Milano, è ora di aprire un ciclo vincente

Non me ne voglia nessuno se sarò (per una volta) pessimista su quanto sta succedendo in questo inizio del mercato estivo milanese, anche perché credo che l’Olimpia sia obbligata ad aprire un ciclo vincente. Sia chiaro, non è un obbligo giuridico e nemmeno morale, ma diciamo che è un obbligo verso i tifosi, che nella gestione Armani hanno visto un Proprietario così innamorato da non capire che l’unico difetto di questi anni è stata la mancanza di un “uomo di basket” all’interno dell’organico societario; è un obbligo verso il movimento italiano, perché Milano, non mi stancherò mai di dirlo, è una piazza che ha un bacino d’utenza di spettatori e capitali invidiabile; è un obbligo verso Giorgio Armani, che ha salvato una società sull’orlo del baratro, per investire probabilmente più di 100 milioni di € dal 2008 a oggi e dimostrare un amore incondizionato in uno sport che ha bisogno di attirare i grandi investitori per tornare ai fasti degli anni ’70-’80.

Sarò forse impopolare a spezzare una lancia a favore di Livio Proli, a due condizioni però: 1) Proli deve capire che gestire una squadra di basket non è come gestire un’azienda leader mondiale nel settore della moda e servono competenze sportive, prima che manageriali; 2) capire che fare un passo indietro, e collaborare con un Direttore Sportivo di primo livello (non me ne voglia Portaluppi, ma essere grandi giocatori e grandi dirigenti sono due cose ben diverse) non è motivo di vergogna o di ridimensionamento come figura societaria. Che sia chiaro, Proli a livello imprenditoriale è un top manager, altrimenti Armani si sarebbe sognato di affidargli le chiavi della sua società (che conta più di 6000 dipendenti in tutto il mondo), perciò la sua figura nell’Olimpia è sicuramente un bene (se non un vanto); tuttavia, il manager deve avere la lucidità di sapere dove finiscono i suoi compiti dirigenziali (e di presidente) e iniziano quelli puramente sportivi. In questo, è necessario un uomo di sport che sappia fare da collante tra la squadra, il feroce mondo della stampa e la società, lavorando specialmente sul rapporto di spogliatoio. Per farvi un paragone calcistico, penso a un personaggio alla Sir Alex Ferguson, che si premurava di chiamare Wayne Rooney nel pieno della notte, per verificare se fosse a dormire oppure a fare disastri per la città di Manchester. Ecco, questo è un punto su cui Milano deve crescere, tantissimo: certe notizie, certi “tweet”, certe immagini non devono filtrare al mondo esterno, ma rimanere nel cerchio magico dello spogliatoio. Vi porto un esempio: Langford saluta (biennale all’Unics Kazan da 3.8 milioni di $ complessivi) e su Twitter riporta che Milano non gli ha proposto alcun nuovo contratto, cosa che può anche essere vera (se non fosse che ambienti vicinissimi al giocatore hanno pubblicato su Facebook messaggi che parlavano di un’offerta al ribasso per la guardia); Milano, risponde con un tweet di ringraziamento per le due stagioni in biancorosso (“Langford sarà sempre un man in red”), scatenando l’ira di quei tifosi che si scagliano contro la società per non aver nemmeno provato a trattenere Langford. Ecco, da una società che fa capo ad Armani, mi aspetto che lo stile sia messo prima di tutto e che si tengano in considerazione anche queste (spiacevoli) situazioni: se è vero che Milano non ha offerto un contratto al giocatore, spieghi le sue ragioni con un semplice tweet del tipo “Abbiamo altri progetti sportivi, ma grazie di tutto”, altrimenti risponda per le righe a un atleta cui ha dato 2.5 milioni di € in 2 anni e ha permesso di fare una vita adeguata alla movida milanese. Vi pongo una semplice, banale, forse ridicola domanda: con un Direttore Sportivo come si deve, certe cose succederebbero? Io non credo proprio.

