Milano cambia marcia, ma non è solo merito di Hackett

Partiamo dal presupposto che, come dice un grandissimo coach, il basket è uno sport complesso, e non è da tutti capirlo e saperlo interpretare. La citazione è di Scariolo Sergio, e ve la riporto perché in molti non si sono ancora accorti di come l’EA7 Emporio Armani Milano stia giocando un altro sport, rispetto alle altre in Italia, dall’arrivo in maglia biancorossa di Daniel Hackett. Il merito, però, non può essere attribuito solo al numero 12 dell’Olimpia, anche se è innegabile che dal suo arrivo Milano giochi decisamente più disinvolta in attacco. Andiamo ad analizzare che cosa è davvero cambiato all’interno delle rotazioni di coach Banchi e quali punti fermi sembrano delinearsi per il proseguo della stagione.

1) Curtis Jerrells. Non lasciatevi ingannare dalla sua scheda sul sito della Legabasket: il 55 biancorosso non è un play, e sfido chiunque a dire il contrario. Portar palla 15 secondi ad ogni azione non significa essere un play, ma semplicemente congelare il gioco, non avendo idee chiare su che cosa creare. L’arrivo di Hackett gli ha tolto molte pressioni di dosso, permettendogli di ritrovare fiducia nei suoi punti di forza (penetrazione e tiro da 3 punti), ma la sostanza non cambia: per rendere al massimo deve giocare come guardia quando Milano è punto a punto con gli avversari, mentre può benissimo giostrare da play quando la partita è ormai in cassaforte (situazione verificatasi con Avellino e Brindisi nelle ultime vittorie casalinghe dell’Olimpia). I limiti nel playmaking permangono, nonostante la buona intesa negli alley oop con Lawal, ma Jerrells può diventare un’arma importante quando Langford o Gentile dovessero avere passaggi a vuoto. Se riuscisse a trovare una sua dimensione nell’impostare il gioco, saremmo di fronte alla combo guard tanto cara a coach Banchi, ma su questo aspetto c’è davvero tanto da lavorare.

2) Nicolò Melli. In questa stagione tutti ci aspettavamo la sua consacrazione, dopo l’ottima parentesi europea con la Nazionale; consacrazione che sembra ormai essere arrivata, vista anche la fiducia che coach Banchi ripone costantemente nel numero 9. Dalla partita casalinga contro Cremona (la prima delle 5 vittorie consecutive dell’EA7), Melli ha giocato quasi 26′ di media, rispondendo presente con percentuali eccellenti dal campo (69% da 2 punti e 35% da 3 punti) e dimostrando una maturità finalmente convincente come uomo capace di spaccare le partite (soprattutto nella trasferta di Sassari ha tenuto su la baracca nei momenti decisivi, prima che Langford completasse il suo solito show). Certo, il classe ’91 non deve fermarsi qui se vuole essere una pedina fondamentale nello scacchiere Olimpia, ma ci vogliono tanti attributi per farsi preferire a un certo CJ Wallace, non proprio l’ultimo arrivato.

3) Keith Langford e quota 20. Su 16 partite ha segnato almeno 20 punti in ben 9 occasioni, mancando la doppia cifra solo in un’occasione. Ora, non scopriamo l’acqua calda nel dire che Keith abbia tantissimi punti nelle mani, ma ciò che sconvolge in questa stagione è la naturalezza con cui li segna e soprattutto quando. Se esaminiamo il plus/minus nelle ultime 5 partite, la guardia di Fort Worth ha una media di +17.2, con un high di +28 contro Avellino e Brindisi. Proprio questo è il dato più significativo di ogni altro, perché evidenzia come Langford abbia cambiato atteggiamento difensivo, grazie al sistema di raddoppi che coach Banchi propone a ogni match. Sotto la gestione Scariolo, il 23 biancorosso segnava tanto, ma mentre era in campo Milano non scavava il solco se non in rare occasioni; ora, invece, segna ancora di più e soprattutto segna bene, permettendo all’EA7 di prendere il controllo del match (esempio lampante sono i 12 punti nel solo primo quarto di domenica scorsa contro Brindisi).

4) Fattore casa. Si parla spesso di 6° uomo in campo, di pubblico come fattore decisivo per la vittoria, e finalmente Milano sembra avere il suo. Nelle ultime partite casalinghe, al di là della presenza numerica comunque importante, il Forum è stato caldo come da anni non si vedeva, incitando i biancorossi anche nei pochissimi momenti di difficoltà, e festeggiando con passione le vittorie. Vincere aiuta a vincere diceva qualcuno, ma forse aiuta anche a creare quell’atmosfera festosa in un pubblico raramente caldo come quello milanese. Il discorso è importante soprattutto in questa stagione, in cui il fattore casa sembra difficilmente violabile per le squadre di testa, e deve essere un punto importante su cui contare, specialmente nei playoff.

5) Cambio di mentalità. Sembra quasi ridicolo parlarne, ma forse è l’aspetto più importante rispetto alle passate stagioni. Vincere contro i campioni d’Europa in carica, contro i campioni d’Italia in carica, e contro l’attuale capolista (anche se in tutti e 3 i casi si è giocato in casa) è sintomo di grande ambizione e mentalità vincente. Coach Banchi sembra aver creato un’unione d’intenti che non si vedeva da tanto in casa Olimpia, e questo lo si nota guardando come i giocatori festeggino anche dalla panchina i canestri dei compagni. Sembrano ovvietà, ma non lo saranno mai. Pensate alla Varese delle scorso anno: Vitucci aveva creato un gruppo, prima ancora di creare una squadra, portando la Cimberio a risultati inaspettati, eppure quest’anno non è riuscito, finora, a fare lo stesso con Avellino.

6) Daniel Hackett. All’ultimo posto dell’elenco, ma solo perché gli altri sono sorprese, mentre Daniel è una certezza come giocatore. Da quando è arrivato a Milano ha cambiato le soluzioni offensive dei biancorossi, garantendo anche un salto di qualità in fase difensiva: con lui in campo sembrano trovarsi bene tutti, persino due mancini come Langford e Jerrells. La sua capacità di giocare in post è ciò che mancava nel reparto piccoli di Milano (piccola eccezione, Gentile), ma anche dal perimetro garantisce continuità e scarichi interessanti. Sembra essere il leader naturale di questa squadra, anche se una recente intervista di Gentile ha chiarito che in questa Olimpia nessun singolo vuole emergere come gallo, ma tutti vogliono salire di livello per realizzare un sogno comune.

Insomma, questi 6 punti rappresentano chiaramente la chiave di volta per comprendere il cambio di marcia milanese dell’ultimo mese. C’è ancora molto da lavorare e da sistemare (ad esempio l’uso più sistematico di un centro atletico come Lawal, o l’inserimento di Gigli nelle rotazioni), ma l’EA7 comincia a far davvero paura. Evitiamo facili qualunquismi, lo scudetto si vince a giugno, ma per ora il Forum continui a divertirsi e sognare in grande, anche in Europa.