessario per arrivare in fondo nella post-season, come dimostra la clamorosa debacle di Sassari, squadra con tantissimi punti in mano, ma dalla difesa soft, contro Cantù nel primo turno della post-season.

Due immagini difensive di gara-7, la partita che ha consacrato questa Acea, non riescono ad uscirmi dalla mente. La prima riguarda Gani Lawal, insieme a Dunston il miglior lungo del campionato, che dopo aver realizzato uno show forte all’altezza ben oltre la linea dei tre punti, recupera grazie alla copertura della linea di passaggio di un compagno, arrivando a stoppare un avversario grazie ad una rotazione e ad un recupero fatti con tempi chirurgici, non la cosa più scontata per un giocatore che da tempo sta ascoltando le sirene della NBA.

La seconda, riguarda proprio il coach, che a 2 minuti dal termine, sul +20 Roma, piegato sulle gambe come se stesse difendendo sui giocatori di Cantù, va a redarguire Bobby Jones per non aver difeso all’altezza in quella situazione a partita e serie ormai acquisite. Bobby Jones; non si fa in tempo a parlare di un grande lavoro di Calvani, che subito ne spunta un altro. L’ex Philadelphia 76ers e Minnesota Timberwolves è stato di gran lunga il peggior giocatore della Virtus per tutta la stagione regolare, arrivando a toccare il punto più basso della propria annata, non tre mesi fa, bensì nella prima gara di questi playoff, in cui Calvani, stufo dell’indisponenza del giocatore, lo schierò per soli 5 minuti nella gara persa contro Reggio Emilia, redarguendolo pesantemente nel post-parita. Da quel momento l’ex Pistoia, se non è stato il trascinatore di Roma, poco ci è mancato, arrivando a disputare una serie favolosa contro Cantù, come dimostrano le 5 gare consecutive in doppia cifra per punti, coronate anche da un ottimo lavoro difensivo e a rimbalzo.

Potremmo dilungarci in eterno a parlare dell’impatto che il coach ha avuto sui singoli giocatori di Roma, su Goss, bravo giocatore, ma mai così decisivo nei momenti caldi della stagione, su Taylor, lanciato in quintetto alla prima stagione da professionista, e sulle due star Lawal e Datome, leader e allo stesso tempo uomini squadra, ma è meglio evitare di continuare questo elogio ad un coach che probabilmente in questo momento non si sta godendo i risultati raggiunti, ma sta solo pensando a come portare a casa l’ultima e decisiva serie di una stagione clamorosa.

Un ultimo merito, però, al coach romano lo dobbiamo dare. Un PalaTiziano, pieno ed in delirio, raramente si era visto negli ultimi anni, come dimostra la bella, seppur eccessiva, invasione di campo, che ha fatto entrare di fatto Calvani nella storia, come l’uomo che ha restituito a Roma l’entusiasmo per il basket.