Al di là di questo primo punto, su cui ormai ho perso le speranze dopo il famoso “passo indietro” promesso in caso di fallimento del Progetto-Scariolo, mi preme cercare di capire perché una società, che ha appena vinto lo Scudetto, cominci il mercato estivo lasciando partire giocatori fondamentali. La partenza di Langford era nell’aria (ricordate coach Banchi in Gara-7 dire alla panchina “Ma dov’era Langford difensivamente qui?!” e panchinarlo per tutto il quarto finale?) e non è un male incurabile, anzi: che sia chiaro, a livello di talento è un giocatore per cui stravedo e che probabilmente è tra le prime 5 guardie d’Europa, ma come mentalità vincente proprio siamo lontani anni luce dall’essere decisivo (anche se capisco che sia difficile da ammettere). Perciò il buon Keith può essere rimpiazzato, specialmente se in squadra hai un 22enne di 2 metri e un fisico bestiale, con una cazzimma (o garra, per dirla alla spagnola) degna del padre, che scalpita per diventare uno dei giocatori più forti d’Europa (all’anagrafe, Alessandro Gentile). Se per Langford il discorso fila, non fila per Curtis Jerrells, per Nicolò Melli o per il mercato in entrata che Milano sta organizzando. Innanzitutto, Jerrells è uno di quei giocatori che ha cambiato la stagione milanese, da quando è stato impiegato nel suo ruolo naturale (liberandolo dalle pressioni di essere la mente della squadra e di agire da playmaker), dimostrandosi una sentenza da 3 punti e un ottimo difensore; con la partenza di Langford, poi, Jerrells potrebbe continuare a servire la causa milanese, potendo giocarsi minuti sia in spot 1 (se strettamente necessario), sia in spot 2. Proli ha detto che con la vittoria dello Scudetto tutti cercano di monetizzare e Milano non è una mucca da mungere, poiché la società non ha intenzione di buttare denaro: però, senza il contratto di Langford (1.250.000 € l’anno), credo che uno sforzo economico per tenere Jerrells si possa anche fare. Lo stesso discorso, con qualche correttivo, può valere per Nicolò Melli (cui sembrano interessate il Real Madrid, per sostituire Mirotic che andrà in NBA e garantirà un introito ai blancos di 3 milioni di € per il suo buyout, e il Valencia, visto che Doellman giocherà a Barcellona): Milano ha puntato sul giovane da sempre e molla proprio adesso? Ok che manca sempre quella definitiva affermazione, specialmente a livello europeo, ma credo che Melli sia un giocatore da tenere, anche se vuole un contratto economico al rialzo.

Capitolo mercato in entrata. Le voci che si susseguono, come sempre quando si parla di Milano, sono moltissime. Ragland, Gecevicius, De Nicolao, Cusin, Mbakwe sono i nomi più gettonati delle ultime settimane, ma per or nulla di ufficiale. Ecco, qui le dichiarazioni societarie si collegano al discorso iniziale su come a Milano manchi un “uomo di basket”: infatti, la società dichiara prima di voler confermare lo zoccolo duro della stagione appena conclusa, e poi si smentisce lasciando partire Langford e titubando nel rifirmare Melli e Jerrells. In entrata per ora solo Ragland sembra essere un rumor fondato, ma è chiaro che Milano abbia bisogno di coprire principalmente due ruoli: ala grande e centro. In 4 a Melli va affiancato un giocatore di esperienza europea, per non patire in Eurolega la taglia avversaria (il mio sogno è Erazem Lorbek, ma lo stipendio dello sloveno non è in linea con gli standard milanesi, visto che la società sembra aver fissato il tetto massimo di stipendio a 1.000.000 di € a stagione) e vedrei bene Paul Davis come candidato (ma ha appena rifirmato col Khimki e si dovrebbe pagare un lauto buyout). Tra i centri, invece, Milano deve fare qualche scelta importante. Lawal è discontinuo, ma atleticamente è devastante e un lavoro estivo di perfezionamento dei movimenti spalle a canestro (per eliminare quel saltello che fa quando riceve palla) potrebbe servire; Samuels è un giocatore che reputo sopravvalutato e ha vissuto un’involuzione paurosa dopo Gara-2 di Finale Scudetto, non riuscendo a contenere il p’n’r senese e faticando più del solito anche in attacco. Servirebbe un centro congeniale al gioco di coach Banchi, oppure un centro di livello europeo. Alcuni prospetti interessanti (Lauvergne, Nogueira) si sono già accasati e allora proverei a prendere Tibor Pleiss, visto che OKC sembra intenzionata a lasciarlo ancora una stagione in Europa.

In definitiva, il mercato milanese non è certo cominciato col botto e bisognerà lavorare bene per creare una squadra capace di migliorarsi in Italia (magari vincendo una Coppa Italia, visto che l’ultimo trionfo in questa competizione risale alla stagione 1995/1996) e competere in Europa. Porsi limiti, proprio quando si inizia a vincere, è quantomeno singolare, se non folle.